Il blog di Sergio Maistrello dal 2003
Sweet, in spite of the misery
- LOCATED IN Ascolto
È la sera dell’11 settembre 2001, il mondo ci è appena crollato addosso. Ho da poco lasciato la redazione della rivista per cui lavoro, a Milano. Sono in auto, impantanato nell’ingorgo dei Bastioni di Porta Venezia. Dai finestrini ci si guarda di sbieco facendo finta di nulla, attoniti, gli occhi velati. Dalla radio arrivano notizie ancora confuse, intervallate da riempitivi di musica di circostanza. A un certo punto attacca lei, con voce malinconica eppure amorevole.
Don’t cry
Know the tears’ll do no good
So dry your eyes
Asciugati gli occhi, canta: le lacrime non ti saranno di alcun aiuto. La vita è dolce, nonostante la desolazione. C’è molto altro. Sii grato.
Per un momento, dentro tutto quello smarrimento, tornava a esserci un orizzonte. Fui molto grato a chi la scelse, quella sera. E da allora è rimasta lì, per tutte le volte in cui la vita si fa complicata e inseguo speranza e un po’ di coraggio.
Eulogia per papà
- LOCATED IN Ricordo
È una responsabilità enorme cercare di raccontare papà in poche parole.
Perché lui avrebbe semplicemente alzato gli occhi al cielo e sbuffato. Come a ogni compleanno. Come a ogni anniversario. Come a qualsiasi cerimonia che lo prevedesse come protagonista.
Poi però credo che vi avrebbe guardato negli occhi e, riconoscendo l’amore, la stima, il fatto che vi siete scomodati per lui, sarebbe stato preso in contropiede e gli sarebbero brillati gli occhi. Gli occhi commossi di papà – solitamente una persona seria, schiva e taciturna – erano una delle cose per cui meritava vivere.
Papà non amava le parole a vuoto. E il rischio questo pomeriggio è alto. Diceva quello che serviva, il resto era un orpello inutile, perfino fastidioso. Mettere a proprio agio l’interlocutore con chiacchiere di circostanza non era una sua priorità. Una qualità che purtroppo non ho ereditato.
Papà diventava chiacchierone – appassionato, perfino concitato – soprattutto quando parlava in veneziano di Venezia con i suoi amici d’infanzia. Come un composto suonatore d’arpa che ti sorprende all’improvviso interpretando un assolo iconico di chitarra elettrica.
La Venezia di papà era qualcosa più di un luogo di nascita. Era un’identità, un modo di essere, un codice segreto condiviso con poche persone, inaccessibile ai più. Della sua infanzia e giovinezza ho istantanee decontestualizzate: una madre – mia nonna Olga – rimasta vedova giovanissima con un figlio ancora piccolissimo, le corse mano nella mano verso il rifugio durante i bombardamenti sulla città, le uscite in campagna per procurarsi i viveri durante la guerra, una città magica come parco giochi, le bravate con un manipolo di fedelissimi amici, qualche viaggio alla scoperta del mondo. La Svezia, in particolare, sembrava colpire l’immaginario di quei giovani ragazzi veneziani. Immagino per via dei fiordi.
Per uno nato e cresciuto in laguna il continente doveva sembrare un luogo piuttosto ordinario. Papà ci arriva prima per gli studi in collegio, una delle esperienze che più hanno dato forma alla sua visione del mondo, e poi in cerca di lavoro. Geometra, inizia dall’edilizia e dalle vendite.
A Vittorio Veneto incontra mamma.
Lui: un Gregory Peck di Cannaregio. Lei: ragazza triestina fresca di studi e di ideali, alle prime esperienze di insegnamento. Bellissimi, innamorati, genuini, riservati.
I loro racconti sono piuttosto reticenti rispetto a quel periodo, ma sappiamo di un’anziana gestrice del pensionato di cui entrambi erano ospiti piuttosto interdetta per l’iniziativa dei due giovani.
In tre mesi si sposano, in una chiesetta di montagna, lontana da tutto e da tutti, di fronte a un ristretto manipolo di amici e parenti, e a don Luigi Vian, sacerdote di frontiera per cui mio padre nutriva un affetto molto speciale. Per poi – narra la leggenda familiare – allontanarsi dalla bicchierata celebrativa ben prima della sua conclusione. E del conto.
A Pordenone papà e mamma arrivano quando c’è da costruire la provincia e tutti i suoi apparati pubblici. Mamma trova facilmente una cattedra a scuola, papà un lavoro in Camera di Commercio.
Quando nasco io, papà si trasforma da giovane trentenne inebriato dalla vita a integerrimo padre di famiglia. La responsabilità – fardello ingombrante nella linea maschile di casa Maistrello – veniva prima del divertimento e degli amici.
Però senza ansia.
Uno dei miei primissimi ricordi di vita è la sua calma risolutezza mentre scavalchiamo i calcinacci della parete crollata accanto alla mia cameretta la sera del 6 maggio 1976.
Gli è capitato in sorte un figlio docile e mansueto, che ha amato e rispettato moltissimo senza fare sconti al rigore, ma concedendogli sempre larghissime maglie di fiducia.
Poche preoccupazioni, però sempre ben assestate.
Poco docilmente, suo figlio ha seguito poi strade che lui non sempre riusciva a riconoscere. Sospendeva il giudizio, osservava con perplessità e, magari a consuntivo, apprezzava con orgoglio.
L’apprezzamento di papà – mai scontato, mai garantito, raramente esibito – era un’altra delle cose per cui meritava vivere.
Mio padre era una persona di principi, rigorosa, incapace di fingere. Credeva in modo quasi religioso, lui che dalle religioni si era allontanato presto, nell’onestà e nella sincerità.
Credo basti questo per spiegare perché il lavoro non gli diede mai enormi soddisfazioni o opportunità concrete di carriera. Fece il suo, lo fece con precisione, dedizione e discrezione, e quando ebbe la possibilità di uscirne non ebbe grandi rimpianti.
Andò in pensione con l’idea di viaggiare e fare cose, ma in fondo casa era il suo vero regno d’elezione. Lì ripeteva con metodica costanza le stesse abitudini, gli stessi ritmi, gli stessi rituali. Le passeggiate possibilmente con uno scopo e immancabilmente con il suo pesante borsello a tracolla.
Leggeva almeno un giornale e guardava diversi telegiornali ogni giorno, abitudine poi parzialmente sostituita da lunghe sessioni di navigazione in internet.
Ha fumato la pipa per decenni, trinciando periodicamente da sé le sue miscele e alternando, secondo schemi impenetrabili ai più, pipe, tabacchi, ambienti e momenti della giornata.
Era seriamente convinto che il fumo di pipa non facesse male. Con altrettanto candore sosteneva che acqua e vino contribuissero entrambi all’idratazione.
Per papà l’unica musica ammissibile era quella classica. E, nella musica classica, l’unica veramente degna di nota quella di Bach, Beethoven e Mozart. Qualche apertura di credito per Händel. Verdi proprio no.
L’unica attività extrascolastica che ricordo di aver fatto con lui è stato un corso di solfeggio a sei anni. Visti gli scarsi successi col figlio, ha tentato poi di iniziare agli spartiti tutti i nipoti reali e acquisiti che gli sono capitati a tiro. Un paio di loro riconoscono oggi che Bach ha cambiato loro la vita.
Come nonno, ha osservato crescere i nostri figli con prudente curiosità e limitate rivendicazioni di ruolo, fino a che nei suoi nipoti ha iniziato a riconoscere le persone che stanno diventando. A quelle ha riservato la forma più alta di amore e stima di cui era capace.
In famiglia mamma e papà erano chiamati benevolmente Sandra e Raimondo.
(Scusa mamma, so che mi odi in questo momento.)
Si dividevano equamente i compiti: lei parlava, lui stava zitto. Lei sollevava interrogativi, lui li ignorava. Lei faceva la lavatrice, lui la lavastoviglie, stanze diverse.
Ma quando quest’estate hanno festeggiato 59 anni di matrimonio intorno a un letto di ospedale – lei gli occhi a cuore, lui gli occhi al cielo – li ho sentiti scambiarsi una frase che mi ha reinsegnato l’amore da capo: “Io lo rifarei ancora”.
Quest’ultima estate è stata un viaggio terribile e insieme prezioso.
Alla fine i ruoli si sono un po’ confusi. L’uomo che per tutta la vita era stata la persona più solida, composta, affidabile che abbia conosciuto, ha dovuto affidarsi agli altri.
Abbiamo avuto paura. Ci siamo arrabbiati. Ci siamo stancati. Abbiamo riso. Abbiamo litigato. Ci siamo presi in giro. Ci siamo tenuti per mano. Abbiamo parlato, qualche volta. Molto più spesso siamo rimasti semplicemente lì.
Allora forse oggi non serve davvero trovare una morale, una consolazione o una spiegazione. Papà, che nonostante tutte le cose serie che vi ho raccontato era soprattutto una persona ironica, avrebbe certamente alzato gli occhi al cielo anche davanti a quelle.
Possiamo limitarci a riconoscere quello che c’è stato.
Una vita lunga, seria, libera.
Un uomo difficile da impressionare e impossibile da comprare.
Un veneziano irriducibile trapiantato sulla terraferma.
Un marito che dopo cinquantanove anni avrebbe rifatto tutto da capo.
Un padre che non aveva bisogno di dire continuamente di esserci, perché c’era.
E una persona che, senza fare molto rumore, ha lasciato dentro alcune delle persone qui presenti qualcosa di sé: un principio, un’abitudine, una battuta, un pezzo di Bach, un modo di fare le cose per bene.
Adesso posso davvero lasciarti andare nella pace, papà.
Senza troppe parole.
Che già queste, lo so, ti saranno sembrate decisamente troppe.
Grazie di tutto.
Era mio padre
- LOCATED IN Ricordo
Avevamo così poche cose in comune, tu e io, da dubitare alle volte che fossimo padre e figlio. La nostra storia si è cementata sui non detti e, chissà, magari è anche per questo che poi io ho finito per rincorrere parole. Quest’ultima estate è diventata così la nostra avventura più viscerale: mai eravamo stati così a lungo e così profondamente umani, vulnerabili e vicini, nel bene e nel male.
Eppure, dovessi dire una sola persona che sapevo sarebbe stata dalla mia parte sempre, a prescindere da ogni ragione, eri tu, e oggi so che non proverò mai più la stessa fiducia radicale. Avevi un modo tutto tuo di dimostrare amore, stima, interesse, curiosità, presenza, cura. Camuffato dietro a un distacco imperturbabile, arrivavi.
Hai vissuto senza apparenti ripensamenti un tempo lineare e uno spazio circoscritto. Vita ti ha condotto con slancio d’altri tempi dalla Venezia immaginifica del dopoguerra in giro per le Venezie, dove hai incontrato mamma, fino a Pordenone, patria per caso che sarebbe diventata comunità per me. Non ti ho mai visto appartenere, se non ai ricordi della tua infanzia, ma nemmeno coltivare desideri di fuga. Stavi, con riserbo e dignità, come del resto si usava.
Ti sei guadagnato le tue idee con il sudore e le risate di una giovinezza che aveva poco da perdere, e a quelle sei rimasto fedele per il resto dei tuoi giorni. Hai fatto la differenza nella mia storia senza particolari ispirazioni pedagogiche: avevi buon senso, annusavi il futuro, portavi un giornale a casa tutti i giorni quando ancora contava qualcosa e a un paio di bivi decisivi mi hai spinto dalla parte giusta. Inglese e informatica erano imprescindibili, molto prima che fosse evidente anche a noi il perché.
Sei stato esempio di centratura e di coerenza. Responsabilità al timone, prudenza nel tracciare la rotta, discrezione in ogni approdo. Se poi, sotto la proverbiale compostezza, si agitassero le rapide dell’inquietudine, questo a me non l’hai dato a vedere. Anche se l’ho sempre sospettato.
Coerente, eppure incongruente. Egoista senza rimorsi, refrattario ai desideri altrui, eri capace di improvvisi e plateali gesti di generosità per celebrare rispetto e amicizia. Oltremodo riservato, allergico alla conversazione di circostanza, del tutto immune alla necessità di mettere a proprio agio l’interlocutore, potevi aprire il tuo cuore e la tua storia senza preavviso al primo sconosciuto che ti ispirasse fiducia. Metodico ai limiti del maniacale, impaziente fino all’intolleranza, infastidito da ogni chiassosa manifestazione del mondo, ti scioglievi appena un’emozione faceva breccia tra le tue difese. Analitico, razionale, affilato nel pensiero, sempre ben piantato per terra, potevi poi sostenere con candida convinzione teorie stupefacenti, come quella secondo cui il fumo di pipa, non essendo inalato, non faceva male.
Lasci in eredità un’onestà dal sapore antico. Sei stato un padre severo e un nonno cauto, poco interessato a conquistare e dunque interessante da conquistare e molto amato. Non lesinavi critiche anche spietate, ma il tuo apprezzamento era una montagna che gratificava ogni energia spesa per scalarla. La commozione del giorno in cui ti abbiamo annunciato l’arrivo di Giorgio, come tutte le tue rare ma irrefrenabili lacrime, è tra i doni di verità più preziosi che custodiremo di te.
Talvolta ho avuto il sospetto che la tua generazione, così impegnata a rincorrere un progresso senza fine, su quella via che si inerpicava senza esitazioni verso la promessa del meglio, abbia spesso faticato, se non rinunciato, a trovare un senso della vita che non fosse il rinnovarsi di quella stessa rincorsa. Come una maratona senza traguardo. Una navigazione senza porto. Un libro privo delle ultime pagine. Più della fine, più degli oltraggi della vecchiaia, più delle sofferenze degli ultimi mesi, è questa eclissi del senso nell’età del declino che mi scuote e mi tormenta.
Eppure io credo. Credo nella circolarità dell’esistenza. Credo nella conservazione dell’energia. Credo nella sedimentazione delle esperienze. Credo nella permanenza dei legami. Credo che ci riconosceremo ancora. Credo in un tempo e in uno spazio che sfuggono alla nostra comprensione. Mi piace immaginare che lì, oggi, sia F. ad accoglierti.
Nonostante ciò, mi mancherai immensamente.
Ti cercherò ancora nei silenzi.
Notte ![]()
Gabriele Maistrello (25 febbraio 1940-31 agosto 2026)
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Desidero ringraziare i medici e i professionisti che ci hanno accompagnato nelle ultime avventure della vita di papà e che con la loro cura, attenzione e umanità hanno reso anche questo capitolo un po’ più degno di essere vissuto. Ancora di più ringrazio gli infermieri e gli oss che abbiamo incontrato, veri eroi della sanità contemporanea, anche se lui alle volte lui era un paziente troppo impaziente per rendersene conto.
Cinque anni fa succedeva una delle cose più improbabili della mia vita: diventavo presidente di un’associazione sportiva.
Non immaginavo allora quanta fatica ci fosse nel tenere insieme una comunità. Quante decisioni impopolari. Quante delusioni. Quante sere sottratte alla famiglia, quante discussioni, quante preoccupazioni che nessuno vede. E quante responsabilità, anche legali ed economiche.
Ho imparato che il lavoro più importante è quello che non lascia traccia: evitare che le cose si rompano, ricucire rapporti, trovare persone, tenere aperta una porta, ricominciare ogni settembre come se fosse la prima volta.
Ma una cosa la penso ancora esattamente come allora.
Le comunità esistono perché qualcuno, a un certo punto, decide di farsene carico. Non perché sia più bravo degli altri, ma perché capisce che, se aspettiamo sempre qualcun altro, prima o poi non rimane nessuno. Me l’avevano trasmesso Antonio Santangelo, Ermenegildo Marrone, Antonio Aloisi, Giovanni Silvani, ma solo adesso credo di averne ricomposto il significato.
In questi cinque anni ho conosciuto tutta la fatica del volontariato. Ma anche tutto il suo privilegio.
Ho visto bambini diventare ragazzi, ragazzi diventare uomini. Genitori trasformarsi in dirigenti. Volontari mettere un pezzo della propria anima in un progetto che non appartiene a nessuno e, proprio per questo, appartiene a tutti. Ho visto persone fare molto più di quanto fosse loro richiesto. Ho visto che uno sport può essere un modo per costruire cittadini, prima ancora che atleti.
Non tutto è andato come speravo. Non tutto dipendeva da noi.
Ma se oggi l’Hockey Pordenone è un po’ più solido, un po’ più aperto, un po’ più capace di guardare al futuro, allora forse tutta quella fatica ha avuto un senso.
Soprattutto, ho imparato che una comunità non si misura da quanti applausi produce, ma da quante persone, nel silenzio, continuano a fare la propria parte.
È lì che cresce il futuro.
E forse è anche questo il senso di ogni incarico: accorgersi, con il tempo, che non si è mai davvero protagonisti. Si è, per un tratto di strada, al servizio di qualcosa che ci precede e che ci sopravvivrà.
Il matrimonio è un fatto pubblico
- LOCATED IN Vivo
Ieri, al matrimonio di amici che conosco da quando erano ragazzini, ho avuto una piccola epifania.
Forse c’entra anche l’età. In effetti, sono i primi matrimoni che vivo non più come coetaneo e compagno di scorribande degli sposi, ma come testimone del loro percorso. Li ho visti crescere, diventare adulti, trovare la propria strada.
E mentre ascoltavo la cerimonia nella sala consiliare di un piccolo comune montano, mi sono accorto che stavo guardando il matrimonio da una prospettiva un po’ diversa dal solito.
Quei due ragazzi vivevano già insieme. Si erano già scelti. Avevano già messo il loro legame alla prova delle prime rapide della vita. Non avevano bisogno di una firma per sapere chi erano l’uno per l’altra. Non era più quello il punto.
Il punto era che avevano deciso di rendere pubblica e pubblicamente rilevante la loro scelta privata. Stavano dicendo che il loro legame, che pure è profondamente personale, non appartiene soltanto a loro. Che nasce da una trama di relazioni, affetti, amicizie, esempi e luoghi. E che a quella trama intendono continuare ad appartenere e contribuire attivamente.
È una cosa che, soprattutto nel rito civile, sembra quasi nascosta dietro formule e articoli di legge. Eppure quelle formule, che ieri nella loro astrazione sono riuscite a emozionarmi, stanno dicendo esattamente questo.
Che nessuna relazione importante vive davvero nel vuoto. E che alcune scelte, pur essendo profondamente personali, diventano più forti quando vengono condivise con la comunità. Che il matrimonio non è soltanto una promessa che due persone si scambiano, festeggiati dai congiunti. È anche una dichiarazione rivolta agli altri: voi potete contare su di noi come coppia, come famiglia, noi contiamo su di voi.
Ed è così che una comunità continua a esistere: quando chi arriva dopo decide, liberamente, di esserne parte e di accettare di farsene a sua volta carico.
Le mani che tennero ferma la notte
- LOCATED IN Ricordo
Cinquant’anni fa significa che quella sera non avevo ancora compiuto quattro anni. Vivevamo all’ottavo piano di un grattacielo alto quattordici. Dormivo da una buona mezz’ora, com’era normale allora. Un minuto di scosse violente alle nove della sera non riuscì a svegliarmi né, a quanto pare, a lasciare traccia nella mia memoria.
Ricordo poche istantanee, dopo. Papà che mi sveglia con premura, direi determinato ma non agitato. Io in braccio a lui incuriosito mentre scavalchiamo le macerie di una parete divisoria appena fuori dalla mia camera. Gli sguardi dei vicini che si incontrano lungo le scale strette del condominio e subito si ritraggono, severi e imbarazzati. Il giaciglio improvvisato nel vano bagagli del Maggiolino Volkswagen e l’insistenza di papà e mamma nel farmi riaddormentare. Le luci invadenti di un ampio parcheggio dove passiamo la notte. Una tenda montata nel giardino di conoscenti, nei giorni successivi.
Più di tutto mi resta una cosa, dei terremoti del Friuli del 1976, vissuti da treenne a settanta chilometri dall’epicentro: la capacità degli adulti intorno a me di non trasmettermi paura né smarrimento. Non so se la fiducia di quegli anni ruggenti e la determinazione peculiare con cui questa regione seppe risollevarsi dal trauma abbiano compensato in qualche modo la precarietà di quell’estate friulana. O forse ero io davvero troppo piccolo per trattenere emozioni e preoccupazioni. Ma se ci ripenso oggi, da adulto e da genitore, mi pare notevole e degno di gratitudine non portarne cicatrici.
Sotto la punta dell’iceberg
- LOCATED IN Dico la mia
Si vede che è settimana, ma credo valga la pena soffermarsi anche su questo.
Se hai letto gli estratti del “manifesto” del ragazzino tredicenne che ha accoltellato un’insegnante dalle parti di Bergamo, immagino tu abbia provato una di queste due reazioni.
La prima, che immagino largamente maggioritaria, appartiene all’universo dell’indignazione: la condanna senza attenuanti del ragazzo, della famiglia, delle istituzioni che non hanno visto o non hanno fatto abbastanza. Ed è una reazione legittima: un gesto così estremo non si giustifica in alcun modo.
La seconda reazione, che è anche la mia, è più scomoda. È fatta di sgomento e mortificazione, perché in quelle parole, in quel delirio lucido, in quella percezione di umiliazione e ostilità, a tratti ti pare di riconoscere qualcosa. Non lui, naturalmente. Ma il volto e la sofferenza di tanti ragazzi che hai incrociato nella scuola, nello sport, tra le amicizie dei tuoi figli. È la punta aguzza e mostruosa di un iceberg. Ma su quell’iceberg, in forme magari meno drammatiche, ti è capitato di camminare spesso. E sai che è grande. Molto più grande di quanto ci piaccia ammettere.
Lì sotto ci sono sofferenze spesso incomprese, rabbie mute, sensi di inadeguatezza enormi, solitudini che non sanno nemmeno dirsi tali. Ci sono ragazzi arguti, potenzialmente brillanti, che perdono anni, che deragliano, che finiscono su traiettorie molto più povere delle loro possibilità e delle loro aspirazioni, perché non riescono a riconoscere i propri talenti o perché sentono il mondo degli adulti non come un sostegno, ma come un dispositivo che insiste sulle loro debolezze. Ci sono atleti promettenti che non reggono i pungoli, anche quelli sinceri, e che invece di reagire si ritirano, rinunciano, vivono il gioco come una condanna. Ci sono giovani incapaci di dare parole al proprio disagio, che preferiscono sguazzare nell’umiliazione piuttosto che affidarsi alle mani aperte di adulti benintenzionati, e che si chiudono nel mutismo anche quando stai provando a salvarli da un torto evidente.
Per chi si riconosce in questa seconda reazione, la frustrazione è doppia.
Da un lato c’è quella di chi, nel suo piccolo, ha provato molte volte a fare la sua parte e sa bene che spesso non basta. Non basta l’intuizione, non basta la disponibilità, non basta la vicinanza, non basta nemmeno il tempo speso a cercare un varco. E questo è uno dei sentimenti più avvilenti: vedere una traiettoria che si deforma e non riuscire a incidere abbastanza. Sentire che il tuo interlocutore non riesce a reagire perché non desidera o non pensa di meritare di meglio, o anche che esista qualcosa di meglio.
Dall’altro lato c’è la frustrazione verso i propri pari, verso gli adulti con cui ogni volta provi a riaprire il discorso. A spiegare che quello che sta succedendo non è normale, o almeno non è più riducibile alle categorie con cui ci siamo raccontati fin qui l’adolescenza. Che forse l’adolescenza l’abbiamo sabotata noi. Che dobbiamo cambiare parole, metodi, attenzioni. Che dobbiamo spostare il baricentro: prima ancora dei risultati scolastici, dei gesti tecnici, delle convocazioni, delle performance, viene la necessità di fare breccia in quegli scudi, di accompagnare quei ragazzi un po’ più in là del punto in cui rischiano di arenarsi. E ogni volta sembra di ricominciare da capo, consumando capitale sociale, ruolo, credibilità, passione civile, per poi ritrovarti comunque a svuotare il mare con un cucchiaino.
Perché è più facile pensare che siano semplicemente fragili, smidollati, annoiati, guastati da una società decadente che li ipernutre e insieme li svuota. E certo c’è del vero, in questo. Ma è una verità insufficiente. Non basta a capire. E soprattutto non basta a intervenire.
Sono tanti. Stanno male. Alcuni stanno molto male, anche se non li vediamo perché finiscono lontano dalla nostra vista. Qualcuno lo perdiamo per sempre. Qualcuno si spegne in silenzio. Qualcuno, come nel caso che oggi fa da pretesto a questo ragionamento, si ribella nel modo più intollerabile e inconcepibile. E persino lì, dentro al dramma e dentro alle parole ripugnanti, ti sorprendi a intravedere una caricatura orribile di quella reazione che, con le migliori intenzioni, hai cercato tante volte di incoraggiare nei suoi coetanei: non subire tutto, non lasciarti schiacciare, prova a opporre qualcosa di tuo, fai emergere il tuo punto di vista, il tuo modo di essere.
Questa cosa non è normale. E credo che sbagliamo a trattarla come una semplice variante dell’adolescenza problematica. Così come temo sia riduttivo archiviarla come effetto collaterale della parentesi terribile del Covid. Anche lì: c’entra, certo. Ma non basta.
C’è qualcosa che sempre più spesso si inceppa nel progetto di vita che famiglie, scuole, sport e società offrono a questi ragazzi. Se devo basarmi sulla mia esperienza di genitore e di dirigente sportivo, il fenomeno cresce, si allarga, si complica di anno in anno.
Per questo non credo possiamo limitarci a infierire sul ribelle di turno. Né rifugiarci nel rassicurante talk show parapsicologico sulla gioventù perduta – categoria dentro cui, volendo, potrebbe ricadere anche questo post. Credo invece che dovremmo accettare di farci qualche domanda più scomoda e di mettere in discussione alcune certezze.
Non è il problema di un ragazzo. È un problema di relazione tra generazioni. E finché continuiamo a trattarle come eccezioni, continueremo a sorprenderci ogni volta che succede e a perdere l’occasione di influire sulla vita di tutti gli altri.
Il senso della comunità per i giovani
- LOCATED IN Dico la mia
Mi ha incuriosito stamattina leggere sulle pagine cittadine del Gazzettino un’intervista al Vescovo di Concordia-Pordenone Giuseppe Pellegrini, nella quale, rispondendo a una domanda su immigrazione e violenza, egli afferma che i giovani «hanno perso i valori», «non sanno cosa fare» e che «spetta a noi adulti prendere in mano la situazione e dare loro un senso». La sua è una lettura della realtà che rispetto e che so molto diffusa e condivisa. Eppure – a mio modo di vedere, senz’altro minoritario – rischia di allontanarci dalla soluzione.
Perché mette a fuoco i ragazzi, ma lascia sullo sfondo le condizioni che abbiamo costruito attorno a loro. Negli ultimi decenni, per ragioni spesso comprensibili e intenzioni al limite nobili, abbiamo decimato gli spazi di esperienza, aumentato il controllo, sterilizzato il rischio. Abbiamo chiesto prudenza e obbedienza molto più di quanto abbiamo offerto occasioni reali di crescita.
Qui la responsabilità adulta è difficile da eludere, a partire dai luoghi che erano palestre privilegiate di autonomia e responsabilità: la scuola (di cui qui abbiamo discusso spesso in passato) e le parrocchie. Gli oratori sono stati per decenni luoghi aperti, in cui si imparava facendo. Quelli che ho conosciuto io in giovinezza (il San Giorgio di don Bozzet, il Don Bosco dei Salesiani, la Casa dello Studente di don Padovese, il Cristo Re di don Zovatto, il San Giuseppe di don Pandin) erano spazi protetti ma veri, dove sperimentare libertà, relazione, errore.
Oggi, nella maggior parte dei casi, quei contenitori – così come la gran parte degli spazi pubblici e di aggregazione non commerciali – si sono ridotti, svuotati, quando non del tutto estinti. Non soltanto per ragioni organizzative o demografiche, ma anche per una crescente difficoltà ad accettare il disordine inevitabile di ogni esperienza viva e a sostenerne le responsabilità. Ci siamo trincerati dietro norme e vincoli che proteggono gli adulti più di quanto abilitino i ragazzi.
Poi osserviamo il risultato e lo chiamiamo “mancanza di valori”. Ma i valori non si consegnano: si praticano. Non si iniettano: permeano. Non si dichiarano: si rendono credibili. Se togli i luoghi e le esperienze, restano le prediche. E le prediche, da sole, non costruiscono senso.
Dire che “tocca agli adulti dare un senso” dunque è vero solo a metà. Agli adulti tocca creare le condizioni perché quel senso possa emergere ed essere messo alla prova. Spazi, tempo, fiducia. E disponibilità ad assumersi il rischio che questo comporta. Ovvero tutto quello che, anno dopo anno, per ragioni legali, fiscali, economiche, politiche, filosofiche, abbiamo sottratto al nostro progetto di comunità. Possiamo ritenere queste scelte giustificate e prioritarie, naturalmente, ma allora dobbiamo farci carico anche delle loro conseguenze meno grate.
Sobillo da anni una riflessione ampia su questo tema, che pure sembra sfuggire con ostinazione all’agenda pubblica.
§
Ne ho discusso, in precedenza, qui:
Giuseppe che abitava gli interstizi
- LOCATED IN Ricordo
Nel secondo anniversario della morte di Giuseppe Granieri, al Polo bibliotecario di Potenza è stato organizzato un incontro per raccogliere spunti sulla cultura digitale e dedicare idealmente a questo dibattito uno scaffale in suo nome. Quello che segue è il testo del mio contributo, che in questa occasione non ho potuto portare di persona. Mi rendo conto una volta di più che l’assenza di g.g. resta per me un concetto ancora molto astratto.
§
Dedicate a Giuseppe Granieri gli scaffali di libri, ma non cercatelo nei libri.
Non lo troverete nelle copertine allineate, nei titoli evocativi, nelle sottolineature. Giuseppe non era i suoi libri. Non era la sua biblioteca. Non era i suoi post, le sue piattaforme, le sue conversazioni infinite.
Era tutte queste cose, certo. Ma era soprattutto ciò che accadeva tra una cosa e l’altra. Era il movimento che passava tra una mente e un’altra, tra un testo e le sue conseguenze, tra un’idea e la sua trasformazione. Era la tensione che rende i nodi di una rete più intelligenti.
Se la cultura digitale ci ha insegnato qualcosa, al netto delle mode, delle piattaforme e delle metriche, è che il valore non risiede nel nodo ma nella relazione. Un nodo isolato è un archivio. Una relazione è una trasformazione.
Per lui la rete non era un’infrastruttura. Era una postura. Non un insieme di cavi e protocolli, né una macchina per vendere o persuadere, ma un modo di stare al mondo: conversazione, responsabilità, cura del legame. In un tempo che misura in visibilità, lavorava sull’invisibile. In un tempo che premia l’ego – e avendone uno che certo non si poteva dire contenuto – Giuseppe moltiplicava gli altri.
Questa postura Giuseppe la praticava prima ancora di formularla. Non era un esperto che spiegava: era un connettore che attivava. Era competenza, molta. Ma era soprattutto un attivatore di competenze altrui. La sua vita è stata un grande sistema operativo relazionale.
Giuseppe abitava le soglie: tra online e offline, tra accademia e rete, tra teoria e pratica, tra umanesimo e tecnologia, tra ironia e profondità. Era una soglia vivente. E le soglie non si possiedono: si attraversano, e segnano una cesura tra un prima e un dopo.
Sapeva interloquire con tutti: non per diplomazia, ma per curiosità. Teneva nello stesso spazio l’accademico e l’hacker, il manager e l’attivista, il teorico e il pratico, senza ridurre nessuno alla caricatura dell’altro. Faceva sedere allo stesso tavolo persone che non avrebbero mai pensato di avere qualcosa da dirsi. E spesso scoprivano di avere più domande in comune che risposte divergenti.
Non era soltanto il mediatore: era, a suo modo, entrambe le cose. L’accademico e l’hacker. Il manager e l’attivista. Il teorico e il pratico. Non come contraddizione da risolvere, ma come complessità da sostenere. Forse è anche per questo che sapeva comporre gli altri: perché dentro di sé aveva imparato a far convivere differenze che si pensano separate. Nelle connessioni che attivava si rifletteva, in controluce, la sua personalità plurale.
Uscivi dalle conversazioni con lui leggermente spostato. Non convertito, non convinto: spostato. Aveva la capacità di non chiudere mai un discorso nel punto in cui sembrava concluso. Lo riapriva, lo inclinava, lo rendeva poroso.
Ha ispirato una generazione non perché offrisse risposte – anche se poi amava avere l’ultima parola – ma perché legittimava le domande. Ci ha dimostrato che l’universo delle idee non è mai chiuso, e che chiunque può contribuire a reinterpretarlo, in modo più facile, più diffuso e più corale che mai nella storia.
Con lui le idee non erano mai proprietà privata: erano ambienti condivisi. Non ti consegnava una tesi, pur avendone formulate in abbondanza: ti metteva in una condizione. I post, gli articoli, i libri che restano di lui sono soltanto le briciole di un percorso fatto insieme a tante persone, persone che spesso oggi si ritrovano amiche grazie a un suo innesco.
Molti dei concetti che oggi utilizziamo con naturalezza – comunità, conversazione, identità distribuita, responsabilità connettiva – li abbiamo attraversati insieme a lui, spesso senza nemmeno accorgerci che stavamo costruendo un lessico comune.
La sua eredità più radicale non è in ciò che ha scritto, ma nel metodo che ha incarnato: l’idea che la cultura digitale non sia una specializzazione, ma una forma di cittadinanza. Che abitare la rete significhi assumersi la responsabilità delle proprie connessioni. Che partecipare non sia consumare contenuti, ma contribuire alla forma della conversazione.
Mi riesce ancora straordinariamente difficile, anche a due anni di distanza, rappresentare ciò che Giuseppe Granieri è stato. Le persone che abitano gli interstizi sfuggono alle definizioni. Non coincidono con le opere, con i ruoli, con il curriculum.
Possiamo però riconoscere ciò che continua ad accadere grazie a lui. Nelle connessioni che diamo per scontate. Nella cura con cui scegliamo una parola. Nel modo in cui teniamo aperto uno spazio di confronto. Se oggi siamo capaci di vedere valore non soltanto nei contenuti ma nei legami che li tengono insieme, è perché qualcuno ci ha abituato a guardare lì.
E ciò che conta, quasi sempre, non è ciò che si vede. Ma ciò che continua ad accadere. Anche tra noi. Anche qui. Proprio qui. Oggi, anche se lui non è più.
Le parole che non ti ho scritto
- LOCATED IN Ricordo
Caro Luca,
abbiamo condiviso lo stesso asse del tempo, ma quasi mai lo stesso punto.
Potrei dire che eri avanti. Ma forse non è esatto. Non correvi necessariamente più veloce degli altri: stavi su un altro battito. Eri dentro il nostro tempo, ma seguivi un ritmo tuo, una traiettoria personale. A volte in anticipo, a volte fuori sincrono; negli ultimi anni in un altrove che ti ha permesso di scrivere pagine potenti, non facili, preziose.
Se ripenso alle nostre traiettorie, mi colpisce questo scarto costante. Ci siamo sfiorati molte volte. Stessi temi, stessi mondi, stessi incroci. Sempre con rispetto. Sempre con una distanza riconosciuta. Non siamo stati intimi, e dirlo non è una diminuzione: è una forma dell’onestà che ci siamo riconosciuti. Abbiamo abitato le stesse stagioni in modi diversi, o in momenti diversi. Ci osservavamo, credo, con curiosità vigile.
Sei stato ambientalista quando l’ambiente era ancora materia per pochi ostinati, non certo un capitolo dell’agenda pubblica. Ti sei impegnato nella tua comunità all’età in cui di solito si comincia a pensare a se stessi. Sei stato blogger quando i blog erano una stanza stretta e febbrile, abitata da una minoranza che si riconosceva a vista. Quando quella stanza è diventata piazza, città, mondo, tu hai inseguito la dimensione imprenditoriale: la possibilità di farne lavoro, struttura, progetto.
Poi sono esplosi i social network, e per te sono diventati identità, posizionamento, competenza, progetto editoriale. Senza clamore, senza pose. Con metodo e serietà.
Hai esplorato il mondo dei personal open data e del quantified self quando in Italia erano ancora parole esotiche. Ti interessava misurare, capire, correlare. Cercare senso nei numeri prima che i numeri diventassero slogan. L’emergere dell’intelligenza artificiale ti ha fatto compiere un ulteriore salto in questa esplorazione di te in relazione al mondo, al senso delle cose, all’evoluzione del tuo ruolo in una realtà sempre più confusa e complessa.
Quando infine la rete è diventata totale, onnipresente, inevitabile, tu hai cominciato a sottrarre. A togliere. A cercare l’essenza, invece dell’ennesima estensione.
Ecco la tua sincronia: non con la moda del momento, ma con una traiettoria interna. Non con il rumore, ma con una domanda. Con serietà. Con decisione. Con umiltà. E con rispetto, di te stesso e degli altri.
Il tuo ultimo progetto è stato il più radicale. Condividere il percorso verso la fine, riflettere pubblicamente sul tumore, sul tempo che si restringe, sul senso delle cose quando la prospettiva cambia, sulla chiusura consapevole del proprio cerchio. Lo hai fatto con una lucidità spietata, senza retorica, senza autoassoluzioni. Ancora una volta fuori sincrono rispetto al rumore: mentre il mondo correva, tu fermavi il tempo e lo guardavi negli occhi.
Ho cercato per settimane le parole per riconoscerti tutto questo, prima che fosse troppo tardi. Non ne sono stato capace, e ti chiedo scusa. Magari è codardo farlo oggi. Ma almeno grazie ci tenevo a scriverlo.
Ora puoi declinare il tempo all’infinito.
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