Il blog di Sergio Maistrello dal 2003
Quando il cliente è caro alla banca
- LOCATED IN Mi arrabbio
Rassegnato all’idea che i miei proventi non dessero la minima speranza di ottenere a fine anno un interesse più che misero, tre anni fa feci quest’accordo con la mia banca: tenetevi i vostri 10 euro di contentino natalizio, ma in cambio non fatemi pagare neanche una lira per i movimenti. Abbiamo giusto quello che fa per lei, mi dissero alla Cariplo (oggi Banca Intesa). Mi proposero questo conto corrente a interesse praticamente nullo, ma privo di spese (escluso il canone dell’home banking, la quota per la carta di credito, l’imposta di bollo e la spedizione degli estratti conto). Sa, mi raccontò contrito l’impiegato, la congiuntura economica non ci permette di concedere tassi troppo favorevoli.
Eh capisco, feci io.
Oggi la mia banca ci tiene a farmi sapere per iscritto e senza troppi complimenti che questo tipo conto corrente è nato alla metà degli anni Novanta e in uno scenario completamente diverso. Oh bene, penso: finalmente mi possono dare anche un tasso d’interesse che non cominci con zero virgola zero. Sbagliato. Perché sa, caro cliente, la congiuntura economica e l’introduzione della moneta unica hanno provocato un aumento del costo del denaro del 6,5%.
Non vi è andata neanche male, dico tra me e me: io le zucchine le pago anche il 30% in più.
Caro cliente, faccia poco lo spiritoso e si scordi le sue spese zero – mi richiama all’ordine la banca. Anzi no, le spese zero se le può anche tenere, aggiunge, ma in cambio ora d’ora in poi ci pagherà un fisso trimestrale. E ringrazi che ci teniamo sul groppone un pezzente come lei. Poi vede, caro lei, se per una giacenza media inferiore ai 500 euro ci dovrà 30 euro ogni tre mesi, le basterà dimostrare di saper scendere a patti con la congiuntura economica e lasciare in deposito più di 500, 2.000 o 8.000 euro e il canone calerà fino a 10 euro. Per mantenere le sue attuali condizioni, conclude trionfante la lettera, le basterà avere nel suo conto non meno di 15.000 euro.
(Io qui non dico più nulla: penso all’ultimo estratto conto e scoppio a ridere)
Ora, io di fronte a una lettera del genere mi arrabbio e neanche poco. Prima di tutto perché penso che se non hanno avuto alcuno scrupolo a disturbarmi sul cellulare per propormi l’acquisto dei loro meravigliosi fondi d’investimento, forse potevano trovare un modo meno freddo di comunicare anche questa novità. In secondo luogo perché pone un ultimatum molto poco cortese: la nuova gestione prenderà possesso del suo conto corrente dal primo ottobre, caro cliente; lei ha tempo 15 giorni per prendere le sue cose e levarsi di torno, se non l’aggrada. Ma si sbrighi, perché in piccolo e dopo averla distratta con altre minuzie le comunichiamo pure che le spese di chiusura conto passeranno da 0 a 41,31 euro in una botta sola.
Certo, in realtà la lettera dice «… bla bla bla… siamo costretti a rivedere le condizioni del suo conto… bla bla bla…», però io non riesco proprio a immaginarmi questi signori minacciati pistola in pugno a variare tassi e canoni nottetempo. E nemmeno a tenere in ufficio le lettere dal 9 settembre (data ufficiale della comunicazione) all’altro ieri (quando mi è stata effettivamente recapitata) per il dispiacere di separarsene, riducendo in questo modo della metà l’intervallo di tempo in cui il loro adorato cliente può fare quattro confronti con altri prodotti bancari.
Mi arrabbio anche perché detesto che qualcuno cerchi di fregarmi fingendo pure di farmi un piacere: di fronte a un aumento potenziale delle spese di 120 euro all’anno, trovo quanto meno di cattivo gusto proporre come arricchimento dell’offerta l’accesso gratuito ai servizi di home banking e alla carta di credito (valore commerciale complessivo 33,49 euro).
Mi arrabbio, infine, perché mi sfugge proprio quali spese abbia dovuto sopportare finora la mia banca per mantenere il mio conto corrente, considerato che sono io a pagare i 20 euro scarsi di tasse annuali, le spedizioni delle comunicazioni e il forfait di 1,03 euro per l’estratto conto della carta di credito; sono sempre io a inoltrare i bonifici bancari e a consultare ogni genere di dato via Internet, limitando l’apporto umano; sono io ad aver impegnato il prezioso tempo dei dipendenti della banca per non più di dieci minuti complessivi in tre anni e mezzo; e sono sempre io ad aver fatto transitare finora una cinquantina di mensilità di stipendio presso il loro istituto, che qualche contributo indiretto ai loro investimenti in grado di ripagare il disturbo avranno pur dato.
Evidentemente non ne so abbastanza di come funzionano le banche. Vorrà dire che nei prossimi 8 giorni mi farò una cultura comparando tutto ciò che offre il mercato.
(Caro cliente, lei è un illuso: le altre banche hanno già da tempo adeguato i loro conti zero spese alla congiuntura economica – si diverte a sbeffeggiarmi la lettera, arrogante fino all’ultimo. E poi di che si lamenta? Sul contratto che ha firmato c’era scritto chiaramente che avremmo potuto essere antipatici fino a questo punto.)
Buongiorno, memoria
- LOCATED IN Guardo
Carino Buongiorno, notte. Peccato che continuassero a interrompere i filmati storici con il film.
No, sul serio: non mi è dispiaciuto del tutto, ha un suo fascino. Però in fin dei conti non è nulla: non è ricostruzione storica, non è approfondimento psicologico, non è fantasia. Si accontenta di essere atmosfera, e forse non basta. Sarà che di recente mi è capitato di leggere la raccolta delle lettere rese pubbliche tra quelle scritte da Moro durante la prigionia: così umane, e tormentate, e politiche che non mi accontento dello sguardo pur originale di Bellocchio.
Di sicuro non mi sorprende che non abbia vinto a Venezia: tutti quei sottointesi su fatti e persone di 25 anni fa devono essere sembrati ben poco immediati agli occhio di uno straniero.
Invece, quelle immagini d’epoca. Ora ho la certezza di subire il fascino di tutto ciò che appartiene a epoche in cui c’ero, ma non ero ancora partecipe. Diciamo tutto quanto è compreso tra il terremoto in Friuli (1976) e i mondiali di calcio in Spagna (1982). E dei piccoli particolari della tv di allora: la sigla del telegiornale (la serie di 2 che spuntavano uno sotto l’altro), le videografiche grezze (i titoli del tg scritti al computer che comparivano a tutto schermo dietro la scrivania), i conduttori (il giovane Giancarlo Santalmassi, il rassicurante Mario Pastore), le voci dei servizi (che facevano così televisione di Stato).
Me lo ricordo, il 1978: ricordo tutto quel parlare di Moro. Di Moro e del Papa polacco, si sentiva parlare. Io non capivo perché i tg fossero così noiosi, in quel periodo. È buffo: venticinque anni dopo, invece, non riesco a capire perché i telegiornali devono intrattenere.
…la usano come i telegrammi: parole che costano. Chiedi, cercando di non dilungarti oltre il necessario, «Tutto bene? Come sta X? Hai poi combinato quella cosa con Y? Mi confermi l’appuntamento?». La risposta tipo è «Bene» oppure «Ok», seguita dalla firma. È una sorta di passe-partout che soddisfa tutte le domande con una parola sola, oppure la conferma solo alla prima. Ottieni una sola certezza: tu fai troppe domande.
…ce l’hanno ma non la utilizzano affatto, come una segreteria telefonica che fa bella mostra di sé in soggiorno, ma resta sempre disattivata «perché m’impressiona sentire le voci registrate sul nastro». La esibiscono, ma non la usano. Amano essere contattati, ma fanno i preziosi. Li incontri di rado, e in quel caso ti dicono: «Scrivimi!».
…la confondono col diario dell’adolescenza. Alla richiesta «Stai bene?» rispondono con un sunto di psicologia, alla curiosità «Come hai passato il fine settimana?» allegano il depliant turistico, al desiderio «Quando ci vediamo?» uniscono l’ultimo anno di frustrazioni. Aprono il cuore per la dedizione, ma assorbono l’attenzione di una giornata intera.
…la preferiscono alla chat. Una frase, una mail. Due ore di conversazione, tredici mail. Ti chiedi: perché non usiamo il messenger? «No», ti rispondono, «non mi piace chiacchierare via Internet; piuttosto uso il telefono».
…la domano con personalità. Rispondono con misura a tutte le richieste, soddisfano ogni richiesta, spediscono tutto il materiale desiderato. Non prima di due settimane.
Ulteriori particolari in cronaca
- LOCATED IN Mi arrabbio
Ad Antonio e a quanti oggi si sono interessati alla curiosa telefonata di ieri racconto che sono andato un po’ più in fondo alla questione.
Riassumo e completo. Suona il cellulare, compare un numero sconosciuto con prefisso siciliano, l’operatrice si presenta come un’addetta di XY che svolge un’indagine per conto di YY. Chiede (dopo aver ottenuto il mio permesso, perché volevo capire di più di una procedura così strana) di quante persone sia composto il mio nucleo familiare, quanti televisori/videoregistratori/dvd/collegamenti a Internet io abbia in casa, il titolo di studio, l’occupazione, l’anno di nascita e, infine, i dati anagrafici.
Al termine della telefonata, chiusa dalla mia interlocutrice senza troppi fronzoli, rimango intedetto: non ho ricevuto nessuna indicazione in merito alla tutela dei dati personali, né ho colto dettagli in grado di garantire al mio buon senso che la signorina dall’altra parte della cornetta avesse davvero a che fare con YY. Come se non bastasse, secondo Pagine Bianche il numero comparso sul display è intestato a una terza società.
YY è Auditel.
Penso: è fin troppo facile usare un nome del genere per ingannare le persone.
Penso male. Nel dubbio di aver regalato i miei dati personali al primo che imbrocca il numero del mio cellulare, telefono all’ufficio stampa di Auditel. Dove, in modo informale, smentiscono ogni mia perplessità e confermano di conoscere tanto XY quanto la società terza. Si appoggiano a queste, mi spiegano, per un’indagine particolare: hanno difficoltà a comporre panel di nuclei familiari formati da una sola persona con i metodi tradizionali. I metodi tradizionali si affidano perlopiù all’elenco telefonico, ma i single sempre più spesso non hanno un numero di rete fissa e utilizzano solo il cellulare. Poiché dei numeri di cellulare non esiste un elenco pubblico, sono costretti a estrarli in modo casuale, sperando di colpire il bersaglio sparando nel mucchio.
Caso risolto.
Detto tra noi, mi sembra un processo quanto meno macchinoso. Nonché – lo dico con tutta la simpatia per quei ragazzi imbarazzati e attaccati a una cornetta buona parte del giorno – un ulteriore imbarbarimento dei già facili costumi dei call center.
Ah, già che ci siamo: esiste già un metodo Torriero per i cellulari?
Ho vinto qualche cosa?
- LOCATED IN Mi arrabbio
Squilla il cellulare. Numero visibile, ma sconosciuto.
Operatrice: Buonasera, sono XX della società XY. Conduciamo ricerche demoscopiche per conto della società YY. Conosce YY? Può dedicarmi qualche minuto del suo tempo?
Io: Conosco YY. Ma mi tolga una curiosità: come fa YY a conoscere il numero del mio cellulare?
Operatrice: Ah già. È stato estratto a caso da un computer.
Io: Che fortuna, funzionasse mai con i numeri del Lotto! Sì, ma mi spiega come faceva ad avere il mio numero nel suo database, questo computer?
Operatrice: No, guardi, non ha capito. Il computer ha generato in modo casuale il suo numero di telefono.
Io: Ah. (sconcerto)
Cartoline dalle vacanze
- LOCATED IN Vivo
- L’omino che chiede l’elemosina suonando un buffo violin-corneta, un violino con un corno acustico al posto della cassa armonica, dietro la Bourse di Bruxelles
- Le multe dei vigili belgi, diligentemente inbustate in un cellophane che le protegge da pioggia e intemperie
- Le cattedrali nordiche, un misto di gotico e moderno in cui si respira comunità e non distanza
- L’inaspettata Madonna di Michelangelo nella cattedrale di Bruges e la sensazione travolgente di trovarsi come di fronte a una persona in carne e ossa dentro un museo delle cere
- La fontana di Brabo nella piazza principale di Anversa, senza recinti né protezioni, e la leggenda della mano gettata
- Il contrasto tra gli scorci medievali mozzafiato del centro storico di Gent e la desolazione della sua periferia
- L’abbuffata di mulles a Lille
- La strana percezione del tempo ne Il Corpo di Kureishi
- L’Internet café del lido ferrarese, che fa pagare un euro ogni 10 minuti di navigazione
- Il grande centro commerciale costruito a un paio di chilometri dalle spiagge comacchiesi: un’ora di Milano in 10 giorni di natura
- Scelte importanti
Siamo uomini o talpe?
- LOCATED IN Dico la mia
Ho fatto scorta di cibo, comprato un condizionatore, staccato il cellulare, attivato la segreteria telefonica, noleggiato una lampada Uva, nascosto l’auto, dato le piante al portiere perché le annaffi, fatto incetta di souvenir e cartoline da Internet. E mi sono piazzato davanti alla tv. A volte faccio anche due o tre flessioni. Insomma: parto per le vacanze. Tanto qualcuno disposto a bersi certe notizie si trova sempre…
Un Mucchio di canzoni di De André
- LOCATED IN Ascolto
Di tanto in tanto mi capita di riascoltare uno in fila all’altro tutti i cd di Fabrizio De André che posseggo, in particolare La Buona Novella e il concerto dal vivo del 1998. Esclusa la musica classica, nella mia testa è quanto di più vicino all’idea di buona musica. La settimana scorsa era uno di questi momenti: alla sequenza di dischi se n’é aggiunto uno in extremis, gradito allegato al numero in edicola di Mucchio Extra, il trimestrale di approfondimento del Mucchio Selvaggio.
Non più i cadaveri dei soldati contiene 80 godibili minuti di reinterpretazioni dei capolavori del cantautore genovese. Sfilano Afterhours, Massimo Bubola, Mercanti di Liquore, Claudio Lolli, Marco Parente, Il Parto delle Nuvole Pesanti e altre voci minori, mentre le cover spaziano dalle canzoni più note (La canzone di Marinella, La guerra di Piero, Un giudice) a gioielli meno conosciuti (Coda di lupo, Monti di Mola, Nell’acqua della chiara fontana). Spicca chi non ci ha messo troppo del suo, perché le canzoni di De André vivono già di equilibrio perfetto tra semplicità e misura (oltre che della simbiosi con quel miracolo di sfumature che è la voce del loro autore); tuttavia l’operazione è onesta, e si sente.
Per chi apprezza il genere, vale tutti gli 11 euro del panino rivista+cd. Anche perché la rivista (che raccoglie materiale già pubblicato sul Mucchio Selvaggio più alcuni inserti originali) non è affatto male: è bello leggere articoli che non hanno fretta di finire, interviste che non vivono dei 5 minuti rubati alla presentazione di un nuovo album e viaggi appassionati nella storia della musica leggera (questo mese i Beatles).
Partenze intelligenti
- LOCATED IN Mi arrabbio

Dovrò tenerne conto, la prossima volta che mi metto in viaggio verso il Friuli: la strada più breve tra Milano e Pordenone è quella che passa per Lucca. Così almeno dando retta a Poste Italiane, che evidentemente smista in Centro Italia anche la corrispondenza urgente inoltrata via PostaCelere. Non c’è da stupirsi se poi la consegna, che sarebbe garantita in un giorno lavorativo, arriva uno o due giorni dopo il termine («ma ci sono stati problemi a Lucca», dicono al call center). Con tutto che PostaCelere si definisce un corriere espresso e ha una tariffa di 8 euro per busta.
Si fa presto a dire immorale
- LOCATED IN Dico la mia
Sapete com’è, io mi inquieto un po’ quando sento dire che alcuni tra i miei amici – di norma persone piuttosto degne – potrebbero avere aspirazioni gravemente immorali. Dunque mi ha colpito molto il documento di ieri con cui la Chiesa ha giudicato ancora una volta «nocive per il retto sviluppo della società umana» le unioni tra persone dello stesso sesso e «gravemente immorale» la loro legalizzazione.
Ora io, oltre a voler bene a tutti i miei amici senza condizioni, riconosco alla Chiesa il diritto, se non addirittura il dovere, di esporre visioni in coerenza con la propria missione. E ritengo che le persone – fedeli, non praticanti, atee, agnostiche che siano – siano pur sempre libere di mediare ogni messaggio ecclesiastico alla luce della propria sensibilità. Per quanto concerne lo Stato, invece, ho la ferma convinzione che – comunque la si pensi in fatto di religione – la sua laicità sia una garanzia di civiltà e di pacifica convivenza. Dunque per me il documento di ieri è e resta il parere, in quanto tale rispettabile, della Chiesa in materia di unioni civili. Rispettare l’opinione non significa condividerla, e infatti non la condivido.
Non sono così ingenuo da non capire che nella realtà quel documento ha un peso politico determinante, ma credo che sia più importante porre attenzione sull’oggetto del contendere. Perché temo che sulle unioni civili (tra persone dello stesso sesso, ma anche tra eterosessuali) si stia facendo molta confusione. Promuovere la famiglia e la procreazione è un conto, sbattere la porta in faccia a persone che verosimilmente non daranno comunque vita a una famiglia “tradizionale” è un’altra. Quello che a molti ancora sfugge, forse, è che la lobby gay (non da sola, peraltro) chiede allo Stato non l’autorizzazione a una cerimonia in abito bianco, ma il riconoscimento giuridico di una realtà di fatto che, piaccia o non piaccia ai più bigotti tra noi, esiste a priori. E in molti Paesi europei questo è stato compreso da tempo.
Così, impedire l’assistenza al patner ammalato, rifiutare forme civili di condivisione di diritti e di doveri reciproci, non garantire all’eventuale partner superstite una certezza di stabilità vita che prescinda dalla vita del compagno o della compagna e via dicendo sarà anche la strana espressione di una presunta moralità pubblica, ma a me continua a apparire solo una cinica e crudele mancanza di senso della realtà. Persone dello stesso sesso continuano e continueranno a vivere insieme, ad amarsi e rispettarsi con o senza una carta da bollo. Anche più che in passato, perché – beata l’ora – forse i tempi sono abbastanza maturi da non costringere le persone a vergognarsi dei propri sentimenti.
Ci sono articoli interessanti, sui giornali di oggi. Non li condivido tutti, ma quasi sempre provocano con intelligenza. Tra quelli linkabili e non a pagamento segnalo:
La Chiesa e lo Stato
Gaspare Barbiellini Amidei sul Corriere della Sera
Quelli che hanno paura dell’amore
Lidia Ravera sull’Unità
Un altro schiaffo a noi omosessuali credenti
intervista a Fabio Perone sull’Unità
La vignetta, insieme dura e delicata, di Staino sull’Unità
Ratzinger e le coppie omosessuali
editoriale su Il Foglio
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