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Il blog di Sergio Maistrello dal 2003

Giugno 16 2003

Neri Marcoré nei panni di Nello BalocchiL’ho inseguito per mesi. Sabato finalmente sono riuscito a vedere Il cuore altrove, l’ultimo film di Pupi Avati. Sarà stata l’aspettativa coltivata a lungo, ma non mi ha convinto affatto.

Bel soggetto, bella ambientazione, bravo Neri Marcoré (che non cede alla macchietta, anche se non completa ogni possibile sfumatura del protagonista), solito poetico stile intimo e sottotraccia del regista. Però non funziona. Sono troppi gli spunti solo accennati: uno su tutti, la seconda famiglia allargata di chi, agli inizi del secolo scorso, era costretto a lasciare la sua città. Troppi i personaggi e le scene funzionali al solo sviluppo della storia: la cieca sorella dell’amante smaliziata del barbiere Nino D’Angelo, un intero versante della storia da dimenticare. Pochi i protagonisti davvero riusciti: bravissimo Giancarlo Giannini, lui sì in grado come pochi di comunicare un mondo intero con una sola battuta, ma sorprendente pure Vanessa Incontrada.

La sensazione è che ci fossero tutti gli ingredienti necessari al capolavoro, ma che per fretta o incostanza o urgenza di raccontarlo Avati si sia fermato molto prima del dovuto. Nello Balocchi, nonostante ciò, è uno dei più bei personaggi creati dal nostro cinema recente. E meritava qualcosa di più.

Per saperne di più: il trailer, le interviste di Mollica, la recensione di KataWeb e quella, piuttosto entusiasta, di Repubblica.

Giugno 13 2003

Ora: già con questo caldo è difficile dormire. In più l’afa sta mettendo a dura prova il mio atteggiamento un po’ talebano nei confronti dell’aria condizionata. Ma non dormire per i troppi condizionatori altrui accesi è davvero intollerabile.

A mezzanotte e mezza il sistema elettrico di tutto l’isolato va in tilt. Troppo assorbimento, pare. E ci credo: qui hanno tutti un condizionatore che gira al massimo fuori dal balcone. La prima ora aspetto fiducioso, e il tempo passa grazie al suono delle sirene dei negozi e a spettacoli di varia umanità: sarà il caldo, sono tutti isterici stanotte. Anche la famiglia del secondo piano del palazzo di fronte, che già in condizioni normali comunica a decibel e bestemmie.

Poi il sonno prende il sopravvento. Alle tre e mezza ho la conferma che il giro degli interruttori per spegnere tutto era stata una grande idea. Se solo mi fossi ricordato anche la lampadina davanti alla mia faccia. Ripartono tutti i condizionatori a palla per recuperare le quasi tre ore di caldo accumulato (ma nessuno ha pensato di segnerli per pietà, nel frattempo?), riparte il casino (danze propiziatorie e balli di gratitudine, suppongo). Io comincio a maledire nell’ordine due o tre casi di atteggiamento patologico nei confronti dell’aria condizionata di mia conoscenza. E il piano della luce del Comune – quello che prevede di combattere la criminalità riempiendo ogni angolo della città di lampioni (con il risultato principale di porre Milano in cima alle classifiche di inquinamento luminoso). Magari non c’entra nulla, ma in queste condizioni te la devi pur prendere con qualcuno.

Naturalmente il problema c’era e il problema rimane. E tra un black out e l’altro, tra una sirena e l’altra, tra un vicino in crisi di nervi e l’altro, la notte passa veloce e piuttosto insonne.

L’alba porta un giorno nuovo. Le sette: due occhiaie così. Fa già un caldo porco. Accendi l’aria condizionata, va’. Tanto stamattina è tutto a pos… zot!

Giugno 10 2003

Complice il gran caldo e la nuova occasione persa per dotarsi di un programma di prevenzione all’altezza di una metropoli, da una settimana a Milano è in corso un’esplosione demografica di zanzare inferocite. Chiunque abbia incautamente dimenticato di procurarsi per tempo zampironi e affini può facilmente verificare la dimensione del problema e beneficiare di molti pruriginosi promemoria. Non l’assessore all’ambiente del Comune, Domenico Zampaglione, che evidentemente conosce un ottimo insetticida se l’edizione odierna di Milano del Corriere della Sera riporta questa sua dichiarazione:

«Allo stato attuale la cittadinanza risulta “ipersensibile” rispetto non solo alla presenza di zanzare ma di insetti in generale, anche se non in grado di pungere. La notevole insettofobia, tipica delle comunità fortemente urbanizzate da diverse generazioni, va contrastata per quanto possibile con una continua e corretta informazione con l’obiettivo di riportare serenità di giudizio»

La cittadinanza, commossa, si gratta.

Giugno 9 2003

Via del CampoSiete mai stati a un concerto di Fabrizio De André? Ricordate con precisione luogo, data e scaletta di massima? Allora date una mano a Via del Campo, sito che da tempo sta costruendo un omaggio al cantante scomparso nel 1999 sotto forma di raccolta di tutto il materiale noto sul suo conto. Particolarmente ambiziosa la sezione riguardante i Tour.

Giugno 5 2003

A proposito di stagione estiva dei concerti, queste sono alcune date che ho segnato in agenda. Se riuscissi a vederne un paio sarei già contento:

– domani (venerdì 6) Cristiano De André tiene un concerto gratuito all’Idroscalo di Milano; tra l’altro, c’è una bella lista di concerti, spesso gratuiti, all’Idroscalo

– il 27, nell’ambito del Festival di Villa Arconati a Garbagnate (MI), la Piccola Orchestra Avion Travel si esibisce con Fabrizio Bentivoglio

– il 30, ancora all’Idroscalo di Milano, c’è il Milano Gospel Festival, una serata dedicata a cori gospel (ma con poco promettenti inserti dance) a ingresso gratuito, con donazioni spontanee per beneficenza

– il 12 luglio Carmen Consoli canta a Pordenone, in Fiera

– il 13 luglio i La Crus suonano al Lago Nord Live Festival di Paderno Dugnano (MI), con biglietti a 10 euro

– al Folkest, meraviglioso festival di musica etnica e folk che si tiene tutti gli anni in luglio in Friuli-Venezia Giulia, torna dopo un paio d’anni Allan Taylor, song poet inglese dalle atmosfere un po’ retrò e molto acustiche. Suona il 15 luglio al Castello di Udine, in una serata gratuita che vede anche la partecipazione di Eric Andersen e Massimo Bubola per approfondire il rapporto tra poesia e musica. Nel ricco programma del festival ci sono anche i Jethro Tull

Per informazioni complete e aggiornate sui concerti in programma nei prossimi tre mesi, consiglio i database di RockOL (compreso lo speciale Festival), musicaitaliana.com e lo speciale di Corriere.it.

Giugno 4 2003

Questa sera ho dato ufficialmente inizio alla stagione dei concerti estivi con quello che dovrebbe essere il mio settimo concerto di Eugenio Finardi.

Per la non comune sensibilità di autore e la raffinatezza delle interpretazioni, Finardi è forse l’unico artista che seguo incondizionatamente da una quindicina d’anni e che cerco di non perdere mai dal vivo quando tiene un concerto entro una cinquantina di chilometri dal luogo in cui mi trovo. Fra i sette, quello di oggi è stato tra i migliori dai tempi del tour acustico nei teatri dei primi anni ’90. Nulla di particolarmente nuovo, in effetti, ma una buona sintesi del lavoro recente che ha come pretesto l’originale esperimento di Cinquantanni, l’album del 2002 in cui ha recuperato e riarrangiato alcune canzoni poco note del suo repertorio anni ’70 e ’80.

In gran forma e con una voce sempre più calda e ricca di sfumature, Finardi riunisce in questa serie di concerti alcuni dei suoi successi storici, i gioielli appena riscoperti, ma anche echi del progetto Il silenzio e lo spirito (con cui nel dicembre scorso ha preso parte alla rassegna La Musica dei Cieli), dell’ormai storico tour Acustica e dell’esperienza essenziale e basata sull’improvvisazione dei concerti in trio dello scorso anno. Più ampia, ma non necessariamente meno acustica, la formazione che lo accompagna: alle chitarre di Francesco Saverio Porciello e alle tastiere di Vincenzo Muré si uniscono in questo caso anche batteria e (contrab-)basso.

Piacevole sorpresa della serata di oggi ad Arese (dove la minaccia del maltempo ha spinto gli organizzatori a rinunciare alla cornice della settecentesca Villa Ricotti per il più tradizionale cinema-teatro) è stata l’escursione nel troppo presto dimenticato album Occhi del 1996, da cui Finardi ha rispolverato la bellissima Un uomo (oltre alla più frequente cover Uno di noi). Segno forse che i conti con quel periodo, artisticamente e umanamente impegnativo, sono definitivamente chiusi ed è giunto il momento di riscoprire a piccole dosi alcuni gioielli perduti.

È interessante la rilettura energica ma più acustica che in passato di Soweto, mentre stupisce la ritrosia nell’inserire in scaletta quel capolavoro di attualità che è Afghanistan (anno 1975, rispolverata in Cinquantanni). Per chi non lo avesse ancora sentito cantare il classico di Gershwin Summertime, infine, la sua rivisitazione blues – ancor più incisiva che nel tour Acustica – è un raro gioiello di interpretazione.

Nel complesso, un concerto affascinante e la garanzia di due ore di ottima musica per chiunque non abbia familiarità con le canzoni di Finardi. I fan più accaniti, invece, potrebbero restare perplessi per la perdita di una nuova occasione per proporre un concerto ancor più coraggioso nel taglio e nel repertorio, a maggior ragione avendo le spalle coperte da un disco che coraggioso lo è stato davvero. Tuttavia non potranno non apprezzare la sensazione di trovarsi di fronte a un cantautore ritrovato per vivacità e ispirazione artistica.

Andatelo a sentire, se vi capita.

Giugno 2 2003

Una scena di Good Bye, Lenin!Delizioso. Good Bye, Lenin! è davvero delizioso.

Per fortuna che doveva essere un film sui (più o meno stucchevoli) “se” della storia. È, invece, una commedia dolce-amara sui rapporti familiari, sulle radici, sul futuro, sulla politica respirata per la strada, sulle aspirazioni, sul crescere, sulle idee e sulla loro evoluzione, sulla creatività, sull’amore, sulla memoria. Su tante altre cose, in effetti. Ma vale la pena vederlo al buio, senza saperne troppo.

Il film mescola in modo coraggioso divertimento e commozione, ma scansa con eleganza gli eccessi. Eccede, semmai, nel numero di spunti narrativi e tuttavia non arriva mai a compromettere la scorrevolezza. È abbastanza convenzionale nella struttura, ma piacevolmente ricco di guizzi visivi e scene di profondo coinvolgimento emotivo (è splendida, a questo proposito, la scena in cui Lenin compare davvero).

Di Good Bye, Lenin!, che in Germania è in vetta agli incassi, in Italia non si parla molto. Se volete saperne di più, su TrovaCinema sono citati brani dei (pochi) articoli comparsi sui maggiori quotidiani, mentre Kataweb intervista il regista Wolfgang Becker e marquant scrive una recensione originale (che forse può apprezzare fino in fondo solo chi il film lo ha già visto).

Giugno 1 2003

Metti un sabato sera a Pordenone. Esco dal cinema e mi ritrovo avvolto in una nebbia puzzolente. A duecento metri da lì, in pieno centro città, un vasto incendio sta distruggendo da un paio d’ore un negozio di tessili e sta minacciando una libreria, un archivio regionale e una banca. I particolari in cronaca.

Particolare curioso, quell’angolo di Pordenone non è affatto nuovo a eventi drammatici: l’edificio di fronte deve aver avuto i suoi buoni déjà vu.

Pordenone, incrocio tra corso Garibaldi, via XXX Aprile e via Oberdan

Immagine storica di Pordenone
primi del 900

Pordenone nel 1990
1990

Pordenone, sabato sera (da Il Gazzettino)
31 maggio 2003

Le immagini sono tratte dall’archivio del Liceo Leopardi e da Il Gazzettino

Maggio 25 2003

In treno

Questa sera eri una quindicenne brufolosa. Venerdì un operaio di quarant’anni. Due settimane fa uno studente venticinquenne. Secondo la mia esperienza di viaggi in treno – un totale di 400 punti maturati quest’inverno sulla IC Card in un triangolo di tratte che ha i vertici in Milano, Bologna e Pordenone – ci sei in quasi due viaggi su tre, senza distinzione tra Eurostar, Intercity e Interregionali. A te chiedo: è proprio necessario che tu ti metta regolarmente ad ascoltare al massimo volume tutte (tutte!) le suonerie del tuo cellulare?

–o–

Divertente è stato, invece, leggere Trenità di Giuseppe Antonelli (edito da peQuod), un libretto che mi è stato istintivamente simpatico non appena visto in libreria e che si poi è rivelato della lunghezza ideale per coprire un tragitto in Eurostar tra Bologna e Milano. Il libro non mi è dispiaciuto affatto: alcune visioni inaspettate, alcune descrizioni e alcuni giochi linguistici sono strepitosi. Tuttavia a mente fredda dico che ha mantenuto solo in parte le suggestioni proposte dalle presentazioni di copertina (dove però è del tutto azzeccata la descrizione di un testo «reticolare, stratificato, ricco di echi e di campionamenti: più che un romanzo, un concept album»).

Trenità è un romanzo, ma apparentemente non ha né capo né coda. Per impostazione e sviluppo, particolare curioso, mi ha fatto pensare spesso a un blog trasposto su carta. Il linguaggio è originale e ricercato, al punto però di arrivare più volte a irritare il lettore per eccesso di ricercatezza e di effetto. I «campionamenti» di cui sopra sono stralci di canzoni appartenenti per (ab)uso all’immaginario collettivo e in quanto tali sono utilizzati come passaggi, raccordi, descrizioni essenziali all’interno del racconto: ottima trovata in un primo tempo, poi però non regge sempre l’alto livello inziale, stanca e lascia pensare a un malriuscito e semiserio tentativo di imitazione del ben più geniale Bergonzoni. Visto il filo conduttore (un uomo sale su un treno deciso a non scendere più – ma il tema principale è poi l’amore, o la sua mancanza), si apprezza soprattutto in viaggio, meglio se in una carrozza a scompartimenti di un Intercity.

Maggio 20 2003

Mondo blog, Eloisa Di RoccoMondo Blog, il libro della Pizia, mi è piaciuto parecchio.
Per diverse ragioni.

Sono convinto che la via sentimentale (e in parte collettiva) scelta dall’autrice sia la più adatta a rendere giustizia ai blog. Descrivere questi particolari siti personali soffermandosi sulla loro tecnologia, come accade spesso, mi fa la stessa impressione che pretendere di spiegare l’anima tracciando una mappa delle terminazioni nervose del corpo umano. Dato per scontato che un blog è un sistema di pubblicazione costituito da un numero “x” di elementi più o meno fondamentali – concetto, del resto, opinabile -, la rivoluzione sta semmai nel modo in cui questo (tutto sommato banale) strumento è stato utilizzato per dare forma a una nuova categoria di contenuti e a un tessuto molto particolare di relazioni sociali. Di questo, pippe sociologiche escluse, parla la Pizia.

Il libro della Pizia mi è piaciuto perché digerisce in 176 pagine molto godibili due anni e mezzo di post e incontri, nati per caso ed evolutisi in modo altrettanto casuale. Sintetizza un mondo intero – virtuale? digitale? parallelo? io dico reale – con scioltezza, acume e, pur essendo coinvolta in prima persona, con discreta obiettività. Racconta, conservando lo stupore e l’ironia, la genesi di un gruppo di persone che ieri erano estranei e oggi attraversano mezza Italia per vedersi di tanto in tanto. Sono solo una delle tante possibili combinazioni di persone che si sono incontrate in modo poco più che fortuito in Rete dal 1999 a oggi attraverso i blog, ma sono probabilmente la combinazione più rappresentativa perché raccoglie buona parte dei pionieri italiani. È la più rappresentativa, dico tra me e me, perché è quella che seguo di più (e qui faccio outing e ammetto di leggere con regolarità, tra gli altri, Leonardo, Blogorroico, la stessa Pizia, Simone, FlamingPxl, Strelnik, Manteblog).

Il libro della Pizia mi è piaciuto perché ho ritrovato nelle sue parole un modo di vedere Internet nel quale mi riconosco senza riserve (ne ho parlato, in un contesto simile, nel 1999) e che fino a qualche tempo fa sembrava essere stato irrimediabilmente soppiantato da portali e imprese commerciali. C’è la rivincita della Rete creativa e umana, quella che privilegia i contenuti, le persone e le idee, dietro al dirompente emergere dei blog. Ed è il motivo per cui, da qualche tempo, mi dichiaro un blog-entusiasta.

Il libro della Pizia mi è piaciuto perché esprime con pudore il timore, per nulla infondato, che il meglio sia già passato, che la spontaneità sia diventata moda, che la dedizione gratuita si sia trasformata in facile ricerca di consenso. Il delizioso racconto conclusivo è una riflessione lucida sulle contraddizioni di uno strumento che vede nelle sue virtù le ragioni del suo possibile tramonto. Ma è anche una metafora di Internet nel suo insieme, un mezzo di comunicazione che non è ancora riuscito a esprimere la sintesi ideale tra le sue qualità locali/intime e le sue aspirazioni globali/collettive su vasta scala.

Il libro della Pizia mi è piaciuto perché non avevo mai pensato al passare da una finestra all’altra di Windows come a una danza. O a un sito personale come un Dolce Forno Harbert.

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