Il blog di Sergio Maistrello dal 2003
Dietro le quinte di Cernobbio/2
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Oggi che tutto funziona per il meglio, che l’accredito è sistemato e che il programma è meno rigido nel protocollo ufficiale, ho scoperto di aver vissuto per 24 ore solo nel retro di Villa Erba. E ho scoperto improvvisamente un parco meraviglioso sulla riva del Lago, una villa magnifica e accogliente. E un buffet ministeriale degno di questo nome. In fondo basta poco per confondere un giornalista.
Dietro le quinte di Cernobbio
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Per carità, organizzare una conferenza europea che mobilita un paio di migliaia di persone di tutto il continente è tutto fuorché facile. Soprattutto se devi far lavorare insieme apparati organizzativi locali, nazionali e internazionali. Inoltre a Cernobbio oggi si respirava un’aria tutto sommato piacevole. Però, a essere proprio onesti, non è che sia andato tutto benissimo: si trattava pur sempre dell’evento inaugurale del semestre italiano.
Breve spaccato in soggettiva di una giornata passata sulla riva del Lago di Como.
Ore 8.30. Arrivo a Cernobbio in auto, direzione Villa Erba. L’ultima rotonda è presidiata da Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, che impediscono con severità l’accesso all’unica strada sensata. Al finanziere che mi intima di levarmi subito dai piedi abbozzo un “Ehm, ecco, io sarei un giornalista…”. “Allora deve avere l’accredito!” (lo ha detto Leonardo che le forze dell’ordine parlano sempre col punto esclamativo?). “Sto appunto cercando di andare a ritirarlo”. “Ah, allora vada!”. Stupore. Secondo finanziere, dieci metri dopo: “Non può passare di qui!”. Da dietro: “Noooo, è un giornalista, fallo andare!”. Imbarazzo. Terzo finanziere, cinque metri dopo: “Non può passare di qui!”. Da dietro, due voci concitate: “È un giornalista, fallo passare!”. Sprofondo nel sedile.
Ore 8.32. Ci sono due parcheggi. Uno riservato alle autorità, uno per tutti gli altri accreditati. Imbocco il secondo. “Per parcheggiare deve avere l’accredito!”. “Sì, beh, vede… sto appunto cercando di andare a ritirarlo”. “Allora vada a farlo e poi torni”. “Va bene, ma dove metto la macchina?”. “La metta là, no?”. A 50 metri dalla sede della blindatissima conferenza europea, naturalmente, in pieno divieto e davanti a un nugolo di Carabinieri armati fino ai denti. Potrei essere chiunque, penso. Ma non fanno una grinza. Tanto ci metto….
Ore 10.15. …UNORAETREQUARTI! Ci ho messo un’ora e tre quarti per ritirare un dannato accredito! Scuola elementare di Cernobbio. Tenera, lei: appendini a misura di bambino, poesie ancora attaccate alle pareti, muri color scuola, nulla che la faccia sembrare l’anticamera dell’evento europeo del mese. Gente in coda fin dal marciapiede, 35 minuti solo per arrivare al banco della stampa, 10 in meno delle delegazioni internazionali perché quelle devono andare ancora più avanti (ma la fila e la porta d’ingresso sono uniche, idea brillante per gestire un flusso di centinaia di persone nei tre quarti d’ora previsti). Banco – banco in tutti i sensi – degli accrediti stampa: “Ah sì, Maistrello. È nell’elenco, ma il badge non c’é”. “Scusi?”. “Eh, alcuni non sono ancora pronti”. “Ma mi sono registrato più di due settimane fa!”. “Eh sì, ma alcuni non sono ancora pronti, li stanno facendo adesso”. Altri colleghi imprecano in fianco alla porta. “Quanto ci vuole?”. “Eh…”. “Eh???”. “Eh…”. “Scusi, ma mi può dire che cosa devo fare? Aspettare, ricompilare qualche modulo, rimettermi in fila, implorare…”. “Mah, aspetti là con gli altri”. Quando Stanca e Liikanen attaccano il loro benvenuto ufficiale, decido di violentare il mio carattere austrungarico (ordine e rassegnazione, soprattutto) e blocco la responsabile degli accrediti stampa. Stremata, non obietta neppure e mi porta tra le delegazioni internazionali a rifare da capo l’accredito. La bolgia: francesi, tedeschi, spagnoli, ungheresi, polacchi, inglesi rassegnati e con gli occhi persi tra l’incredulo e il disperato. Non capiscono, non comprendono, si fanno trascinare da una fila all’altra. Non capiscono e non comprendono molto nemmeno le hostess, che altrettanto imbarazzate cercano di metterci una pezza: “Plis, tu step bec, ai nid tu teic iu a fotograf for ve card”. “Ehw?”. “Bec, bec, ancora bec, foto, foto”. Io ricomincio ad arrossire. Dopo aver atteso nel posto sbagliato per almeno mezzora – ma era un’attesa democratica: ho visto aspettare accanto a noi anche il presidente di Smau – entro in possesso del mio accredito. Che per la cronaca è una carta d’identità elettronica speciale (e un po’ sbiadita) creata per l’occasione. Dal clic alla coda.
Ore 10.20. Torno alla macchina. Una vigilessa sta dando indicazioni a un carro attrezzi per farla rimuovere. Faccio finta di niente e salgo. Giuro, lei è la più dolce vigilessa che io abbia mai incontrato. Mi si avvicina vagamente divertita: “Era giusto la prima da rimuovere, lo sa?”. “Guardi, mi hanno bloccato per quasi due ore agli accrediti, al parcheggio non me la fanno mettere senza accredito, i carabinieri non mi hanno detto nulla…”. “Ma sì, vada vada”. Che altro può succedere?
Ore 10.30. Entro a Villa Erba. Oddio, entro… Circumnavigo una struttura di metallo, plastica e vetro priva di indicazioni e vago entrata per entrata con un gruppo di colleghi, attraversando angoli di parco che in salute stanno come i giardinetti dell’Ariete a Pordenone. A ogni possibile varco siamo più numerosi, ma la risposta è sempre: “Non qui, più avanti!”
Ore 10.40. Sono dentro! Sì, ma dove devo andare? Tento di intrufolarmi nella sala principale, ma vengo cordialmente invitato a levarmi dai piedi. “I giornalisti devono stare in sala stampa!” Ok, ok. Ma dove sta la sala stampa? Guarda sulla cartina, no? Giusto. Se non fosse che i totem informativi riproducono una cartina sbiadita e resa abbastanza incomprensibile dalla bassa definizione. Comunque in sala stampa ci arrivo, in qualche modo. Certo, questo sembra il corridoio di collegamento per le toilette, con tanto di ominio che aspira la terra sulla moquette lungo il corridoio, ma la sala stampa c’è davvero e non è male. Tralascio i dettagli sul tentativo di appropriarmi di un Pc e di farmi riconoscere da questo con la carta d’identità elettronica. Dopo che hai capito il sistema – processo a totale carico dell’utente – hai però accesso a streaming in tempo quasi reale, agenzie, documenti e ogni altro ben di dio.
Ore 12.30. Arriva Berlusconi in elicottero. Esco dal bagno, sbaglio strada e mi ritrovo nel pieno della processione tra gli stand delle best practice. Tento di levarmi dai piedi prima di finire travolto dal codazzo di telecamere impazzite. Nel tentativo di tornare in sala stampa, mi ritrovo per tre volte quasi a tu per tu con il presidente del consiglio, che sembra vagamente teso. Per poco non inciampo su Stanca e Formigoni, ricevo un paio di occhiatacce dagli uomini della sicurezza e riesco ad andarmene. Mi sento un po’ Forrest Gump quando sbuca tra la folla al ricevimento di Nixon. I giornalisti d’assalto riescono a strappare una sola battuta, quasi per scherzo. “Presidente, come sta la maggioranza?”. “Bene, bene. Come me è in ottima salute; abbiamo superato tutti gli esami clinici.” Poi parlerà per quasi un’ora, ma sui tg quella frase diventerà la sintesi della giornata.
Ore 12.45. Riesco a tornare in sala stampa, dove ci avvisano che Berlusconi parlerà addirittura con qualche minuto di anticipo, sacrificando buona parte della premiazione dei casi d’eccellenza. Non ci dicono che quella manciata di minuti gli servono per fornire indicazioni turistiche ai prestigiosi convenuti, ma soprattutto che sforerà di una buona mezzoretta per fare una sorta di discorso inaugurale del semestre, questa volta senza parlamentari tedeschi che interrompono. I colleghi delle agenzie intorno a me lavorano a pieni giri e trascrivono sul Pc. Appena termina il discorso, in sala stampa salta la corrente per qualche istante. Addio appunti. Commenti non ripetibili. In compenso parte un lancio sul fallimento delle nuove tecnologie. Quando torna la corrente, sul monitor compare la Carlucci che premia con Berlusconi le best practice selezionate dalla Commissione. Brivido.
Ore 14.00. Esco per un panino (in sala stampa solo pasticcini e succo di frutta). Stavolta imbrocco il cancello principale e mi ritrovo in piazza. LA piazza, immagino. Lavori in corso appena terminati, aiuole brulle seminate da poche ore, segnaletica gialla da lavori in corso. Un sentimento generale di provvisorietà. Ma il trionfo sta al centro della rotonda, dove una scenografia di vasi e motivi colorati danno un vago effetto marshmellow. Penso che forse è un bene se Berlusconi è atterrato e decollato dal parco della villa.
Ore 16.45. Il pomeriggio scorre tranquillo, si prende familiarità con gli strumenti, si fa il pieno di cartelle stampa, si stringono contatti e ci si prende gusto. Stanca e Liikanen tengono una conferenza stampa alle mie spalle e se la prendono con quelli delle ultime file perche sono distratti e rumorosi. Per un attimo ho temuto che uno dei due gridasse: “Ansaloni, ti ho visto che tiravi le trecce alla Piera! Fuori!”.
Ore 19.30. A fine giornata, quando sessioni e incontri si esauriscono, la scena più bella. Al rinfresco offerto da uno degli sponsor principali si ritrovano tutti quelli che sono rimasti: delegati, espositori, professionisti, giornalisti, ma anche pompieri, carabinieri, cameramen, hostess e addetti di servizio. Eccolo, il momento europeo.
Un’idea della sofferenza
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Alla Lila non va giù l’ennesima campagna ministeriale per la lotta all’Aids (Avete idea della sofferenza?), con annessa “sponsorizzazione” del Festivalbar. E chiede spiegazioni al ministro della Salute.
«Avete idea della sofferenza che una campagna come questa infligge a tutti noi – operatori sieropositivi e sieronegativi – nel constatare che, ancora una volta, si sono utilizzati fondi pubblici per proporre unimmagine delle persone sieropositive come soggetti a cui non resta altro che il dolore e la compassione altrui?
Avete idea della sofferenza di tutte quelle madri che ci hanno contattato, indignate e preoccupate per il loro giovane figlio sieropositivo che deve subire limmagine del fiore che appassisce?
Avete idea della sofferenza nellascoltare Michelle Unziker e Marco Maccarini, presentatori del Festivalbar, intenti ad equilibrismi linguistici per evitare di usare la parola preservativo ed allo stesso tempo a cercare di farla intendere?
Avete idea della sofferenza nel prendere atto che, chi è preposto a tutelare la salute pubblica, non ha il coraggio e, ancor più grave, la volontà di esplicitare e distribuire materiale di profilassi?»
Il testo completo dell’appello è sul sito della Lila.
Out for business
- LOCATED IN Segnalo
Faccio un salto qui. Poi torno.
Poche chiacchiere, principi importanti. Oggi il Barbiere della Sera è tornato a essere quella voce della coscienza (un po’ sporca) dei giornalisti che sapeva essere un tempo. Pubblica in prima pagina due pezzi da leggere e far leggere: uno indignato, con appendice di risposta appassionata. Uno preoccupato.
Un’occasione sprecata
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L’ho inseguito per mesi. Sabato finalmente sono riuscito a vedere Il cuore altrove, l’ultimo film di Pupi Avati. Sarà stata l’aspettativa coltivata a lungo, ma non mi ha convinto affatto.
Bel soggetto, bella ambientazione, bravo Neri Marcoré (che non cede alla macchietta, anche se non completa ogni possibile sfumatura del protagonista), solito poetico stile intimo e sottotraccia del regista. Però non funziona. Sono troppi gli spunti solo accennati: uno su tutti, la seconda famiglia allargata di chi, agli inizi del secolo scorso, era costretto a lasciare la sua città. Troppi i personaggi e le scene funzionali al solo sviluppo della storia: la cieca sorella dell’amante smaliziata del barbiere Nino D’Angelo, un intero versante della storia da dimenticare. Pochi i protagonisti davvero riusciti: bravissimo Giancarlo Giannini, lui sì in grado come pochi di comunicare un mondo intero con una sola battuta, ma sorprendente pure Vanessa Incontrada.
La sensazione è che ci fossero tutti gli ingredienti necessari al capolavoro, ma che per fretta o incostanza o urgenza di raccontarlo Avati si sia fermato molto prima del dovuto. Nello Balocchi, nonostante ciò, è uno dei più bei personaggi creati dal nostro cinema recente. E meritava qualcosa di più.
Per saperne di più: il trailer, le interviste di Mollica, la recensione di KataWeb e quella, piuttosto entusiasta, di Repubblica.
Ora: già con questo caldo è difficile dormire. In più l’afa sta mettendo a dura prova il mio atteggiamento un po’ talebano nei confronti dell’aria condizionata. Ma non dormire per i troppi condizionatori altrui accesi è davvero intollerabile.
A mezzanotte e mezza il sistema elettrico di tutto l’isolato va in tilt. Troppo assorbimento, pare. E ci credo: qui hanno tutti un condizionatore che gira al massimo fuori dal balcone. La prima ora aspetto fiducioso, e il tempo passa grazie al suono delle sirene dei negozi e a spettacoli di varia umanità: sarà il caldo, sono tutti isterici stanotte. Anche la famiglia del secondo piano del palazzo di fronte, che già in condizioni normali comunica a decibel e bestemmie.
Poi il sonno prende il sopravvento. Alle tre e mezza ho la conferma che il giro degli interruttori per spegnere tutto era stata una grande idea. Se solo mi fossi ricordato anche la lampadina davanti alla mia faccia. Ripartono tutti i condizionatori a palla per recuperare le quasi tre ore di caldo accumulato (ma nessuno ha pensato di segnerli per pietà, nel frattempo?), riparte il casino (danze propiziatorie e balli di gratitudine, suppongo). Io comincio a maledire nell’ordine due o tre casi di atteggiamento patologico nei confronti dell’aria condizionata di mia conoscenza. E il piano della luce del Comune – quello che prevede di combattere la criminalità riempiendo ogni angolo della città di lampioni (con il risultato principale di porre Milano in cima alle classifiche di inquinamento luminoso). Magari non c’entra nulla, ma in queste condizioni te la devi pur prendere con qualcuno.
Naturalmente il problema c’era e il problema rimane. E tra un black out e l’altro, tra una sirena e l’altra, tra un vicino in crisi di nervi e l’altro, la notte passa veloce e piuttosto insonne.
L’alba porta un giorno nuovo. Le sette: due occhiaie così. Fa già un caldo porco. Accendi l’aria condizionata, va’. Tanto stamattina è tutto a pos… zot!
Dalla parte dei cittadini
- LOCATED IN Dico la mia
Complice il gran caldo e la nuova occasione persa per dotarsi di un programma di prevenzione all’altezza di una metropoli, da una settimana a Milano è in corso un’esplosione demografica di zanzare inferocite. Chiunque abbia incautamente dimenticato di procurarsi per tempo zampironi e affini può facilmente verificare la dimensione del problema e beneficiare di molti pruriginosi promemoria. Non l’assessore all’ambiente del Comune, Domenico Zampaglione, che evidentemente conosce un ottimo insetticida se l’edizione odierna di Milano del Corriere della Sera riporta questa sua dichiarazione:
«Allo stato attuale la cittadinanza risulta “ipersensibile” rispetto non solo alla presenza di zanzare ma di insetti in generale, anche se non in grado di pungere. La notevole insettofobia, tipica delle comunità fortemente urbanizzate da diverse generazioni, va contrastata per quanto possibile con una continua e corretta informazione con lobiettivo di riportare serenità di giudizio»
La cittadinanza, commossa, si gratta.
I concerti di De André
- LOCATED IN Ascolto
Siete mai stati a un concerto di Fabrizio De André? Ricordate con precisione luogo, data e scaletta di massima? Allora date una mano a Via del Campo, sito che da tempo sta costruendo un omaggio al cantante scomparso nel 1999 sotto forma di raccolta di tutto il materiale noto sul suo conto. Particolarmente ambiziosa la sezione riguardante i Tour.
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