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Tag: eugenio finardi

Maggio 14 2007

Nô che i sin stâts
laris di cjariesis,
sassins di bausiis,
presonîrs di svui,
plens di fan di peraulis,
cjocs di avignî.
[Giuliana Pellegrini, Nô…]

Non ho mai parlato di Giuliana, ed è ora di rimediare. Giuliana Pellegrini è uno di quei regali inaspettati che ogni tanto mi fa la Rete, grazie a vie che sembrano misteriose e non lo sono poi molto. Tempo fa mi contattò Rosanna (coautrice del blog Dal Blu), finita in questo sito per via di alcuni post dedicati a dischi e concerti di Eugenio Finardi – e Finardi, suo malgrado, è il filo rosso che unisce tutte le persone citate in questa storia. Mi dice Rosanna: ho letto sul tuo sito che hai radici friulane; una mia amica ha scritto un libro in friulano e me ne ha regalate due copie; vorrei regalarne una a qualcuno che possa apprezzarla, ma nessuno dei miei amici parla o capisce il friulano; a te piace Finardi, e di solito chi apprezza Finardi è una bella persona; posso mandartelo?

Ora, per uno di quegli scherzi della geografia, la mia città sta sì in Friuli, ma ha le orecchie rivolte già in Veneto. Il friulano lo parla, slavato, soltanto chi ha parenti e amici nell’alta provincia Udinese o in Carnia. Perché il friulano – come ci insegna Dree Venier, mente del blog ILfurlanist – non è nemmeno un dialetto, ma una lingua a tutti gli effetti. Io non ho radici che affondino sopra Gemona, ma alcuni dei miei amici più cari vivono lì e hanno l’abitudine di parlarmi spesso in friulano. Abbastanza da azzardare che qualche parola qui e là la capisco. E abbastanza da dire a Rosanna: mi farebbe molto piacere, mandamelo.

Me lo mandò, il libro, e attraverso quel libro ho poi conosciuto – prima per via digitale, poi anche di persona – l’autrice, che corrisponde a quella severità piena di dolcezza e generosità d’animo con cui identifico la gente della sua terra. Il libro è La none e conte (La nonna racconta), ed è adorabile. La nonna in questione è Giuliana e i racconti sono fiabe della sua terra pensate per la sua nipotina Benedetta. Spiega Giuliana:

Ho scoperto che diventare nonna è una magnifica avventura. Ed ho sentito l’’urgenza di lasciare qualcosa dei miei ricordi, del mio mondo, a lei, che avrà venti anni nel 2025. Sono, mi sento tenacemente friulana, mi piace parlare la madrelingua, mi piace ascoltarla. Questa terra, aspra e dolcissima, ferita e umiliata da terremoti, da barbariche invasioni, da varie sudditanze, svela, nel linguaggio, l’orgoglio di un popolo diverso. Non migliore o peggiore, diverso. Popolo di migranti, di miseria, di sacrificio, troppo lontano dall’’Italia, troppo di confine, di passaggio. Gente di avare parole, di gesti parchi, gente abituata a lavorare. Eppure, nonostante le consonanti sorde ed i suoni gutturali tipici, il friulano è una lingua incantata. Alcune parole sono suono puro, altre hanno significato e memoria.

Tutto avviene nel microcosmo di un prato, abitato da animali e insetti dai tratti umani: Marquart lo scorpione musicista, Lisute la rana extracomunitaria, Ghessie la topolina disturbatrice della quiete pubblica, Checo il gallo balbuziente, Napoleon il gatto istruito, Menie la capra comunista, Bladimir il pipistrello nobile, Nerute la coccinella sarta e poi il grillo Roc, il riccio Sismont, la rondine Lole. E io, che proprio in quei mesi stavo diventando padre, mi sono oltremodo intenerito. La none e conte sta ora nella piccola biblioteca che aspetta mio figlio Giorgio appena sarà più grande.

Da qualche mese Giuliana Pellegrini ha pubblicato anche un secondo libro, Contis dal prât incjántât (Racconti dal prato incantato), altrettanto felice, e questa volta alla portata di tutti perché dotato di traduzione a fronte in italiano. Si può consultare e acquistare anche online, peraltro. In italiano si perde parte della magia dei suoni, ma le fiabe sono deliziose di per sé, come del resto i disegni di Katia Zaghi. Del libro segnalo in particolare la poesia che fa da introduzione (un frammento della quale apre anche questo post), che trovo particolarmente bella ed evocativa anche tradotta.

Maggio 13 2005

Se avessi il tempo che questi giorni non ho affatto, probabilmente racconterei che:

  • il nuovo Cd dei Mercanti di Liquore, Che cosa te ne fai di un titolo, è molto carino e suona più maturo del precedente, sebbene meno fresco e diretto del travolgente La musica dei poveri.
  • il nuovo Cd tutto blues di Eugenio Finardi è molto bello, trasuda passione da ogni traccia e andrebbe sostenuto non fosse altro perché un artista che si autoproduce per realizzare i progetti in cui crede è un bel segnale per il sistema discografico. Detto questo, io – che dal blues mi faccio trascinare, ma fino a un certo punto – di Finardi continuo a preferire la sensibilità di cantautore.
  • il 14 giugno esce un Cd composto da 18 demo, versioni rare e duetti delle Indigo Girls, Rarities.
  • chi ha apprezzato il musical Rent (importato e tradotto in italiano nel 2000 da Nicoletta Mantovani), forse dovrebbe sapere che negli Stati Uniti è in produzione il film tratto dal soggetto di Jonathan Larson, in uscita sugli schermi americani il prossimo 11 novembre. E che la promozione è affidata (anche) a un blog, che pur essendo ospitato dal produttore promette di essere in linea con la storia di questo musical.
Gennaio 15 2004

(Avrebbe potuto essere) un'immagine del concertoCi sono giornate dalle quali non ti aspetti nulla e che puntualmente sono avare di emozioni. Poi decidi di fare un salto in centro per sbrigare due commissioni e ti ritrovi per caso alla Fnac proprio mentre sta per iniziare un concerto promozionale di Eugenio Finardi (con Cosma, Porciello e Parisi) per il lancio di Il Silenzio & lo Spirito, complice la festa per il centesimo numero della rivista Jam. Il disco è davvero bello, più completo e rifinito del concerto natalizio da cui ha avuto origine: lo consiglio a chiunque abbia la pazienza di avvicinarsi a un percorso musicale insolito, tra canzone d’autore, spiritualità e qualche cornamusa. Le interpretazioni di Hallelujah (tra blues e gospel) e The Land of Plenty (una rivelazione) di Leonard Cohen e di Motherless Child (da brividi) valgono da sole lo sforzo dei più scettici. Dal vivo, e nonostante l’audio da garage della saletta insolitamente stipata, Finardi regala sempre qualche sfumatura in più.

Giugno 4 2003

Questa sera ho dato ufficialmente inizio alla stagione dei concerti estivi con quello che dovrebbe essere il mio settimo concerto di Eugenio Finardi.

Per la non comune sensibilità di autore e la raffinatezza delle interpretazioni, Finardi è forse l’unico artista che seguo incondizionatamente da una quindicina d’anni e che cerco di non perdere mai dal vivo quando tiene un concerto entro una cinquantina di chilometri dal luogo in cui mi trovo. Fra i sette, quello di oggi è stato tra i migliori dai tempi del tour acustico nei teatri dei primi anni ’90. Nulla di particolarmente nuovo, in effetti, ma una buona sintesi del lavoro recente che ha come pretesto l’originale esperimento di Cinquantanni, l’album del 2002 in cui ha recuperato e riarrangiato alcune canzoni poco note del suo repertorio anni ’70 e ’80.

In gran forma e con una voce sempre più calda e ricca di sfumature, Finardi riunisce in questa serie di concerti alcuni dei suoi successi storici, i gioielli appena riscoperti, ma anche echi del progetto Il silenzio e lo spirito (con cui nel dicembre scorso ha preso parte alla rassegna La Musica dei Cieli), dell’ormai storico tour Acustica e dell’esperienza essenziale e basata sull’improvvisazione dei concerti in trio dello scorso anno. Più ampia, ma non necessariamente meno acustica, la formazione che lo accompagna: alle chitarre di Francesco Saverio Porciello e alle tastiere di Vincenzo Muré si uniscono in questo caso anche batteria e (contrab-)basso.

Piacevole sorpresa della serata di oggi ad Arese (dove la minaccia del maltempo ha spinto gli organizzatori a rinunciare alla cornice della settecentesca Villa Ricotti per il più tradizionale cinema-teatro) è stata l’escursione nel troppo presto dimenticato album Occhi del 1996, da cui Finardi ha rispolverato la bellissima Un uomo (oltre alla più frequente cover Uno di noi). Segno forse che i conti con quel periodo, artisticamente e umanamente impegnativo, sono definitivamente chiusi ed è giunto il momento di riscoprire a piccole dosi alcuni gioielli perduti.

È interessante la rilettura energica ma più acustica che in passato di Soweto, mentre stupisce la ritrosia nell’inserire in scaletta quel capolavoro di attualità che è Afghanistan (anno 1975, rispolverata in Cinquantanni). Per chi non lo avesse ancora sentito cantare il classico di Gershwin Summertime, infine, la sua rivisitazione blues – ancor più incisiva che nel tour Acustica – è un raro gioiello di interpretazione.

Nel complesso, un concerto affascinante e la garanzia di due ore di ottima musica per chiunque non abbia familiarità con le canzoni di Finardi. I fan più accaniti, invece, potrebbero restare perplessi per la perdita di una nuova occasione per proporre un concerto ancor più coraggioso nel taglio e nel repertorio, a maggior ragione avendo le spalle coperte da un disco che coraggioso lo è stato davvero. Tuttavia non potranno non apprezzare la sensazione di trovarsi di fronte a un cantautore ritrovato per vivacità e ispirazione artistica.

Andatelo a sentire, se vi capita.