Io e la giurisprudenza siamo appena lontani conoscenti. Nemmeno gli auguri di Natale, per dire. Però una cosa mi ha sempre affascinato, durante i nostri lontani incontri all’università: l’idea di certezza del diritto. Con parole che farebbero inorridire un giurista, significa qualcosa del tipo: non deve esistere nessun dubbio su quali siano le norme in vigore in un dato momento in un certo luogo.

Così è, tutto sommato. Certo, potremmo aprire numerose parentesi su come la legge in alcuni momenti possa diventare più certa per alcuni cittadini rispetto ad altri, ma è un ragionamento che ci porterebbe fuori strada.

Non rientra nel concetto di certezza del diritto quanto concerne la sua comunicazione. O meglio: la legge è certa, la Gazzetta Ufficiale è il suo profeta e gli avvocati sono i suoi sacerdoti. Con ciò la coscienza dello Stato è pulita, e tutto sommato tanto mi basta. M’incuriosisce però sapere quanti fra i non iniziati consultano abitualmente la GU o – quando hanno un dubbio sulle strade in cui è obbligatorio tenere accesi i fari dell’auto di giorno – vanno a cercare la norma in un repertorio giuridico ufficiale.

Lo leggono sul giornale, giusto? Qui volevo arrivare.

Quelle che seguono sono solo le principali tra le centinaia d’informazioni ridondanti a cui siamo stati sottoposti negli ultimi cinque anni in merito al codice della strada e tengono conto solo in minima parte della lunga coda di polemiche, comunicazioni, correzioni, riformulazioni e precisazioni che hanno seguito ogni novità su quotidiani, tv e testi parlamentari.

26 marzo 1998, anticipazioni sulla riforma del codice della strada: multe salate a chi usa il telefonino senza viva voce, pene più severe a chi guida sbronzo, via il bollo dal parabrezza, nuovi limiti alla sosta. Si scatena il dibattito su quali accessori rendono legale la telefonata in auto, creando parecchia confusione in materia.

21 ottobre 1998, un regolamento cambia forma e dimensioni della targa, reintroducendo la sigla della provincia che era stata tolta pochi mesi prima. In vigore dal gennaio del 1999. Si riaccende il vecchio dibattito di costume sul campanilismo.

10 gennaio 1999, decreto ministeriale: le multe rincarano per adeguarsi al costo della vita. Si accende il dibattito su quanto sia giusto che le contravvenzioni siano trattate come i pomodori.

3 giugno 1999, un decreto ministeriale introduce modifiche alla gestione delle revisioni obbligatorie degli autoveicoli. Si accende il dibattito su dove si può e dove non si può fare la revisione, con quale procedura e con quali prezzi.

28 settembre 2000, nuove regole sulla revisione dei motocicli. Si riaccende lo stesso dibattito sulle revisioni delle auto, ma pochi se ne accorgono; gli altri si buttano nella mischia.

29 dicembre 2000, il ministero della Giustizia decide che il Codice si adegua al costo della vita per la terza volta in otto anni e aumenta le multe. Insurrezione popolare: nemmeno la rucola è aumentata tanto.

8 marzo 2001, arrivano la patente a punti, il patentino per i motorini, le targhe personalizzate; i nuovi limiti di velocità e la scuola guida anche in autostrada. Ma è una legge delega, e il Governo ha 9 mesi di tempo per i decreti di attuazione. Si accende il dibattito su una novità talmente nuova che nella pratica non è ancora una novità.

15 gennaio 2002, arrivano la patente a punti, il patentino per i motorini, le targhe personalizzate; i nuovi limiti di velocità e la scuola guida anche in autostrada. La riforma del Codice della strada è appena in discussione in Parlamento. Si riaccende il dibattito sul fatto che questa novità l’abbiamo già sentita.

20 febbraio 2002, arrivano la patente a punti, il patentino per i motorini, le targhe personalizzate; i nuovi limiti di velocità e la scuola guida anche in autostrada. La legge è approvata e pubblicata in Gazzetta Ufficiale. Si accende il dibattito sul fatto che ormai la notizia è vecchia e non ci crede più nessuno.

30 luglio 2002, entra in vigore il decreto che anticipa alcune norme del nuovo codice della strada. Diventa obbligatorio accendere i fari in autostrada e sulle principali strade extraurbane con gli anabaglianti accesi anche di giorno. Si accende il dibattito su quali strade extraurbane siano principali e quali no e non se ne viene a capo.

27 giugno 2003, il Consiglio dei ministri approva il decreto che introduce e integra le nuove norme del Codice della strada. Arrivano la patente a punti, controlli più severi, fari accesi anche sulle strade extraurbane. Però stavolta è vero, tanto è vero che si parla già di cambiare.

Da qui in poi la storia è ben nota: la falsa partenza, la tabella dei punti, gli incerti modi per recuperarli, i controlli e i record negativi, i 250 emendamenti, le questioni da riconsiderare, i provvedimenti ancora da attuare, i limiti da aggiornare, i risultati sul numero di incidenti e di vittime che sono talmente discordanti da non essere ancora molto attendibili.

Prima di partire per le vacanze, meglio guardare il tg per gli aggiornamenti. Del codice, non del traffico.

Tutto questo per dire che cosa?

Che non sarebbe male se i politici prima e i giornalisti poi trattassero questioni di ricaduta sociale così rilevante con un po’ più di rigore e professionalità. Perché, più che in altri campi, sulla strada il cittadino difficilmente ci va accompagnato dal suo avvocato. Se c’è un posto dove è il caso che un cittadino abbia certezza del diritto in modo autonomo, credo che questo sia l’automobile.

Che un codice della strada si può cambiare, ma quando si cambia la migrazione alle nuove regole andrebbe gestita senza correre il rischio di dare risposte vaghe e imprecise, di creare il caso politico e di dover ricorrere per mesi agli emendamenti.

Che sarebbe auspicabile che un codice della strada avesse una vita un po’ più lunga del Cda della Rai e non fosse aggiornato, revisionato, modificato un paio di volte all’anno, fatto salvo il recepimento delle normative comunitarie (e questo, tutto sommato, dovrebbe valere anche per la riforma della scuola).

Che chi informa dovrebbe forse contestualizzare meglio leggi così importanti, senza cadere nei banali tranelli della comunicazione politica. Non credo si possa pretendere che un lettore/spettatore medio abbia sempre la concentrazione e la preparazione necessaria per ricostruire l’iter di una legge e distinguere le novità rilevanti dagli annunci e dalle polemiche di second’ordine.

E infine che oggi sul Corriere della Sera c’è un divertente articolo di Severgnini sull’argomento.