Bowling for Columbine è un documentario di Micheal Moore. Michael Moore è il regista che, ritirando l’Oscar per il miglior documentario (vinto proprio per Bowling for Columbine), ha dichiarato qualcosa del tipo: «A me piace la realtà e invece viviamo in tempi fittizi, in cui elezioni fittizie hanno eletto un uomo fittizio che ci sta portando in guerra per ragioni fittizie». Moore è un tipo bizzarro e coraggioso: provate voi a stare in piedi da soli sul palco più osservato del mondo in quel momento, poco dopo l’11 settembre e subito prima dell’Iraq, e urlare a Bush di vergognarsi. Ha modi piuttosto bruschi e un’ironia pungente, oltre a indubbie doti da intrattenitore e a una faccia tosta come pochi.

Il pretesto da cui parte il suo lungometraggio è il massacro alla Columbine High School di Littleton, dove nel 1999 13 ragazzi e un insegnante furono uccisi da due studenti esaltati. Moore confronta un po’ di dati sulle vittime da arma da fuoco nel mondo e si domanda perché mai negli Stati Uniti i morti siano in proporzione tanto più numerosi. La risposta arriva al termine di un un appassionante viaggio di un’ora e mezza tra sostenitori del dovere di difendersi, parenti delle vittime, lobby delle armi, presunti capri espiatori, forze dell’ordine e originali sintesi della storia americana.

La conclusione di Moore, che si appoggia a teorie già note negli atenei, è che l’America ha paura, e fin qui poco male, ma che questa paura è alimentata e gestita in modo consapevole da politici e mezzi di comunicazione come forma distorta di gestione del consenso e di controllo sociale. Onesto e intelligente nel suo viaggio alla ricerca di una verità (ma talvolta inutilmente furbo in fase di montaggio), Moore costruisce su questo assunto un documento vivace, diretto e spesso ironico, che ha nella curiosità, nell’indignazione e nella compassione i suoi punti di forza.

Il film – perché alla fine questo documentario ha poco da invidiare a un film – va visto anche solo per l’intervista a un fin troppo orgoglioso Charlton Heston (ex Ben Hur del grande schermo e ora presidente della National Rifle Association), per il breve excursus in Canada (dove pare che nessuno si chiuda a chiave nemmeno in casa propria) e per lo spaccato di vita media nella provincia nordamericana, dove l’obbligo morale di difendersi sembra venire prima del diritto e della necessità di farlo.