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Tag: politica

Novembre 4 2010

Segnalo – e mi riconosco in ispirazione e sensibilità – due iniziative attigue, entrambe animate da amici e compagni di viaggio di lungo corso. La prima è SpaghettiOpenData, un luogo di aggregazione di pensiero, di strumenti e di esperienze legate all’idea che i dati pubblici debbano essere rilasciati in formati aperti e facilmente accessibili.  Si tratta, peraltro, di un tema fondamentale anche per il giornalismo digitale che verrà (e che altrove nel mondo spesso già è ). La seconda iniziativa è la nascita dell’Associazione italiana per l’Open Government, che si presenta in questi giorni con un manifesto sull’open government ancora in beta, che mi permetto di rilanciare anche qu:

1 – Governare con le persone
La partecipazione attiva è un diritto e un dovere di ogni cittadino. L’Open Government si propone di creare le condizioni organizzative, culturali e politiche affinché questo venga esercitato con pari opportunità per tutti.

2- Governare con la rete
La Pubblica Amministrazione deve far riferimento a un nuovo modello organizzativo che abbandoni la logica burocratica verticale di gestione dei servizi pubblici a favore di una logica orizzontale, in grado di coinvolgere i diversi attori pubblici, privati e del non profit, nel raggiungimento di un obiettivo comune. Tale obiettivo può essere perseguito attraverso un efficace uso della Rete.

3 – Creare un nuovo modello di trasparenza
L’Amministrazione deve agire in modo da garantire sempre la più completa trasparenza dell’attività di governo e la pubblicità di tutto ciò che è relativo al settore pubblico. Fornire ai cittadini tutte le informazioni sull’operato dell’Amministrazione è indispensabile per realizzare un controllo diffuso sulle attività di governo e sulla gestione della cosa pubblica.

4 – Trattare l’informazione come infrastruttura
I dati delle Pubbliche Amministrazioni devono essere accessibili a tutti sul Web in formato aperto, gratuitamente ove possibile, e – in ogni caso – con licenze idonee a consentire la più ampia e libera utilizzazione. La disponibilità di dati aperti è, di fatto, l’infrastruttura digitale sulla quale sviluppare l’economia immateriale. Le Pubbliche Amministrazioni, liberando i dati che gestiscono per conto di cittadini e imprese, possono favorire lo sviluppo di soluzioni da parte di soggetti terzi e contribuire in modo strategico, allo sviluppo economico dei territori dalle stesse amministrati.

5 – Liberare i dati pubblici per lo sviluppo economico del terzo millennio
Le Pubbliche Amministrazioni devono concentrarsi sulla produzione, classificazione e pubblicazione di dati e informazioni grezzi e disaggregati, lasciando, salvo eccezioni espressamente previste dalla legge, all’iniziativa privata lo sviluppo di applicazioni ed interfacce per la loro rielaborazione, consultazione e fruizione. Un orientamento della Pubblica Amministrazione verso l’Open Data offre nuove opportunità a chi investe nella Rete, incentivando la crescita di nuovi distretti dell’economia immateriale che rappresenterebbero un nuovo modello di produzione da affiancare a quello tradizionale oggi in crisi e, troppo spesso, sostenuto dagli aiuti di stato.

6 – Informare, coinvolgere, partecipare per valorizzare l’intelligenza collettiva
La rete moltiplica il potenziale delle intelligenze coinvolte e aumenta l’efficacia dell’azione amministrativa. Le dinamiche organizzative ed i procedimenti della Pubblica Amministrazione vanno ripensati per  migliorare la qualità dei processi di informazione,  facilitare il coinvolgimento e la partecipazione di tutti i cittadini, diffondere la cultura dell’Open Governement anche attraverso i social media e le tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

7 – Educare alla partecipazione
Lo  Pubblica Amministrazione promuove la partecipazione di tutti i cittadini alla gestione  della cosa pubblica anche attraverso il ricorso alle tecnologie dell’informazione, eliminando ogni discriminazione culturale, sociale, economica, infrastrutturale o geografica ed educando alla partecipazione come diritto e dovere civico di ogni cittadino.

8 – Promuovere l’accesso alla Rete
La tecnologia, ed in particolare internet e gli strumenti di accesso alla Rete, sono elementi abilitanti ai processi di partecipazione. Per questo motivo è dovere dello Stato consentire a tutti i cittadini di accedervi e promuoverne la cultura d’uso.

9 – Costruire la fiducia e aumentare la credibilità della PA
La conoscenza e la partecipazione ai processi decisionali sono strumenti di costruzione della fiducia in un rapporto tra pari che coinvolge Amministrazione e Cittadini rendendo inutili gli attuali livelli di mediazione. L’appartenenza agli stessi ecosistemi (digitali e non), la pratica delle stesse dinamiche sociali e servizi efficaci costruiti intorno al cittadino e alle sue esigenze aiutano ad accrescere la fiducia, la credibilità dell’Amministrazione e la condivisione degli obiettivi.

10 – Promuovere l’innovazione permanente nella pubblica amministrazione
La costruzione di servizi deve essere sempre realizzata in modalità condivisa e sviluppata, pensando l’utente al centro del sistema e mantenendo aperta la possibilità di far evolvere i sistemi. Una innovazione permanente per garantire una revisione continua, nelle forme di utilizzo, negli adeguamenti tecnici, funzionali ed organizzativi sempre in linea con l’evoluzione dei paradigmi della Rete.

Ottobre 23 2010

La guerra giusta, le bombe intelligenti e tutte le altre menzogne retoriche. Quando, sul ciglio della disgraziata guerra in Iraq, qualcuno alzava la voce per ricordare che nei conflitti contemporanei il 90% delle vittime sono civili, veniva messo a tacere e sbeffeggiato dagli zelanti portavoce della coalizione dei volonterosi. Oggi sappiamo che erano questi ultimi ad avere ragione: in effetti le vittime civili in Iraq non sono il 90%, sono soltanto il 60%. Saranno soddisfatti.

Ottobre 20 2010

Torno da un fine settimana passato a Firenze ad ascoltare  tre giorni di convegno sul berlusconismo (disclosure: da alcuni mesi collaboro alle attività online di Libertà e Giustizia, associazione che organizzava l’evento insieme alla rivista Passato e Presente). Posto l’alto livello generale di tutte le relazioni, questa occasione mi ha permesso di mettere meglio a fuoco due distinti atteggiamenti di resistenza democratica rispetto allo strapotere berlusconiano degli ultimi 15 anni. Ci sono quelli che denunciano il sistema/regime, sebbene con documentazione ed eleganza non comuni, e ci sono quelli che scendono in profondità nelle pieghe della società e nella storia italiana, cercando verità talvolta meno appariscenti e meno comode. Così alla severa e appassionata requisitoria civile di Ezio Mauro («Tratto comune del potere berlusconiano è, non lo so dire in altro modo, l’abuso di potere» – video), alla disarmante ricostruzione di Marco Travaglio («Il berlusconismo non è un’ideologia, è un work in progress. È la disperata rincorsa di un uomo solo inseguito dal suo passato, un passato che a volte rischia di raggiungerlo» – video), alla denuncia dello strapotere televisivo e mediatico del presidente del Consiglio a cui ha dato voce Norma Rangeri («Dov’è l’antitrust in questo paese? Che cosa controllano le autorità di garanzia?» – video), io ho finito per preferire di gran lunga le relazioni che sono andate a cercare la polvere sotto il tappeto o meglio ancora quelle che hanno cercato di allargare il quadro oltre i margini consueti. Ne cito quattro, ma sul sito di Libertà e Giustizia si possono già leggere buona parte degli interventi e consultare i video.

La prima è la chiave di lettura sui cambiamenti strutturali del ceto medio proposta da Paul Ginsborg (testo, video). Ginsborg coglie due anime nel ceto medio, una più riflessiva, popolata prevalentemente da lavoratori dipendenti, che guarda con occhio critico allo sviluppo della modernità e si attiva nel sociale; la seconda più concorrenziale, fortemente orientata al mercato e sospinto dalla prorompente crescita del lavoro autonomo di seconda generazione.  Tra queste due anime si è progressivamente acuita una distanza dovuta a fattori demografici, alla crescita del livello di istruzione e al progressivo declino del lavoro dipendente. Non sono trasformazioni sociali e culturali imputabili al berlusconismo, ma al contrario sono state cavalcate dal berlusconismo, che sfruttando l’influenza mediatica e il degrado democratico degli anni ’80 ha enfatizzato alcuni valori e stili di vita, trascurandone o denigrandone altri. Berlusconi ha appoggiato esplicitamente i ceti medi concorrenziali a spese dei riflessivi, riservando nei confronti di questi ultimi schiaffi morali e materiali. «L’eredità più dannosa di Berlusconi», sostiene Ginsborg, «è il contributo che egli ha dato alla divisione dei ceti medi, aumentandone l’incomunicabilità e spaccando sostanzialmente l’Italia in due». Interessante, a questo proposito, anche la ricostruzione di Giampasquale Santomassimo (testo, video) sull’eredità degli anni ’80 nel nostro Paese, premessa fondamentale a tutto ciò che in campo politico, sociale e culturale è venuto dopo.

La seconda relazione che segnalo è quella di Alberto Vannucci (testo, video) sulla corruzione come potere invisibile. Vannucci parla di una tassa occulta da 50/60 milioni di euro all’anno soltanto in costi misurabili, perché di questo iceberg conosciamo a malapena il decimo emerso e non siamo in grado di stimare i costi politici e sociali complessivi. In poco più di mezzora Vannucci ha tracciato un quadro agghiacciante del fenomeno, che – alla luce di tutti gli indicatori disponibili – non soltanto non è stato debellato con Tangentopoli, ma al contrario è endemico e connaturato al sistema politico come mai in passato. L’extra profitto (e dunque l’extra costo) delle opere pubbliche raggiungerebbe ormai il 40/50%, di cui soltanto una parte contenuta (6/8%) andrebbe ai politici. Eppure la corruzione non è più una notizia, al punto che viene sempre più spesso sdoganata sulle pagine dei giornali da corrotti e corruttori: la sovraesposizione ha creato assuefazione. Che cosa c’entra Berlusconi? Secondo Vannucci la sua storia politica è strettamente intrecciata con la storia della corruzione italiana ed è lui il massimo beneficiario dell’evoluzione di questo specifico scenario italiano. Vannucci ha portato a Firenze alcuni grafici oltremodo interessanti, di cui finora ho trovato soltanto immagini poco nitide. Una, per esempio, rappresentava l’andamento delle denunce per corruzione e concussione tra il 1984 e il 2004 e presentava picchi interessanti e tutti da studiare in corrispondenza di cicli politici ben determinati (indovinate quali?). Un argomento che è essenziale riprendere in mano a mente fretta e al di là di ogni emotività e discorso di parte per capire meglio la politica italiana, ma più in generale l’Italia di questi decenni.

Ma se c’è stato un momento in cui la bolla di sapone delle politiche berlusconiane sono sembrate scoppiare nel nulla, questo è stato durante l’intervento di Marco Revelli (video), il quale analizzando il rapporto tra politica e povertà ha smantellato i principali presupposti retorici dalla propaganda governativa. «La povertà è il termine opposto all’immaginario berlusconiano, la parola scandalo che non può mai essere pronunciata», ha esordito Revelli. Poi, cifre alla mano, ha dimostrato da ogni punto di vista come l’Italia sia una nazione significativamente più povera che in passato, più povera di buona parte dei vicini continentali e sulla buona strada per impoverirsi ulteriormente. La nazione paladina dei valori della famiglia è per paradosso anche la nazione dove un terzo delle famiglie numerose vive nella povertà assoluta e dove un terzo delle famiglie (che diventa il 15% tra le famiglie operaie e il 30% delle famiglie residenti al Sud) sono in condizioni di povertà relativa. Per non parlare del lavoro, altro passpartout retorico, che rivela tutta la sua fragilità di fronte al crollo della media dei salari (-13% sulla media europea) e alla mancanza di un reddito minimo garantito. Chi ci ha guadagnato di più (o perso meno, in base ai punti di vista) sono le imprese, verso le quali sono transitati 8 punti di Pil ceduti dai lavoratori. Ciononostante le imprese italiane sono le ultime in Europa per investimenti in ricerca. Anche Revelli conclude, come per certi versi già Ginsborg in precedenza, che «il berlusconismo è figlio, non causa, di questo capitalismo straccione». E che è l’urgenza più pressante è «ripristinare l’uguaglianza tra i cittadini», oggi platealmente perduta. Da rivedere e studiare.

Ultima citazione per il divertente intervento di Gustavo Zagrebelsky (testo, video), costituzionalista e presidente emerito della Corte Cosituzionale, che ha tenuto banco per almeno un’ora e mezza, nell’entusiasmo generale, con il suo rigoroso esercizio di decostruzione della retorica e del linguaggio berlusconiano. «La lingua poeta e pensa per noi, pensiamo di usare il linguaggio, in realtà la lingua ci domina inconsapevolmente», dice Zagrebelsky. «Ci sono regimi che hanno inventato parole nuove, questa invece è una lingua terra terra, che usa parole consuete con significati nuovi oppure ricorre a parole tratte da altri contesti». Da qui parte un percorso per concetti, ciascuno sezionato fino a denunciarne le forzature, le contraddizioni, i limiti, le corruzioni: scendere in campo, contratto, amore, assolutamente, fare, lavorare, decidere, politicamente corretto. Rivelando tempi comici strepitosi, Zagrebelsky ha regalato una lezione che andrebbe mostrata in tutte le scuole non tanto (o non soltanto) come dispensa di analisi critica sul potere, salutare a prescindere dalle posizioni politiche di ciascuno, ma soprattutto come esercizio di pulizia di pensiero e di espressione.

Ho registrato, durante i tre giorni fiorentini, la voglia diffusa di uscire dalla fiction politica dominante, per tornare a cercare un briciolo di realtà e di verità su noi stessi. Senza sconti al berlusconismo, che evidentemente  in questa occasione è stato l’imputato ricorrente dei peggiori mali italiani, ma nemmeno alla sinistra e alla società civile, che troppo spesso hanno abdicato al proprio ruolo ripiegando verso un’opposizione superficiale, talvolta isterica e occasionalmente complice. C’è un vuoto da colmare, come ha detto nella sua sintesi Sandra Bonsanti (video), presidente di Libertà e Giustizia. Un vuoto che ognuno dovrebbe contribuire a riempire, riscoprendosi parte di un ecosistema dentro al quale ci si salva tutti insieme o si affonda tutti insieme.

Ottobre 10 2010

Uno dei motivi per cui non amo molto la politica (in realtà la realpolitik) è la straordinaria mutevolezza del contesto. Mutevolezza in virtù della quale un anno fa – come ogni anno dal 2005 in poi, solo in modo più organizzato – un manipolo di persone competenti sottopose a governo e parlamento l’urgenza di non rinnovare oltre la malaugurata legge Pisanu e ricevette in risposta nella migliore delle ipotesi pernacchie e nella peggiore sbadigli indifferenti. Mentre oggi che l’argomento è divenuto strumento inaspettato di convergenze strategiche aliene alla visione tecnosociale del Paese dobbiamo improvvisamente sorbirci le ispirate prese di posizione dei personaggi più in vista sulla necessità di recuperare il tempo perduto e di imboccare con decisione la via del WiFi libero. È tutta gente che, in occasioni e momenti diversi, avrebbe potuto fare la sua parte per evitare che nel frattempo diventassimo uno dei Paesi meno contemporanei dell’Occidente e non l’ha voluta o saputa fare. Pur che sia, ci berremo anche tutto questo. Però spero sia chiaro anche a loro stessi: non sono affatto credibili.

Marzo 7 2010

Gustavo Zagrebelsky oggi su Repubblica:

Professore, che succede?
“Apparentemente, un conflitto tra forma e sostanza”.

Apparentemente?
“Se guardiamo più a fondo, è un abuso, una corruzione della forza della legge per violare insieme uguaglianza e imparzialità”.

Perché? Non si trattava invece proprio di permettere a tutti di partecipare alle elezioni?
“Il diritto di tutti è perfettamente garantito dalla legge. Naturalmente, chi intende partecipare all’elezione deve sottostare ad alcuni ovvi adempimenti circa la presentazione delle candidature. Qualcuno non ha rispettato le regole. L’esclusione non è dovuta alla legge ma al suo mancato rispetto. È ovvio che la più ampia “offerta elettorale” è un bene per la democrazia. Ma se qualcuno, per colpa sua, non ne approfitta, con chi bisogna prendersela: con la legge o con chi ha sbagliato? Ora, il decreto del governo dice: dobbiamo prendercela con la legge e non con chi ha sbagliato”.

E con ciò?
“Con ciò si violano l’uguaglianza e l’imparzialità, importanti sempre, importantissime in materia elettorale. L’uguaglianza. In passato, quante sono state le esclusioni dalle elezioni di candidati e liste, per gli stessi motivi di oggi? Chi ha protestato? Tantomeno: chi ha mai pensato che si dovessero rivedere le regole per ammetterle? La legge garantiva l’uguaglianza nella partecipazione. Si dice: ma qui è questione del “principale contendente”. Il tarlo sta proprio in quel “principale”. Nelle elezioni non ci sono “principali” a priori. Come devono sentirsi i “secondari”? L’argomento del principale contendente è preoccupante. Il fatto che sia stato preso per buono mostra il virus che è entrato nelle nostre coscienze: il numero, la forza del numero determina un plusvalore in tema di diritti”.

(…)

Quindi, nel merito, il decreto viola la Costituzione?
“Se fosse stato adottato indipendentemente dalla tornata elettorale e non dal governo, le valutazioni sarebbero del tutto diverse. Dire che il termine utile è quello non della “presentazione” delle liste, ma quello della “presenza dei presentatori” nei locali a ciò adibiti, può essere addirittura ragionevole. Non è questo il punto. È che la modifica non è fatta nell’interesse di tutti, ma nell’interesse di alcuni, ben noti, e, per di più, a partita in corso. È un intervento fintamente generale, è una “norma fotografia””.

Siamo di fronte a una semplice norma interpretativa?
“Quando si sostituisce la presentazione delle liste con la presenza dei presentatori non possiamo parlare di interpretazione. È un’innovazione bella e buona”.

E la soluzione trovata per Milano?

“Qui si trattava dell’autenticazione. Le formule usate per risolvere il problema milanese sono talmente generiche da permettere ai giudici, in caso di difetti nella certificazione, di fare quello che vogliono. Così, li si espone a tutte le possibili pressioni. Nell’attuale clima di tensione, questa pessima legislazione è un pericolo per tutti; è la via aperta alle intimidazioni”.

Lei boccia del tutto il decreto?
“Primo: un decreto in questa materia non si poteva fare. Secondo: soggetti politici interessati modificano unilateralmente la legislazione elettorale a proprio favore. Terzo: si finge che sia un interpretazione, laddove è evidente l’innovazione. Quarto: l’innovazione avviene con formule del tutto generiche che espongono l’autorità giudiziaria, quale che sia la sua decisione, all’accusa di partigianeria”.

Febbraio 20 2010

Due segnalazioni che incrociano in modo interessante le parole chiave internet, politica e Italia. Riguardano più o meno direttamente due amici, lo dico per inciso, ma sono iniziative che avrei apprezzato anche senza conoscere nessuno dietro le quinte.

Il primo è La Toscana che voglio, un social-coso collegato alla campagna di Enrico Rossi per le locali elezioni regionali (da studiare attentamente entrambi i siti, dietro c’è Antonio Sofi). L’idea è semplice e declina i meccanismi classici dei social-cosi: si può condividere un pensiero sul futuro della Toscana e votare quelli degli altri, facendo emergere le idee più interessanti. Accanto a ciò, ogni giorno c’è un delizioso montaggio redazionale di opinioni raccolte tra personaggi pubblici e gente comune (compito a casa per l’aspirante analista politico: prendere un programma televisivo come Secondo Voi, prendere queste interviste e tracciare le differenze). Dietro a una facciata allegra, quasi giocosa, La Toscana che vorrei prova a raccontare in modo differente un progetto politico, mettendosi al servizio delle idee degli altri, piuttosto che ripetendo a pappagallo le proprie. Tesse una rete spontanea, che aggrega energie e attenzione; fa sentire le persone accolte, ascoltate; assorbe idee e cultura del territorio; supera collettivamente le banalizzazioni dei luoghi comuni, filtrando insieme umanità e guizzi di luce. Inoltre, motivo per cui sono spinto a segnalarlo, a me ha strappato almeno tre sorrisi in cinque minuti di visita. Qual è l’ultima volta che una campagna elettorale vi ha fatto sorridere?

La seconda segnalazione è per The European roundup, una nuova rubrica che Antonella Napolitano tiene tre volte alla settimana sul blog del Personal Democracy Forum. Idea pulita pulita di quelle che dici “e che ci voleva”, ma intanto non lo faceva nessuno: tenere traccia delle idee, delle esperienze, dei dibattiti su internet e politica in tutta Europa. Una delle conclusioni emerse a Barcellona, nel corso della prima edizione del Pdf Europe, è che nel Vecchio Continente ci sono tanti contesti nazionali ma non ancora uno spazio di dialogo continentale. Non ci percepiamo ancora come una realtà politica dentro alla quale il destino di un Paese è legato a quello degli altri. Quello che serve è costruire ponti e sono anche e soprattutto piccole iniziative come quella di Antonella, sentieri tracciati in un bosco che ci pare inaccessibile, ad aiutarci a mettere un po’ per volta il naso a casa degli altri. In due numeri della rubrica (peccato che il blog del Pdf non consideri l’utilità delle categorie e non produca un indice ad hoc, btw), ho già scoperto due luoghi interessanti: laDemocrazia e l’arricchito spazio per le notizie di attualità in 11 lingue del Parlamento europeo.

Dicembre 31 2009

Giusto per chiudere una questione aperta qualche mese fa e portata avanti insieme a un bel po’ di amici, oggi è uscito in Gazzetta Ufficiale il decreto milleproroghe che proroga di un altro anno l’articolo 7 della legge Pisanu (sì, quello che vincola il WiFi negli esercizi pubblici ad autorizzazione preventiva e identificazione degli utenti). Ora aspettiamo il percorso parlamentare di conversione del decreto, ma non sono attesi colpi di scena. Non c’è molto da aggiungere, ho già espresso abbondantemente la mia opinione. Vista l’aria che tira, il rinnovo della Pisanu era il meno che potesse accadere. Resta la sensazione di una classe dirigente che sta rallentando pesantemente l’economia legata alle reti di comunicazione. Peccato.

Comunque la pensiate e dovunque voi siate, che sia un buon anno!

Dicembre 3 2009

L’ex ministro Beppe Pisanu risponde ad Alessandro Gilioli in merito all’omonimo decreto di cui stiamo parlando da qualche tempo.

«Non pensa che il decreto del 2005 sui punti Internet pubblici e in particolar modo sul Wi-Fi sia da modificare in senso meno restrittivo?».

«Ritengo di sì, tenendo conto, da un lato, che le esigenze di sicurezza sono nel frattempo mutate e, dall’altro, che l’accesso ad internet come agli altri benefici dello sviluppo tecnologico deve essere facilitato».

Novembre 26 2009

Torno sui due post precedenti, per una questione che sembrerebbe minare la relazione tra la scadenza della legge Pisanu con gli effetti sul WiFi. Nel suo post di presentazione della nuova proposta, Cassinelli specifica – e su questo mi richiamano anche Pietro Mencoboni nei commenti del post precedente e nei giorni scorsi anche Marco Scialdone nel suo blog – che la scadenza della legge Pisanu non cancellerebbe comunque il regime di identificazione vigente. Questo perché il comma 4 dell’articolo 7 della legge Pisanu demanda l’attuazione delle misure previste a un decreto ministeriale (emanato il 16/08/2005). A parte il fatto che nulla impedisce di novellare il decreto, ma per quel poco che capisco del diritto mi vien da dire che venendo meno la legge verrebbe meno anche la base giuridica del decreto stesso: come dire, avrebbe i giorni contati.

Mi pare che il nodo della questione stia piuttosto nel fatto che Cassinelli, così come Scialdone, interpreti il comma 4 dell’articolo 7 della legge Pisanu come del tutto slegato dal comma 1 dello stesso articolo, dove invece la scadenza è esplicitata. Dalla lettura dell’articolo 7 a me pare evidente il legame tra i vari commi e la scadenza comune. Non mi addentro in discussioni giuridiche per le quali non ho evidentemente la preparazione sufficiente, ma l’interpretazione mi sembra quanto meno un po’ dubbia e non ci costruirei sopra la ragion d’essere della proposta Cassinelli.  Mi limito a pensare che di una legge tutta sbagliata non abbia senso modificare piccoli pezzi. La scadenza della legge Pisanu porterebbe con sé buona parte dei pilastri della registrazione/autenticazione/archiviazione delle navigazioni degli utenti che da anni proviamo a mettere in discussione. E dal mio punto di vista sarebbe un buon inizio. Certo non la soluzione, che il problema è complesso, ma un buon inizio.

Novembre 26 2009

Alessandro Gilioli, che ha il pregio di essere molto più realista di me, nel presentare l’appello di cui sotto coglie l’occasione per lanciare contestualmente la proposta di legge bipartisan Cassinelli-Concia. Lo dico senza giri di parole: a me il testo Cassinelli-Concia pare il classico compromesso all’italiana per accontentare superficialmente tutti senza di fatto cambiare nulla e procrastinare di anni ancora il problema. Tolta l’identificazione tramite cellulare, che snellisce semplicemente una procedura ritenuta necessaria soltanto in Italia (anche a Dubai, mi dicono), per il resto il testo non agisce in modo strutturale su nessuno dei freni che la legge Pisanu ha posto dal 2005 a oggi allo sviluppo della rete. Né mi aspetto che la discrezionalità di cui si vorrebbe rivestire il ministro dell’Interno cambi le sorti di una normativa che resta ottusa, vincolante e ispirata da una situazione di emergenza dichiaratamente temporanea.

Vorrei che fosse chiaro il termine di paragone: in tutto il mondo, per lo meno nelle democrazie compiute, per dare accesso alle persone non serve fare altro che procurarsi la banda necessaria e un buon router. Qui da noi bisogna prima registrarsi in Questura come fornitori del servizio e poi – per lo meno fino al 31 dicembre 2009 – identificare fisicamente chiunque utilizzi la connessione e tenere traccia di tutte le sue navigazioni nell’ipotesi che la magistratura se ne interessi. La proposta Cassinelli-Concia agirebbe soltanto sull’identificazione fisica, che sarebbe sostituita con procedure più immediate grazie all’interazione con la sim card del telefono cellulare (per ottenere la quale abbiamo a suo tempo dovuto presentare la carta di identità). Questo renderebbe giusto un po’ più agevole la gestione corrente dell’accesso WiFi, ma non cambierebbe la sostanza: per il gestore del servizio restano tutte le complicazioni burocratiche e amministrative. E sono queste, prima che il fotocopiare e archiviare carte di identità, che fa rinunciare a prescindere chi vorrebbe moltiplicare i punti di accesso e costruire iniziative appoggiandosi a Internet.

Dicevo che mantenere la legge Pisanu sarebbe stato come se dopo gli anni ’70 fossimo rimasti alla teleselezione tramite operatore. La proposta Cassinelli-Concia si limita a prevedere che alcune telefonate, a discrezione del gestore telefonico, possano essere instradate automaticamente e che al posto del gettone si possa usare anche la carta di credito. Capirai.

Ciò che più mi turba è che la proposta Cassinelli-Concia fornisce una via d’uscita onorevole al governo e al parlamento, i quali non hanno né il tempo, né l’interesse, né la cultura digitale necessaria per comprendere l’effetto delle loro decisioni. La legge Pisanu potrebbe a questo punto essere tranquillamente prorogata come da copione, con la promessa di emendarla al più presto con questa proposta bipartisan. Di qui in poi ce la giochiamo di nuovo: potrebbe non cambiare nulla per un altro anno oppure migliorare semplicemente la gestione dell’identificazione. A me non sembra un risultato soddisfacente. Resto convinto che è necessario far scadere la legge Pisanu a fine anno, per lo meno nelle sue previsioni sulla sicurezza informatica e sull’accesso a internet. Se poi si vorrà rimettere mano alla legislazione del settore, che sia finalmente una legge meditata, contemporanea, competente e soprattutto definita nell’interesse della nazione. Non vi sfugga il legame: se scade la Pisanu, la proposta Cassinelli-Concia non ha più alcun motivo di esistere, perché altro non è che un emendamento a un articolo della Pisanu stessa. Una ragione in più per fare pressione contro la legge attualmente in vigore, dal mio punto di vista.

Aggiornamento, ore 13.30: l’on. Roberto Cassinelli spiega la sua proposta di legge, presentata alla Camera il 19 novembre scorso.

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