A me della vicenda privata interessa davvero molto poco, e anzi finora mi è sembrata la solita arma di distrazione di massa che combatte i propri nemici con la loro stessa collaborazione. Però i risvolti pubblici di questa vicenda, come già notava ieri Giuseppe Granieri, sono emblematici. Così l’inchiesta di Giuseppe D’Avanzo oggi su Repubblica – un fact check coi controfiocchi articolato su testo, video, archivio di citazioni e interazione coi lettori – è un gran bel contributo alla coscienza civica e giornalistica di questo paese.
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Far parlare i fatti
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Le candeline del governo
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È interessante questa iniziativa di reality check sui primi dodici mesi del nuovo governo Berlusconi realizzata dalla redazione di LaVoce.info. Mi sembra in linea con quanto dicevamo tempo fa da queste parti e con quanto abbiamo provato a fare nel piccolo delle leggi di internet su Apogeonline.
Parte I
Pensioni, di Agar Brugiavini
Privatizzazioni, di Carlo Scarpa
Scuola, di Daniele Checchi e Tullio Jappelli
Università, di Daniele Checchi e Tullio Jappelli
Mercati finanziari, di Marco Onado
Giustizia, di Carlo Guarnieri
Immigrazione, di Maurizio Ambrosini
Edilizia abitativa, di Raffaele LungarellaParte II
Politiche per le famiglie, di Daniela Del Boca
Federalismo, di Massimo Bordignon
Fisco, di Silvia Giannini e Mari Cecilia Guerra
Informazione, di Michele Polo
Infrastrutture, di Andrea Boitani
Lavoro, di Pietro Garibaldi
Sanità, di Nerina Dirindin e Gilberto Turati
Pubblica amministrazione, di Carlo Dell’Aringa
Perché sarebbe tempo di persone serie
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Fonte: Limits to Growth Model Worth Another Look, The Oil Drum (via Beppe Caravita)
È dalla settimana scorsa che mi gira per la testa la notizia dell’introduzione nei programmi scolastici dell’ora di Cittadinanza e Costituzione. Che, in fin dei conti, è solo un restyling pret-a-comuniché della vecchia e sempre trascurata educazione civica. Rilanciarla tanto male non potrà fare. Però. Mi chiedo: non sarebbe meglio insegnare a questi ragazzi la civiltà nella pratica, facendoli sentire cittadini fin dai banchi di scuola? Tu per primo, Stato, tratti da decenni bambini e adolescenti come voce di spesa da contenere, li releghi per buona parte della loro giornata in catapecchie cadenti, offri loro una didattica inadeguata ai tempi che vivono, investi sempre meno nel loro futuro, sei sordo ai loro tentativi di dialogo, permetti ai loro parenti di risolvere ogni ostacolo all’italiana, ma poi gli rifili il pippozzo scolastico sui principi della civiltà a cui dovrebbero attenersi? Se invece questi vengono su arrabbiati, refrattari, sfiduciati e rinchiusi nelle loro tribù, io non mi stupisco.
Né mi stupisco se tornano da una gita scolastica a Roma con la delusione che oggi leggo sul giornale locale, per dire:
Hanno messo giacca a cravatta nello zaino per entrare nella Camera dei deputati, a Roma. Il souvenir di 20 studenti dellIsa Galvani di Cordenons nel viaggio-premio in Parlamento, è stato lo stupore. «Banchi vuoti nellemiciclo e pochi deputati presenti attaccati al cellulare o a facebook sul computer portatile: che è sta cosa?». Lo ha chiesto Tobia, al commesso con i guanti bianchi che lo scortava nel tempio della democrazia. «Cari studenti, nel momento delle interrogazioni va chi è interessato ha scalato la marcia dellindignazione ingenua, il funzionario -. E una prassi». Tribune a sbalzo semi-deserte, però chiassose. «I deputati presenti parlavano, si alzavano e facevano una gran confusione è stato il report di Stefy, Rita e Athena studenti dellIsa -. Leggevano giornali, chattavano al computer, telefonavano. Laula fa impressione, perché sembra un mercato dove non si ascolta chi parla, in quel caso lunico ministro presente Alfano. Ci siamo rimasti male, perché siamo più educati noi in aula a scuola».
[Messaggero Veneto del 10 marzo, ed. Pordenone, pag. 4 – non online]
Anche a Pordenone, dove ieri si sono svolte le primarie del Partito Democratico per la scelta del candidato presidente della provincia, ha vinto l’outsider:
La nostra vittoria alle primarie si colloca nel solco della spinta al rinnovamento di stili e persone che sta attraversando tutto il Partito democratico. Non si tratta, o non si tratta solo, di un rinnovamento generazionale: è la visione del Partito che è diversa e che oggi ha vinto e chiede di avanzare. Un Partito che non ha paura del dibattito interno, ma che sollecita l’espressione di posizioni diverse, salvo poi trovare una sintesi comune. Un Partito che fa uso degli strumenti di comunicazione più moderni, come mezzo per allargare la diffusione delle informazioni e per valorizzare il confronto politico. Un Partito che considera una ricchezza anche la partecipazione saltuaria dei cittadini alla vita interna, e che si sforza di creare coinvolgimento e interesse su iniziative concrete e specifiche. Un Partito che pensa che il suo primo dovere è quello di dare l’esempio ai propri cittadini sulle tematiche di moralità, sobrietà e di utilizzo delle risorse pubbliche.
La moratoria degli ignoranti
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Su una cosa ha ragione, secondo me, Francesco Alberoni: ci vuole una moratoria. Ma a differenza di Alberoni, che per salvare gli insulsi giovani d’oggi spegnerebbe per due mesi l’anno YouTube, le chat e le discoteche (e ZetaVu spiega bene perché ha preso una cantonata), penso che a tacere dovrebbero essere, ma tipo per almeno dodici mesi l’anno, tutti coloro che non hanno idea di che cosa stiano parlando (ivi compresi molti miei colleghi giornalisti che rinnegano quotidianamente la loro professione, buona parte degli opinionisti buoni per ogni emozione, gran parte degli esperti di tutto e niente, e la quasi totalità della classe politica contemporanea). Di questi illetterati annacquatori di dibattiti digitali, criminali sabotatori di opportunità democratiche, assassini del buon senso non abbiamo alcun bisogno e io ne provo crescente orrore – appena mitigato nei casi, come credo sia quello di Alberoni, in cui mi immagino lo sforzo che la buona fede deve aver fatto per arginare l’arroganza delle dita mentre battevano sulla tastiera.
Poi se la prendono coi blogger. Ma i blogger – qualunque cosa siano – almeno parlano in rete, lasciando l’iniziativa e il filtro a ciascuno di noi. Siamo noi, immersi in una conversazione ricca e solidale, a contestualizzare e a valutare quel che fa per noi o che riteniamo sensato, paradossalmente arricchendo e non fossilizzando il nostro punto di vista. In tv, in radio, sui quotidiani – ancora molto influenti verso le grandi praterie non ancora connesse – no: il filtro è a priori, si suppone una scrematura della qualità e del pensiero che, quanto meno, dovrebbe ovviare ai deliri e alle distorsioni palesi della realtà (laddove ci si aspetterebbero opportunità divulgative e dibattiti costruttivi tra chi, conoscendo a menadito media digitali e network sociali, legge in modo differente opportunità e rischi). Invece da mesi si spara su internet dicendo, ventilando e legiferando colossali scemenze. Che peraltro non raggiungeranno nemmeno il loro scopo, perché minate alla base dalla stessa mancata comprensione dello strumento che ne ha dato origine. Ma che intanto stanno facendo perdere innumerevoli treni a questa nazione già molto mal consigliata, tra le risatine nemmeno più trattenute di mezzo mondo (perfino uno di solito misurato e accademico come Weinberger, voglio dire). Non è per le risatine, è per il nostro destino miserevole e decadente, che tutti vedono così chiaramente tranne noi che siamo impantanati fino al collo.
Io insisto, per reazione, sulla linea del reality check. Su Apogeonline stiamo provando a darci dentro, come anche oggi sul decreto Carlucci (un monumento a Elvira, si dovrebbe fare). E il reality check prevederebbe il distacco delle emozioni facili e al contrario l’amplificazione dei fatti, capaci da soli, se ascoltati, di far impallidire la reputazione del falsario di turno. Però. Però queste ultime settimane sono state imbarazzanti, umilianti e deprimenti, oltre ogni decenza e con un solo segnale in controtendenza. Questi parlano di cose che non sanno, inseguendo soluzioni che spesso già esistono: si fa quasi fatica a starci dietro, tanto ci si sente accerchiati da ignoranti, pigri e in malafede. E a un certo punto tocca anche dirlo.
Trovo significativo che, nel prendersi la briga di rispondere alle critiche contro il famigerato emendamento 50-bis di cui è proponente, il senatore Gianpiero D’Alia abbia trovato il tempo e il modo di distiguere tra gli insulti ma non di rispondere nel merito delle poche e semplici obiezioni tecniche che venivano rivolte alla sua norma. Altrettanto interessante è il rifiuto di partecipare a un confronto aperto con gli argomenti e le esperienze della rete. È un vero peccato, soprattutto perché se la politica non fa la sua parte per uscire dal pantano emotivo e non coglie le occasioni di discutere sui fatti nemmeno nei rari casi in cui ha davanti braccia tese, difficilmente potremo mai tornare a ragionare su nulla in questo paese.
E comunque è già venuto il momento di occuparsi di altro (di molto altro).
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