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Tag: politica

Gennaio 28 2009

Il punto, rilanciato nei giorni scorsi da New York Times, Columbia Journalism Review, e qui da noi da Giuseppe Granieri e Mario Tedeschini Lalli, è più o meno questo: ora che un governo – come sta concretamente facendo Obama negli Stati Uniti – può parlare direttamente ai cittadini, disintermediando un rapporto che prima passava prevalentemente attraverso giornali e televisioni, chi è la figura terza e indipendente in grado di discriminare le informazioni di pubblica utilità dalla propaganda? Chi si fa garante degli interessi dei cittadini? Può un governo, il cui compito è appunto governare, diventare anche il soggetto deputato a raccontare le proprie gesta senza scadere nella demagogia? Può permettersi di trattare con sufficienza i canali preferenziali con la stampa, non avendo più quell’unica urgenza nello spiegarsi al popolo?

Evidentemente la questione va molto oltre la contingenza delle attività online della nuova amministrazione americana e molto oltre la sfera politica. Ora che internet sta scomparendo dentro la realtà, ora che le tradizionali mediazioni stanno attraversando una crisi epocale, il punto diventa paradossalmente trovare nuove mediazioni, nuovi equilibri per bere dall’idrante personale nel momento in cui non siamo più tenuti a fare la fila al rubinetto pubblico. Non voglio in alcun modo banalizzare una questione che io stesso avverto fondamentale per lo sviluppo futuro del web sociale, com’è quella che mi viene da chiamare la reintermediazione della disintermediazione. Vorrei però annotare alla rinfusa un po’ di pensieri, a mo’ di taccuino per chiarirmi le idee io per primo e scriverne in modo più organico in futuro.

Dove stoltamente ridimensiono il problema. Nell’ultimo decennio, con crescente determinazione, molti di noi hanno auspicato e benedetto la disintermediazione della democrazia (e dell’informazione e del mercato eccetera). Bene: eccola la disintermediazione. Libertà e democrazia emergente nell’accesso alle fonti. Libertà e democrazia emergente nel raccontare le proprie storie. Mille punti di luce laddove c’erano soltanto un paio di lampioni pubblici. Ognuno fa luce dove vuole e quando vuole, rispondendo a se stesso ma anche ai suoi pari, che lo emendano e lo giudicano tutte le volte che accende la propria lampadina. E sì, vale anche per chi gestisce l’illuminazione pubblica e anche per gli inquilini della Casa Bianca, mica soltanto per i post-adolescenti che si riabbracciano incanutiti su Facebook. Ci manca già così tanto la mediazione?

Dove rifletto sulla storia delle mediazioni. Ci scambiavamo informazioni anche prima che esistessero giornali e televisioni. Acquistavano beni anche prima che inventassimo la moneta. Poi il mondo s’è complicato, e per gestire la complessità ci siamo organizzati con tutte le mediazioni del caso. Oggi, per la prima volta, stiamo invertendo la tendenza: grazie ai network digitali ogni cittadino può affrontare la complessità del mondo in cui vive, per lo meno nella sua dimensione informativa e relazionale, dando soddisfazione ai bisogni individuali spesso con maggiore efficacia che attraverso le stanche mediazioni consolidate.

Dove le mediazioni vanno in crisi. Le quali stanche mediazioni consolidate spesso reagiscono giustificando se stesse per il semplice fatto di essere esistite fino ad oggi. E, naturalmente, per l’impatto che un loro abbandono avrebbe sull’economia. Spesso generando per reazione paradossi e giri d’affari artificiali. Il mio preferito è il mercato dell’acqua minerale: le bottiglie che dal nord finiscono al sud, le bottiglie che dal sud vanno al nord. Conviene all’intera filiera del settore, fuorché al consumatore (il quale peraltro potrebbe tranquillamente farne a meno e bere l’acqua del rubinetto, risparmiando e inquinando meno in un sol colpo). Da Obama all’acqua minerale: l’avevo detto che andavo alla rinfusa.

Dove prendo la tangente delle mediazioni giornalistiche. Una delle mediazioni la cui crisi si sta cominciando ad avvertire in modo più drammatico è quella del giornalismo, e lo dico da giornalista e da lettore insieme. Il problema non sono tanto i giornalisti, ma la sovrastruttura editoriale. La sovrastruttura editoriale è moribonda, schiacciata dalla velocità del progresso tecnologico e da un tirare a campare spesso poco coraggioso, quando non anche poco assennato. Il ruolo del giornalista (qui inteso come generico addetto professionale all’informazione, al di là di qualunque inquadramento corporativo) si restringe, in parte perché sostituito da un diffuso fai-da-te nel reperimento e nella digestione delle notizie, in parte perché il lettore medio si sta estinguendo ed è sempre più complicato confezionare un prodotto generalista. Si estende, in compenso, lo spazio del giornalista (o di chi per lui, intendiamoci sui termini), il quale torna utile – se non necessario – nelle mille nuove situazioni in cui sono richieste sintesi, competenza consolidata, verifica accurata delle fonti, velocità e qualità nella confezione. Questo è un vecchio pallino, che mi porto dietro dal 1998: la testata si disgrega, ma il giornalista resta.

Dove torno improvvisamente a bomba. Obama, controllando un canale di comunicazione diretto coi cittadini, può fare la storia dell’amministrazione pubblica, ma può anche scadere nella più bieca demagogia. Davvero? Non mi metto nemmeno a discutere di quanto, poco o tanto che sia, la mia categoria abbia fatto negli ultimi decenni per evitare gli eccessi di propaganda dei regnanti di mezzo mondo, perché è una questione che credo ci porterebbe di molto fuori strada. Il punto, secondo me, è altrove. Il garante tra Obama e il cittadino americano iscritto alla sua mailing list o al social network della Casa Bianca secondo me esiste ed è il cittadino stesso in quando parte di una comunità di suoi pari inserita in un ecosistema ricco di punti di vista (Giuseppe, in proposito, ha avuto in passato efficaci argomenti). La Casa Bianca, per quanta forza mediatica non filtrata possa riuscire a sviluppare sui media digitali, sarà sempre una tra le tante fonti digerite dalla comunità attiva e interconnessa a cui si rivolge. Isole di fanatici acritici esisteranno domani, come del resto esistono oggi pur con tutti i guardiani del potere che tradizione vuole. Dalle stelle alle stalle: che cos’è successo nel momento in cui Beppe Grillo da inaspettato profeta della libertà digitale s’è trasformato, come molti temevano, in una parodia di capopopolo? Che nel giro di pochi mesi una consistente fetta dei suoi ammiratori più attenti l’ha lasciato andare per la sua strada, deluso dai non detti, dalle cause eclatanti ma avventate, dalla comunicazione unidirezionale. Il re è quanto meno poco vestito e il suo popolo, che oggi sarà meno garantito ma in compenso ha una coscienza più distribuita che in passato, se n’è accorto piuttosto in fretta.

Di dove rivaluto l’intelligenza individuale e sociale. Io credo che se il problema esiste – e come nota giustamente Mario non possiamo escluderlo a priori, limitandoci a immaginare che la tecnologia sia buona di per sé – la soluzione non sta nella costruzione di nuove sovrastrutture, ma semmai nel suo opposto. Forse i tempi sono maturi per smettere di ritenere imprescindibili forme aggiornate di balia sociale, che peraltro negli ultimi anni non ci ha risparmiato i peggio scempi politici ed economici, e iniziare invece a scommettere sull’intelligenza individuale e della società nel suo complesso. A cominciare proprio dai mezzi di comunicazione di massa, che se fossero davvero preoccupati delle sorti della loro audience potrebbero piuttosto cominciare a divulgare un po’ di sana cultura digitale e veicolare i primi, fondamentali anticorpi per sopravvivere alle inevitabili storture che qualunque medium porta con sé.

Di dove sbraco citando Facebook. Un banco di prova l’abbiamo avuto negli ultimi mesi con Facebook. Milioni di persone finora impermeabili a qualunque entusiasmo digitale, e parlo per esperienza, si sono gettati senza remore nella mischia diventando da un giorno all’altro i più instancabili tra i dispensatori di link, foto, entusiasmi passeggeri e intime malinconie. Un gioioso e salutare branco di parvenu, che a suo modo sta ridisegnando gli equilibri del social networking. Bene: abbiamo visto di tutto, dai gruppi di sostegno alla mafia alle petizioni razziste, dalle goffaggini degli Obama de noaltri alle vibranti proteste contro il villano di turno. Ma al di là di un po’ di sana caciara, nulla ha ancora spopolato in modo dissennato (neppure il gruppo Scommetto di poter trovare 1.000.000 di utenti che odiano Silvio Berlusconi, fermo dieci volte più lontano dall’obiettivo, ed è tutto dire).

So what? Io credo che chi voleva farsi prendere in giro dal potere (e dai media e dalle aziende eccetera) ha lasciato che questo accadesse già ai tempi dei tradizionalissimi cani da guardia “1.0” della democrazia. Così come chi ritene che la parola di un presidente degli Stati Uniti (e di un amministratore delegato e di un editorialista eccetera) sia solo una delle verità possibili, e nemmeno la più disinteressata delle verità, probabilmente continuerà a incrociare le proprie fonti e a farsi un’idea personale della situazione. Gli ingenui continueranno a farsi prendere in giro, i più smaliziati no. Poiché ho la sensazione che nella maggior parte delle occasioni abbiano fin qui prevalso gli ingenui, non credo che la situazione potrà peggiorare poi di tanto. La differenza, secondo me sostanziale, è che la società nel suo complesso sarà comunque più forte, risvegliata nella sua dimensione attiva e interconnessa da un intreccio di legami forti e deboli. Condivido l’idea che in tutto questo i giornalisti debbano avere ancora un ruolo fondamentale: questa volta non più per difendere il cittadino, ma per armarlo e spronarlo a combattere la battaglia di cui avrebbe dovuto essere sempre il protagonista.

Gennaio 20 2009

Il succo

For as much as government can do and must do, it is ultimately the faith and determination of the American people upon which this nation relies. It is the kindness to take in a stranger when the levees break, the selflessness of workers who would rather cut their hours than see a friend lose their job which sees us through our darkest hours. It is the firefighter’s courage to storm a stairway filled with smoke, but also a parent’s willingness to nurture a child, that finally decides our fate.

Il video. Il testo in inglese. Il testo in italiano.

Dicembre 19 2008

Tanto di cappello alla direzione del Partito Democratico per aver scelto di trasmettere i suoi lavori in diretta (su YouDem, su RedTv e a cascata sui maggiori giornali online). Credo anch’io che, nel suo piccolo, questo esperimento abbia segnato un importante precedente nella storia della politica italiana. Non è tanto la diretta: sono l’apertura, la trasparenza dei lavori, i mille canali spontanei che si generano online, sui quali il partito non ha più il minimo controllo. Fin qui riguardo al processo e alla confezione.

Riguardo ai contenuti devo dire invece che la sensazione, dopo aver seguito in sottofondo diverse ore di interventi, non è molto confortante. Al contrario. Non la faccio lunga, perché non credo di avere titolo e competenze per interpretare le sottigliezze di una discussione che – sebbene resa pubblica e trasparente – resta pur sempre interna al partito, dunque probabilmente confinata entro un recinto di codici e riti per addetti. Resto però allibito dal pressapochismo che ha contraddistinto la gestione dei lavori, dall’incapacità di tenere fede anche solo all’unica regola espressamente condivisa (sette minuti a testa), dalla quantità di interventi incapaci di accendere il benché minimo guizzo o quanto meno di dimostrare che chi parlava aveva effettivamente capito dove si trovava e perché.

Ho sentito ripetere tante volte che tutto sommato gli altri sono peggio, dunque le cose non devono andare poi così male. Per essere a pochi giorni da una batosta elettorale, nel mezzo di un mezzo scandalo giudiziario e nel pieno di una disaffezione che non promette molto di buono alle europee dell’anno prossimo, c’è da complimentarsi per la serenità ostentata dai leader. Alla fine, m’è sembrato soprattutto un gioco a far sfogare ansie e intemperanze degli allarmisti o di quanti necessitassero della dose omeopatica di palcoscenico, per poi ricondurre anche i più esagitati a una rasserenante conclusione zen. Su una trentina abbondante di interventi che ho ascoltato dal vivo, quelli che per idee, toni o ragionamenti m’hanno dato l’impressione di vivere nel mio stesso mondo e nello stesso anno si contano sulla dita di una mano: Reichlin, Bersani, Chiamparino, a modo suo D’Alema.

Alla fine mi resta soprattutto l’immagine della frettolosa votazione del documento generico, consolatorio e rassicurante proposto dalla segreteria del partito. E l’altrettanto frettolosa e nemmeno troppo imbarazzata bocciatura dell’unico documento, messo a forza all’ordine del giorno dai suoi promotori, che scriveva nero su bianco le poche parole che molta gente fuori da quella stanza si aspettava di sentir dire nel corso della giornata. Un mezzo suicidio politico, temo.

Dicembre 6 2008

Dobbiamo lottare per ogni centesimo, ci dicevano oggi nel corso del nostro giro per scuole aperte (materne, nel nostro caso). Tagli su tagli, anno dopo anno. Un continuo lavoro ai fianchi di ogni ente locale, che conosce frequenti sconfitte. Le idee non mancano, la preparazione nemmeno, la passione per il lavoro coi bimbi men che meno. Anche le strutture, in questa parte d’Italia, sono moderne e ben organizzate. Quello che manca sono solo i soldi, laddove la loro mancanza si traduce in attività non realizzate o realizzate a metà, materiali ridotti all’osso, salvadanai per i contributi alle spese extra sotto gli occhi dei genitori, cooperative che coprono a pagamento gli orari lasciati scoperti dalla mancanza di personale. Sempre un passo indietro al possibile.

Ti raccontano come conquiste – e lo sono – il corso di teatro, il ciclo di psicomotricità (10 o 12 incontri durante l’anno, non sappiamo ancora quanti riusciremo a pagarne – ci spiegano), i confronti interculturali tra le storie dei vari bambini della sezione, molti dei quali stranieri. Qui i genitori italiani preferiscono rinchiudere fin da piccoli i loro figli nella scuola privata, possibilmente cattolica, come se quel 40% di bambini stranieri non fosse in fin dei conti l’ultima ricchezza lasciata loro in dote dalla scuola pubblica. Gli stranieri sono considerati un peso: spesso non sanno nemmeno la lingua, sono indisciplinati, non integrati, rallentano il lavoro della classe. Stiamo formando una generazione di italiani forse scolasticamente preparata, forse custode delle tradizioni, ma con la mente ben chiusa dentro una campana di vetro.

L’inglese, chiedi: organizzate mica lezioni di lingua straniera? No, i programmi prevedono altre priorità. Altre priorità, capisci? Nel 2008; nel cuore dell’Europa unita; nell’epoca delle sfide della globalizzazione. Già, a che ci serve, tanto abbiamo i programmi tv doppiati noi. Però c’è l’insegnante di religione, garantito, in ogni sacrosanto istituto di ogni circolo – e tutti i genitori sorridono soddisfatti. Devi portare asciugamani, coperte e fazzoletti da casa, ma almeno una volta alla settimana qualcuno racconterà a mio figlio la storia di Gesù bambino. Ce lo meritiamo l’essere lo zimbello del continente, con indici in decadenza in ogni settore. E questo, ne sono certo, è il meglio che l’istruzione pubblica potrà mai offrire a mio figlio, perché per i più piccoli le attenzioni sono ancora molto elevate.

L’ho detto e pensato mille volte: che razza di stato è uno stato che non investe sui propri figli, che taglia sull’istruzione, che non riserva per loro il meglio della propria ricchezza ed esperienza? Quando dicevo fondi all’istruzione pensavo agli stipendi degli insegnanti, alla manutenzione degli edifici, ai rifornimenti di gessetti e cancellini. Rileggendo oggi questo spaccato di Italia con gli occhi del genitore mi rendo conto che tagli all’istruzione significa deprimere l’ambiente, smorzare gli entusiasmi, limitare le opportunità, costringere al passo chi avrebbe le energie per correre, anno dopo anno, da decenni. Per il motivo più stupido e meno credibile di tutti, in quest’angolo vergognosamente ricco di mondo: perché mancano i soldi. Come se servissero i capitali, per fare una scuola di eccellenza. Come se non fosse il primo tra gli investimenti inderogabili. Se mi guardo in giro, in quest’epoca di ricchezza sprecata ed esibita, mi sembra davvero una clamorosa presa per i fondelli.

La verità è che lo stato (noi) sta (stiamo) rinnegando intere generazioni di suoi (nostri) figli pur andare incontro alla rovina più velocemente e con meno dignità. Certe sere mi sembra davvero insostenibile. Oggi è una di queste.

Dicembre 3 2008

Aspettiamo di vedere la proposta concreta, per carità. Ma nelle parole di Berlusconi sull’ipotesi di portare sul piatto del G8 in gennaio un progetto di regolamentazione internazionale di Internet («essendo un forum aperto a tutto il mondo») ci sono tre idee che mi fanno accapponare la pelle: il concetto stesso che si possa in qualche modo regolamentare Internet (capito ancora nulla dello strumento, neh?); la volontà che sia l’Italia a farsi promotrice della proposta (come se avessimo mai brillato a qualunque livello per consapevolezza digitale, qui nel paese ostaggio delle tv); e la speranza che la medesima Italia assuma in qualche modo un ruolo di avanguardia (proprio noi, il paese della legge Pisanu, della legge Urbani, delle reiterate definizioni equivoche di prodotto editoriale, dei sequestri preventivi dei siti web, del reato di stampa clandestina opposto ai siti non registrati e di tante altre comiche digitali). Io, francamente, preferirei lasciare l’iniziativa a qualcun altro. Magari qualcuno che sappia addirittura di che cosa sta parlando.

Novembre 25 2008

Poco fa ascoltavo al telegiornale regionale un consigliere leghista difendere la posizione estrema del proprio partito in merito ai requisiti di cittadinanza richiesti agli extracomunitari per accedere ai bandi di assegnazione degli alloggi popolari in Friuli Venezia Giulia. Non entro nel merito di una questione riguardo alla quale non sono competente quanto serve per evitare di dire banalità o sciocchezze. Ma per una frase sono grato a quel politico. Diceva, in soldoni: è una questione di giustizia guardare prima ai propri figli e poi, se rimane, a quelli degli altri. Ecco, se è vero che siamo definiti da noi stessi, ma anche dal confronto con gli altri, devo dire che i leghisti mi sono sempre di grande aiuto per decifrare il mio rapporto col mondo. E se una cosa mi è chiara, riguardo a quello che avrà un giorno mio figlio, questa è che non sarà affatto indipendente da quello che resterà ai figli degli altri. E se questo non è abbastanza chiaro oggi, che ancora ci illudiamo di poter tenere per legge la complessità fuori dai confini della nostra città o regione o nazione o continente, temo sarà lampante quando quei figli per il cui benessere materiale tanto ci preoccupiamo dovranno effettivamente spartirsi la ricchezza, gli spazi, le abitazioni e i lavori su cui oggi proviamo a ipotizzare riserve.

Novembre 10 2008

Lo aveva anticipato a caldo Beppe Severgnini: nei prossimi giorni in tanti si affretteranno a sminuire la vittoria di Obama, non date loro retta. E infatti nella settimana passata è stato tutto un fiorire di distinguo. Obama è freddo, cinico, opportunista ed egocentrico: probabile. Fin qui sono state solo parole: inconfutabile. È soltanto una moda: certo gioca anche quella. Sull’Iran ha detto le stesse cose che diceva Bush: gli americani non hanno eletto mica il presidente svizzero. Non potrà certo stravolgere gli Stati Uniti e il mondo in quattro anni: oh, mi sorprenderebbe il contrario.

Quello che proprio non capisco è come noi italiani possiamo essere tanto cinici: fare gli schizzinosi rispetto al programma della nuova amministrazione americana, per esempio, a me suona come se un bimbo denutrito facesse il prezioso di fronte al menu di un ristorante di lusso. Hai voglia a dire che sono solo parole: noi, per ora, non abbiamo avuto nemmeno quelle. Cioé, le parole sì: tante, troppe e fumose. Leggetevi quel capolavoro di sintesi, visione, chiarezza e semplicità che Obama e Biden hanno proposto ai loro concittadini. Su Apogeonline abbiamo voluto dare il nostro contributo traducendo tutta la parte relativa alla tecnologia: ogni parola scritta a proposito di Internet è un concentrato di competenza e idee chiare, non c’è una riga che non sia quanto meno allo stato dell’arte.

Questo non implica alcuno sconto a prescindere sull’analisi critica di come tutto ciò verrà trasformato in pratica, né il foderarsi gli occhi di prosciutto davanti ad alcuni temi controversi – come la riforma del copyright, che lascia aperte molte porte. Ma proprio noi, che ci concediamo il lusso di votare partiti privi di una importante visione dell’innovazione, costantemente indietro di un passo rispetto alla maturazione tecnologica del paese, ostinati nel girare intorno al valore strategico della ricerca, beh proprio noi non credo possiamo permetterci di far tanto gli strafottenti senza apparire straordinariamente ridicoli.

Novembre 5 2008

Sia chiaro, oggi ci ho messo anch’io del mio, dunque farei meglio a tacere. Però ora basta compiangerci, su. Sì, ok, con un Obama davanti che ti sprona vien tutto più facile. Fortunati gli americani e disgraziati noi, d’accordo. E di Obama ne nasce uno ogni cinquant’anni in tutto il mondo, forse. Poi noi qui abbiamo il governo che abbiamo e l’opposizione che abbiamo, va bene. Però: Obama è stata la scintilla, il gas ce lo hanno messo i cittadini americani no? Non parlo solo delle elezioni, parlo di tutto quello che la campagna di Obama ha fatto nell’anno e mezzo precedente. Possiamo almeno cominciare a lavorare sul combustibile, non vi pare?

Benché, come molti, abbia subito il fascino di quei due o tre momenti di grazia a misura di fotografi e telecamere (il comizio sotto la pioggia in jeans e scarpe da tennis, soprattutto) o la disinvoltura con cui ha acceso costellazioni di presenze online, quel che più ho apprezzato di Obama fin qui è l’essenza del suo appello al cambiamento. Che non è stato solo – lo scrivevo già oggi – un “aiutami a costruire il mio progetto, fammi vincere le elezioni”, ma piuttosto un “datti da fare per migliorare il tuo mondo, rimetti in moto il tuo senso civico, fatti venire idee per migliorare la vita della tua famiglia, della tua città, della tua nazione, assumiti le responsabilità che ti spettano per il fatto stesso di stare a questo mondo e, se ti va, condividile con noi e lavoriamoci insieme”. Tanto più ha funzionato, in America, quanto più sembrava fosse un esercizio di stile che mai sarebbe stato premiato con una vittoria concreta. Ci hanno provato, han visto che succedeva qualcosa, ci han preso gusto.

Ecco, questo potremmo già farlo, no? Molti già lo fanno, qualcuno ci prova, qualcuno non sa da dove cominciare. Ma per lo più ci fa comodo mascherarci dietro all’idea che siccome siamo governati da un manipoli di vegliardi fuori dal tempo (e spesso anche della decenza) non ha senso impegnarsi. E anzi, siamo quasi autorizzati a dare il peggio di noi. Forse dovremmo smettere di pensare alle elezioni. Forse dovremmo smetterla di perdere tempo dietro alla mediocrità di chi ci rappresenta. Forse dovremmo pensare di cambiare quello che possiamo nel nostro piccolo e a come possiamo unire sforzi contigui per salire un po’ per volta di livello. Se qualcosa stiamo imparando da Internet e dalle reti sociali, questo è che l’innovazione può sgorgare in ogni momento da ogni punto e che la spinta è tale solo se è sostenuta dal basso. Il basso, il livello base, quello da cui tutto inizia è ciascuno di noi. Se non comincia nulla è anche colpa nostra, per definizione.

Come tutti, per formazione civica/scolastica/istituzionale, sono stato convinto a lungo che per cambiare le cose sarebbe servito un grande leader. Ci ho messo anni per arrivare all’idea che il leader il più delle volte non arriva oppure è affaccendato altrove. Ma soprattutto che l’unico modo che abbiamo a disposizione per cambiare il mondo è lavorare su noi stessi e sull’esempio che per il solo fatto di esistere e fare cose forniamo a chi ci bazzica intorno. Avere un figlio, in questo senso, è straordinariamente utile: fin da piccolissimo è lo specchio dei tuoi difetti, te li spiattella sotto il naso in continuazione (ed è per questo, forse, che ci si arrabbia tanto coi bambini). Educare un figlio significa per lo più educare te stesso a dare sempre il meglio, senza sconti o giustificazioni. È una terapia che consiglio a tutti.

Quindi? Quindi non lo so. Ma forse non dovremmo stare qui a compiangerci e ad aspettare il nostro Obama. Potremmo invece – yes, we can – ricavarne nuovo vigore nel seminare buone idee a fondo perduto. Nel connettere le nostre buone volontà in rete. Nel condividere le idee che ci passano per il cervello. Nel collaborare affinché circoli combustibile. Che non si sa mai da dove può arrivare la prossima scintilla.

Novembre 5 2008

Mettiamola così: era molto, molto tempo non mi capitava di essere in sintonia con l’autista del grande autobus scassato su cui un po’ tutti viaggiamo. E penso che, benché tutta ancora da capire, quest’ultima sterzata inattesa sia la cosa migliore che potesse accadere. Alla mia generazione, disillusa da decenni di cinismo e a cui una classe politica impresentabile ha rubato gli anni migliori. E a quella dei nostri bimbi, il cui futuro per una volta mi spaventa meno. Forse non sarà ancora vero cambiamento, ma è un inizio. Ed è un bell’inizio.

Settembre 29 2008

Mi sto facendo l’idea che quella sul maestro unico sia la solita schermaglia di facciata per distrarre l’attenzione di giornalisti, sindacati e folle emotive dal consueto saccheggio dell’istruzione pubblica italiana. Da figlio di insegnante, ma soprattutto da padre di un bimbo che tra quattro anni entrerà nell’istruzione primaria, ho più che mai a cuore il destino della scuola. E poco mi importa, tutto sommato, se il maestro sarà uno o trino, se il tempo sarà pieno o ridotto, se il libro sarà di carta o di bit, quando da generazioni è in corso lo smantellamento sistematico della formazione di qualità dalle elementari fino all’università. Non ricordo più una finanziaria che non abbia tagliato fondi alla scuola. Non ricordo un governo che abbia avvertito l’urgenza di porre un freno al declino investendo sul proprio futuro (dunque soprattutto su istruzione e ricerca). Non incontro da anni un insegnante orgoglioso del proprio ruolo (quando di docenti orgogliosi della propria vocazione, per fortuna, ne vedo ancora tanti). Ecco, poco importa quanti maestri si ritroverà Giorgio in classe nel 2012. Ma mi piacerebbe davvero tanto che quella classe avesse mura solide, attrezzature adeguate, insegnanti appassionati e programmi d’eccellenza per affrontare il mondo contemporaneo. Fa un po’ impressione considerarla appena una speranza.

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