Ho sempre pensato abbastanza male di Facebook (e ne ho scritto anche in passato). Lo considero un laboratorio sociale imprescindibile, perché è pur sempre la prima applicazione della rete costruita su grafi sociali ad aver clamorosamente superato ogni possibile massa critica necessaria per far girare al massimo i suoi ingranaggi. Tuttavia soffro la rigidità dei suoi percorsi e i vincoli formali imposti qui e là all’espressione personale. Certo conta, nel mio giudizio, il fatto che io provenga da una socialità web, quella dei blog, dove tutto può essere disegnato a propria immagine e somiglianza. Eppure ultimamente trovo Facebook migliorato: non sarà mai il mio luogo elettivo, perché resta profondamente chiuso al suo interno in una rete che ci insegna che il valore nasce consiste nell’apertura, ma riconosco che il servizio sta diventando giorno dopo giorno più ricco e flessibile. Al punto che questa volta non condivido affatto le proteste che si vanno diffondendo sulle nuove pagine, i cosiddetti diari (o, come dovevano chiamarsi prima della contestazione del marchio, le timeline).

Con le timeline, infatti, Facebook recupera la memoria, ovvero ciò che più gli mancava. Non è soltanto un fatto funzionale, legato alla maggiore o minore facilità di accesso ai contenuti passati. La memoria in rete è il fondamento dell’identità e della reputazione, oltre che un volano di interazioni inaspettate per i contenuti nel tempo. A molti ritrovarsi davanti il priorio passato non piace affatto, soprattutto se le chiacchiere affidate alla rete sono intese come una forma di intrattenimento istantaneo e senza troppe implicazioni. Forse queste persone dovrebbero prendere atto che, diari o non diari, stanno usando lo strumento sbagliato: in rete il passato lascia tracce anche senza un accesso diretto agli archivi. In rete siamo quello che scriviamo e condividiamo, siamo il modo in cui gestiamo le interazioni con gli altri, siamo quello che gli altri scrivono di noi. L’identità e la reputazione ci servono, se vogliamo che le nostre idee siano prese in considerazione (le urla scomposte degli sconosciuti impressionano soltanto i giornalisti del vecchio mondo). Dunque fornire un supporto molto più evidente e funzionale alla memoria delle interazioni dentro Facebook dal mio punto di vista è un miglioramento sostanziale.

Trovo poi che le nuove pagine servano molto meglio i contenuti. Il contenitore fa un significativo passo indietro rispetto ai contenuti. Inoltre le nuove pagine danno molto più spazio alla sensibilità e ai criteri estetici del singolo iscritto. Piccoli dettagli, forse, ma ho la sensazione che ora le pagine di persone molto diverse fra loro possano apparire in modo sostanzialmente diverso. L’uso della “copertina”, il colpo d’occhio sulla selezione di amici in primo piano che forma un’immagine molto diversa dalla lista precedente, l’uso integrato di metadati di tempo, luogo e prossimità a corredo dei contenuti: colgo un diffuso e importante tentativo di fornire strumenti all’espressione delle peculiarità individuali. Nulla che non fosse già disponibile dal 1999, ma per la prima volta integrato in un sistema popolato da 800 milioni di persone, non è un salto indifferente. Resta forse da trovare un migliore equilibrio nella riconoscibilità di unità di contenuto che scorrono ora da una parte ora dall’altra della timeline, ma mi pare il meno.

Dice che sacrifica i contenuti giornalistici. L’argomentazione non mi convince del tutto o comunque mi pare molto contingente, di corto respiro. È vero, il nuovo formato valorizza le immagini più del testo, così come forse ridimensiona un po’ il video: mi pare una buona notizia per le immagini, senza togliere nulla a ciò che già il testo aveva a disposizione. Ma in un mezzo di comunicazione che prova a fondere testo, immagini e video in grammatiche nuove mi pare un problema relativo, un passaggio verso una più matura capacità di espressione crossmediale. Inoltre tenderei a sdrammatizzare il problema di quanto cambino le pagine delle persone, dei giornali o delle aziende. Perché, come nel caso dei siti, si tratta sempre più di piattaforme di lancio per i contenuti, non del luogo principale di socializzazione tra le persone e i contenuti. Un po’ come il rapporto tra redazioni ed edicole: le persone non vengono in redazione a leggere il giornale, lo comprano in edicola e lo leggono dove pare a loro. Così su Facebook: la pagina rende pubblici i contenuti, custodendoli per chi cerca contestualizzazioni più marcate, ma la fruizione prevalente avviene soprattutto nella bacheca generale degli iscritti e attraverso le segnalazioni della rete sociale.

Solo per dire: guardiamola un po’ più da lontano, ecco.