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Tag: social media

Luglio 23 2008

Trovo FriendFeed interessante, divertente, utile, a tratti perfino geniale. Appena ti ci abitui dà una bella sensazione di controllo sui contenuti che fluiscono in Rete. È potenzialmente un bel passo avanti nel campo delle applicazioni sociali su Internet. Eppure ci sono due o tre questioni di fondo che ancora non riesco a digerire e che mi tengono un po’ distante dall’entusiasmo generale. Provo ad abbozzare sensazioni, senza averci ancora ragionato su più di tanto.

Tutti in piazza. FriendFeed non è l’ennesimo coso sociale iperspecializzato che frammenta identità o contenuti di un certo autore e poi li rimette a disposizione alle altre applicazioni della Rete (tramite feed, widget, plug-in o quant’altro). Come Flickr, per dire. Come del.icio.us. Come lo stesso Twitter. FriendFeed crea una zona altra dove avvengono cose (repliche di cose, a essere precisi). Per seguire quelle cose devi andare lì. Devi andare in piazza, devi scendere fino in centro. Un centro, di nuovo, dentro un mondo di periferie. Sì, puoi integrare il livefeed di FriendFeed nel blog, come gli altri servizi citati, ma è solo una frazione del servizio nel suo complesso. Che vive invece della presenza frequente e collettiva degli iscritti all’interno di uno stesso spazio sociale, e del rimescolamento in quello spazio di canali e protocolli. Twitter è un servizio, FriendFeed è un ambiente. I servizi li usi e li adegui alle tue esigenze, gli ambienti li devi frequentare, nella misura in cui hai interesse o motivo di farlo.

L’altro aggregatore. FriendFeed riscrive la storia degli aggregatori di contenuti vincolando la fruizione dei feed alla rete sociale dell’utente. Un modello ormai classico, tuttavia non era ancora stato fatto (a questo livello) sui feed reader. L’intuizione si rivela ottima per quanto riguarda la sfera di interessi del proprio gruppo sociale allargato, anche su scala piuttosto ampia. La digestione collettiva aiuta in modo efficace a isolare le conversazioni del giorno e i contenuti che hanno riscosso maggiore interesse. Non credo possa però diventare, come qualcuno ipotizzava nelle settimane scorse (e lo linkerei se lo ritrovassi), un sostituto del classico aggregatore, quanto meno per chi come me è abituato a macinare con questo aggeggio qualche centinaio di fonti eterogenee e spesso lontane da ogni rapporto sociale rispetto all’autore dei contenuti. Dunque per me, alla prova dei fatti, FriendFeed rappresenta spesso una replica non esaustiva di quanto già seguo dentro Google Reader (che di conseguenza non sarei pronto ad abbandonare). E tuttavia non me la sento di ignorare FriendFeed perché su quegli stessi contenuti molti miei amici e colleghi riversano un valore aggiunto e diffuso di commenti e segnalazioni. Tra ridondanza e valore aggiunto, io – pur apprezzando sempre più il secondo – per ora avverto soprattutto il peso della prima.

Ancora sulla ridondanza. FriendFeed sta spostando (sostituendo? replicando? accentrando? differenziando?) lo spazio dei commenti. Tutto ciò che viene condiviso dentro FriendFeed può essere segnalato, apprezzato, commentato, a prescindere dalla fonte originale. Un post può avere i suoi bei commenti sul blog di origine, ma se poi viene aggregato dentro FriendFeed, lì ne possono arrivare di nuovi, indipendenti e privi di relazione con i precedenti. Se eravamo abituati a rispondere su Twitter alle provocazioni lanciate in quel servizio, ora spesso capita che il dialogo continui anche lontano da dove l’iniziatore della conversazione aveva cominciato a parlare. In piazza, appunto. Chi non va in piazza, spesso nemmeno se ne accorge, oppure magari se ne accorge quando già se ne sono andati tutti. Il vantaggio di questo sistema è che l’aggregarsi spontaneo dell’interesse altrui fa emergere, nella migliore tradizione social, i contenuti più interessanti. Bello, e funziona pure meglio di altri luoghi, alla prova dei fatti. Il costo, però, è replicare azioni che già si compiono a prescindere laddove i contenuti nascono e disperdere conversazioni.

Un’applicazione esosa di attenzione. Insomma, pur trovandola divertente e spesso utile, mi pare che FriendFeed sia un’applicazione straordinariamente esosa di attenzione, nonché ridondante nel suo modo di favorire l’interazione tra gli iscritti. Non crea nuovi contenuti, salvo sporadiche condivisioni ad hoc, ma raddoppia (quando non triplica o quadruplica, perché più persone rilanciano uno stesso frammento attraverso differenti canali che finiscono poi nello stesso calderone) la vita di tutto ciò che viene macinato dai suoi ingranaggi. Forse è solo una fase di evoluzione, il primo passo verso una ricombinazione delle applicazioni e dei servizi che formano il flusso delle espressioni degli abitanti della Rete. Ma per ora a me non sembra ancora del tutto funzionale, a meno che non lo si abbracci in toto, sostituendo con questo tutti i servizi di aggregazione, microblogging e condivisione che è in grado di sostituire. Io, per ora, questo passo non sono pronto a farlo.

Facebook, del resto. Facebook è un’altra storia. Nasce per essere un recinto chiuso e fa quello che deve. Questo me lo rende poco simpatico a prescindere, ma appunto è un’altra storia. Però per certi veri identifico analogie tra la mia difficoltà di approccio a Facebook e lo sguardo un po’ storto a FriendFeed. Anche nel caso di Facebook, soprattutto nella nuova impostazione appena inaugurata, mi fanno un po’ specie la duplicazione di servizi per la condivisione di status alla Twitter, la dispersione dei commenti, il proliferare di immagini. Le fotografie, soprattutto: già facevo fatica a stare dietro gli aggiornamenti dei miei contatti su Flickr, che io ancora considero quanto di meglio nella condivisione di scatti. Ora quegli stessi contatti differenziano la pubblicazione di immagini tra Flickr e Facebook, moltiplicando i fronti e rendendo più arduo tenere sotto controllo la situazione. Oppure duplicano completamente i canali, raddoppiando anche il rumore da filtrare.

Allora delle due l’una: o sta esplodendo la scala delle nostre reti sociali, nella via verso qualcos’altro, verso nuovi modi di gestire l’aumentata complessità. Probabile, possibile, perfino auspicabile per certi versi. Oppure stiamo perdendo per strada qualche pezzo, mentre frammentiamo e duplichiamo all’infinito la rappresentazione delle nostre identità in Rete e i nostri contenuti. Tertium datur: sono io che ho bisogno di vacanze. 🙂

Febbraio 14 2008

Enzo Rullani prende spunto da State of the Net per raccontare su First Draft i network sociali a modo suo:

All’inizio siamo soltanto individui in cerca di porto. Ma diventiamo popolo non appena si comincia a parlare di noi e a dare nome a quello che facciamo, o che possiamo fare. Ecco le comunità emergenti, ecco il gioco, lo scambio, l’utilità, l’inutilità, la sottile febbre del dileguarsi e la solida voglia del permanere. Tutto e di più, purché lo si faccia insieme, cercando un nome a quello che si sta facendo. […] Il mondo è già cambiato da tempo, nei suoi fondamentali. Ma prima era uno spazio per smanettoni e anime perse. Oggi comincia ad essere un pianeta abitabile da tanti o forse tutti (qualche riserva indiana appassionata della non-rete ci sarà sempre, bisognerà salvaguardarla assegnandola alle cure del WWF). E in questo tipo di pianeta le cose non sono frutto di una lenta e razionale pianificazione, ma di una scoperta forsennata. Emergono, ci sono, ci meravigliano col loro esistere senza che noi – i creatori inconsapevoli – sappiamo nemmeno di averle create. Non siamo diventati più bravi o diversi dai nostri nonni. Semplicemente abitiamo un pianeta diverso.

[leggi tutto l’articolo su First Draft]
Dicembre 2 2007

Domani, lunedì 3, sono a Roma, negli studi di Sat 2000, per partecipare a una puntata di Formato Famiglia dedicata ai blog. Il programma va in diretta tra le 12 e le 13, sul satellite (canale 801 Sky) o in streaming web (sul sito dell’emittente).

Venerdì 7 sono di nuovo nella capitale per Più Blog: insieme a Diego Bianchi, Tiziano Caviglia, Massimo Mantellini, Tony Siino, Tommaso Tessarolo, Stefano Vitta, tutti moderati da Antonio Sofi, si parlerà di Blog 3.0. Ovviamente io sosterrò le ragioni del blog/web 0.0, che a me tutti questi numeri che salgono ogni pochi mesi danno un po’ alla testa.

Novembre 21 2007

Durante il barc-onvegno sulla rete civica fiorentina, uno dei punti su cui ho insistito di più è che molto di quello che potrebbe servire al Comune per animare i suoi nuovi spazi digitali in realtà esiste già nei blog personali, nelle webzine, nelle raccolte di foto eccetera. E che comunque i cittadini oggi non aspettano certo i recinti istituzionali per cominciare a esprimere e a condividere idee di rilevanza locale: fanno già da soli, e spesso bene. Tra gli esempi che portavo, Flickr: fossi un amministratore locale, dicevo, metterei in home page un flusso di foto pescate in automatico con feed e parole chiave da quel social network fotografico. Che poi non sono solo panorami, viste turistiche e proto-cartoline, ma soprattutto punti di vista, echi di fatti, spunti inaspettati – e, perché no, a volte anche il lato oscuro e meno nobile di una città.

Oggi vedo che Flickr è già andato oltre e ha inaugurato la sezione Places. Una pagina dedicata a ogni località del mondo. E quale esempio porta l’internazionalissimo Flickr per introdurre la novità? Firenze. Lo vedi che era destino?

Novembre 13 2007

Torno da Firenze con diversi stimoli positivi. L’incontro di sabato è stato informale, pacato e a modo suo ricco di contenuti. A Firenze abbiamo trovato un assessore giovane ed entusiasta, Lucia De Siervo (assistita da una vecchia conoscenza del blogging italiano, Franco Bellacci), che ha parlato poco e ascoltato tanto. Trovo intelligente la scelta alla base: non le solite chiacchiere tra esperti di reti civiche e siti istituzionali, non l’ennesimo Comune che celebra se stesso, ma una sorta di tempesta di cervelli in pubblico tra persone che vivono questo vivace angolo di Rete tutti i giorni, in contesti quasi sempre diversi da quelli amministrativi. Che cosa chiedereste se foste un cittadino fiorentino? E come rispondereste se foste il Comune? Ciascuno ha inquadrato il web sociale dal punto di vista della propria esperienza, condividendo pratiche e suggerimenti non inediti ma spesso ancora inauditi nelle istituzioni pubbliche, troppo spesso frenate da vincoli normativi e soprattutto da un timore non facilmente comprensibile all’esterno.

Tra le storie più interessanti, ne ha parlato Enrico Sola, mi sono appuntato l’evoluzione di SanpaBlog (l’urban blog del quartiere San Paolo di Torino) da inefficace voce delle locali associazioni a vivacissima raccolta di segnalazioni e notizie dopo che un gruppo di anziani del quartiere ne ha preso di fatto la gestione. Il pensionato come collante delle iniziative collettive, anche e soprattutto online, è un tema che mi interessa in modo particolare, e su cui devo tornare nei prossimi giorni anche per presentare meglio una piccola cosa che sta per cominciare all’unAcademy.

Ora riparto, ma resto ancora in ambito reti civiche e amministrazioni entusiaste. Domani sera, 14 novembre, sono ospite dei mercoledì di Piazza Telematica a Schio, in provincia di Vicenza. Piazza Telematica è un ufficio dell’Informagiovani del Comune di Schio, ed è un originale centro di documentazione, supporto, divulgazione e studio sulle nuove tecnologie – di forte ispirazione “open” (open software, collaborazione aperta, libertà digitali eccetera). Nella mia esperienza, è una delle prime amministrazioni a non fermarsi alle solite chiacchiere sul digital divide o all’organizzazione di noiosissimi quanto inutili corsi per imparare a usare il Pc, ma che investono sulla cultura digitale e provano a dare vita a un volano concreto di competenze ed esperienza. Domani sera – si comincia alle 20.30, nella sede di Via Fratelli Pasini (mappa) – si parla naturalmente di parte abitata della Rete.

Novembre 9 2007

Domattina, sabato, sono a Firenze per partecipare a un incontro su Reti civiche 2.0, l’evoluzione del rapporto tra cittadini, istituzioni e web, organizzato dall’Assessorato all’Informatica del Comune. Si comincia alle 9.30 nella sala Blu dell’Educatorio del Fuligno (via Faenza 48, non lontano dalla stazione di Santa Maria Novella). Il dibattito dovrebbe potrarsi fino al pomeriggio. Insieme a me, Paolo Attivissimo, Diego Bianchi, Antonio Dini, Elena Farinelli, Flavia Marzano, Nicola Novelli, Antonio Sofi, Enrico Sola e Simone Storci. Modera i lavori Marzio Fatucchi.

Agosto 1 2007

Segnalo con piacere il generoso speciale che il bimestrale di cultura, filosofia e costume Silmarillon ha dedicato ai blog nel suo numero di luglio/agosto. Non tanto per l’intervista che mi ha fatto Alida Padawan, quanto perché Francesca Pacini e i suoi collaboratori hanno provato a capire quello che sta succedendo in Rete e a raccontarlo al di fuori dei soliti ambienti della Rete con garbo e dedizione non comuni.

Giugno 15 2007

Durante Web 2.0ltre, in particolare nel corso della prima giornata, mi è tornata in mente la storiella dei ciechi che vanno allo zoo a scoprire l’elefante. Dovendo usare le mani per scoprire il grande animale ne traggono ciascuno un’analogia differente: l’elefante è come un serpente (chi toccava la proboscide), l’elefante è come un palazzo (chi toccava il busto), l’elefante è come un albero (chi toccava la gamba). E via dicendo. Così per il Web 2.0: ognuno l’ha analizzato da una prospettiva differente, in una gamma di sguardi che andava dall’esaltazione alla negazione di qualsivoglia motivo di novità. Mi sembra una buona cosa per un convegno, e per un convegno a pagamento destinato a delle aziende in particolare.

Io ho vissuto le due giornate da un punto di vista privilegiato, e lo dico a mo’ di disclaimer rispetto a tutto quello che sto per dire. Ma qui parlo da spettatore, soprattutto. L’ho trovato un incontro molto stimolante, forse perché alle persone e ai concetti consueti si sono aggiunti stimoli e persone che non conoscevo. Ho la piacevole sensazione di aver rimesso in moto il cervello su alcuni temi che da troppo tempo doòormai per consolidati. Qualche appunto sparso.

Pecore e supereroi. Ho amato in particolare l’intervento di Bernard Cova. È una di quelle persone in grado di catturare il tuo sguardo sulle cose e spostarlo per mezzora qualche metro più in avanti. Difficile rendere giustizia alla sua carrellata di suggestioni a cavallo tra sociologia, antropologia, economia e tecnologia, ma il concetto cardine è che le persone stanno cambiando, stanno rispolverando la necessità di creare quotidianamente e nel tempo stesso di appartenere. Non più gregge di pecore, ma supereroi che agiscono insieme. La comunità, l’essere insieme, la we-ness è parte integrante dell’identità. Il marketing si capovolge, i consumatori diventano produttori di senso, le aziende devono reinventarsi (ma con buon senso). Tutto questo avviene – e su questo passaggio sto rimuginando ancora – non come conseguenza del Web 2.0, perché al contrario è la tecnologia che si sta adeguando al capovolgimento della società. E se il Web 1.0 non ha funzionato, aggiunge Cova, è anche perché l’evoluzione della società era già avviata.

Il Web 2.0 non esiste. Delle due l’una. O molte aziende convertitesi tra le fanfare al Web 2.0 non hanno ancora capito nulla del Web 2.0. Oppure stanno provando a cavalcare il fenomeno per ristabilire al più presto gli stessi recinti in cui eccellevano nel Web 1.0. Sentire Alice, Yahoo! Italia e Dada (ma anche altre aziende minori qua e là in altri momenti del convegno) parlare delle loro strategie, di revenue, di fatturati, di cpm, di cpa, di acquisizioni, di utenti che vogliono solo divertirsi e diverse altre amenità mi ha fatto sentire come un extraterrestre misantropo paracadutato per un errore di rotta nel bel mezzo del SuperBowl. In alternativa: me stesso alle conferenze stampa milanesi delle dot-com sei o sette anni fa. Ora, è evidente: loro stanno facendo milionate di euro, e nella scala di valori che va per la maggiore questo significa rispetto estremo e deferenza. Ma non credo ci sia stata una singola frase del panel di chiusura della prima giornata (Show me the money: ritorno degli investimenti e modelli di revenue del Web 2.0 nel mercato italiano e globale) che io, in qualche modo un addetto ai lavori, mi sia sentito di condividere. Anzi sì, una sola, quella che ha fatto più scalpore, ma in fondo anche la più onesta: il Web 2.0 non esiste, è il solito web partecipativo di cui parliamo da oltre un decennio (provocazione attribuibile, nello specifico, a Giancarlo Vergori di Alice). Ecco, nel loro caso – e benché mi faccia specie mettere nel mucchio anche una società che annovera servizi come Flickr o del.icio.us – forse è davvero così.

Basta poco. Una delle conversazioni più piacevoli è stata quella dedicata al corporate blogging. Ne conservo una conclusione a modo suo illuminante. E divertente, dal mio punto di vista. Le aziende restano sorprese che qualcuno voglia davvero parlare con loro. Le persone restano sorprese che un’azienda voglia davvero parlare con loro. Passata la paura si raccontano casi di successo. Non è così difficile, evidentemente. (Alessio Jacona, che moderava il panel, approfondisce il concetto)

L’email è morta. Se sul Web 2.0 si sono scontrate visioni diverse, dai relatori (quelli internazionali in particolare – e Lee Bryant il più incisivo in proposito) è emerso un dato tutto sommato condiviso: la posta elettronica ha fatto il suo tempo. Internet è un flusso, l’email è uno stagno che fa perdere troppo tempo. Bye bye email. Io non sono pronto, lo dico subito. Uso pesantemente le applicazioni più mature di Internet, buona parte dei contenuti di cui usufruisco passa per un feed Rss, converso e attingo alla conversazione. Ma no, non toccatemi ancora l’email. Sì, c’è lo spam. Sì, è una comunicazione più statica e faticosa. Ok, non è molto scalabile. Vero, in contesti collaborativi professionali ambienti integrati blog+wiki+aggregatori+feed funzionano meglio. Ma io considero ancora l’email come una componente fondamentale delle mie attività online, parte della mia identità digitale. Mi sono sentito spesso in anticipo sui tempi, negli ultimi giorni. Ma rispetto a questa prospettiva no, ho risvegliato quel poco di reazionario che c’è in me.

Pubblicità 1.1. Enrico Gasperini è stato bravo e coinvolgente. Ma da presidente di Audiweb ha fatto il suo mestiere, ovvero ha parlato della pubblicità degli investitori tradizionali che utilizzano strategie tradizionali all’interno di canali poco meno che tradizionali. Dunque dentro i banner, il marketing virale, il passaparola artificiale. Zooppa, tutt’al più, è la terra di confine. ReviewMe, Pay-per-post, Federated Media – per non parlare dell’unico vero avamposto di pubblicità 2.0, ovvero quel The Deck a cui nel mio convegno ideale dedicherei un’intera mattinata di studio – nemmeno di striscio. Molto si è detto di cost per click/impression/action, durante il convegno, ma non ho sentito un solo relatore citare anche solo per caso il cost-per-influence. Come se non bastasse, a un certo punto Gasperini ha rimarcato la difficoltà di raggiungere con la pubblicità online le fasce più giovani, perché i loro modelli d’uso di Internet sono talmente estremi, rapidi e peculiari da lambire appena le vie battute dai grandi investitori. È un bel problema! Questi qui come li andiamo a colpire?, si è lasciato candidamente sfuggire Gasperini. E io, che avevo un microfono acceso davanti alla bocca durante la sua pausa ad effetto, mi sono morso la lingua giusto un attimo prima di notare ad alta voce che non è mica obbligatorio colpirli, che non è certo un servizio pubblico e che forse potremmo anche lasciarli in pace, poracci. Ma è evidente che io ho un problema consolidato con la volgarità dei termini di marketing (colpisci tua sorella, se t’aggrada) e con le pretese universali dei pubblicitari rispetto alla necessità di raggiungere sempre e comunque tutti, notte e giorno, in qualunque contesto, a qualunque costo.

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Milano sullo sfondo. Io e Milano abbiamo un rapporto strano. Amore e odio. Il secondo vince regolarmente alla volata. Arrivare a Milano mi mette sempre di uno strano umore, probabilmente dovuto al rapido processo di assuefazione alla perenne incazzatura e fretta di cui risente qualunque atomo a quella latitudine. Ogni volta mi porto a casa una manciata di aneddoti. Il migliore, stavolta, nei bagni della hall del Marriott Hotel (qualche nota in proposito anche da Marco Formento), dove entro seguito da un businessman in completo grigio e faccia scura, con auricolare bluetooth all’orecchio e tanta, tanta fretta. Entriamo in due toilette contigue, separati da un pannello di compensato. Facciamo quello che dobbiamo fare, ciascuno per conto proprio. Dopo venti secondi sento il mio vicino dire a voce alta e scandendo bene le sillabe, con accento meccanico: «Te-re-sa-Me-noz-zi». Pausa, sospensione nell’aria. «Ah ciao Teresa, sono Adalberto, volevo dirti che per quella riunione poi ho pensato che» – sciaquone nella terza toilette, che non turba minimamente il mio vicino – «forse è il caso di anticiparla a domattina, perché» – ventola ad alta potenza per l’asciugatura delle mani, scatarrata di un altro avventore nella zona lavabi – «è molto importante che incontriamo quelle persone al più presto e facciamo» – tiro lo sciacquone io, sogghignando – «il punto della situazione. Puoi» – sciacquone suo – «pensarci tu e richiamarmi» – ci laviamo le mani uno accanto all’altro, serissimi e apparentemente incuranti l’uno dell’altro – «appena hai notizie? … Bene… Perfetto… Grazie… Ciao, ciao». Usciamo dal bagno, si schianta la poesia.

Giugno 15 2007

Io e il Web 2.0

A proposito di Web2.0ltre, metto agli atti la traccia del breve intervento con cui ho aperto la prima giornata di lavori. Cito in modo abbastanza esplicito World of Ends, Joi Ito e diversi spunti ormai digeriti collettivamente che ho già raccolto in modo esteso nel libro.

Buongiorno a tutti.

Sono molto grato a Reed Business non soltanto per avermi chiamato a presiedere questa conferenza, ma soprattutto perché ci dà l’’opportunità di fare per la prima volta in Italia un punto della situazione riguardo all’’evoluzione di Internet, con particolare attenzione alle dinamiche business di nuova generazione.

Io, e spero di non rovinarvi la festa prima ancora che sia cominciata, sono uno scettico del Web 2.0. Del termine Web 2.0. (Al contrario il nome che definisce queste due giornate mi suona benissimo: Web 2.0ltre.) Sono scettico perché, ormai è chiaro a tutti, non c’è proprio nulla di nuovo. È sempre il nostro caro, vecchio Web di sempre. Quello che è cambiato è il nostro modo di percepire il ruolo della Rete.

Ci abbiamo messo oltre un decennio per capire che una rete come Internet produce valore soltanto se lasciamo che il valore si crei spontaneamente ai margini. E che continuare accentrare contenuti, interessi e investimenti in centri fittizi non avrebbe funzionato. Ci abbiamo messo diversi anni a renderci conto che la televisione è la televisione e che Internet è Internet.

Ma la novità più rilevante, che fa da sfondo a questo nostro incontro, è che le persone si sono riappropriate dei nodi della Rete. Lo stanno facendo grazie ai blog, ai podcast, ai wiki, ai social network, ma poco importano gli strumenti: un numero esplosivo di persone ha iniziato a utilizzare gli strumenti più maturi di Internet per esprimere punti di vista, per condividere competenze, per alimentare una nuova opinione pubblica, per trovare nuove mediazioni tra le diverse visioni del mondo.

Oggi tutti possono comunicare con tutti, contemporaneamente. Possono conversare, come amiamo dire in termini un po’ geek. Non c’’è limite strutturale, non c’è filtro all’entrata. Ognuno ha la possibilità di mettersi in gioco, di acquisire una voce pubblica, di dare palestre tecnologiche ai propri talenti. E poco importerebbe forse delle opportunità e dei talenti del singolo, se non fosse che a livello aggregato abbiamo finalmente raggiunto le prime soglie critiche. Internet sta raggiungendo in buona parte del mondo il numero di giri che gli consentono di andare a regime, di produrre valore, di alimentare nuove forme di relazione tra le persone, tra le idee, tra i contenuti.

La sfida passa anche, soprattutto, per incontri come questo. Perché siete, siamo tutti chiamati a inventare le nuove piattaforme operative della società. La nostra società ha grossi problemi di scala: le nostre istituzioni politiche, i nostri mercati, i nostri sistemi di convivenza sono stati inventati quando tutto era enormemente più piccolo e più semplice. Viviamo in un mondo globale e veloce, che i modelli consolidati stanno banalizzando e impoverendo.

Io ho l’’illusione che i social software stiano stimolando le persone a mettersi in gioco e a collaborare in modo nuovo. Penso che se mai esisterà una società digitale, questa nascerà anche dalle idee e dalle applicazioni che usciranno dalle vostre società.

Mi sembra bello, e utile, che possiamo dedicarci due giorni per parlarne insieme.

Vi ringrazio, vi auguro di passare due giorni stimolanti e diamo subito inizio ai lavori.

Gli stessi concetti, su per giù, ho raccontato ai ragazzi di DolMedia che tanto gentilmente mi hanno intervistato in una pausa della conferenza.

Giugno 12 2007

Sono a Milano. Domani e giovedì partecipo a Web 2.0ltre, prima conferenza italiana di taglio business sulle opportunità che i social software possono offrire alle aziende. Emanuele Quintarelli, che dell’evento è l’anima dei contenuti, mi ha chiamato a fare il chairman, onore che probabilmente non merito, ma che cercherò di onorare nel migliore dei modi. Mi piace l’invito ad andare oltre che questo incontro rilancia fin dal titolo: è un motto che sa di lavori in corso, di nuove cose da costruire, di idee da approfondire. E domani sera, salvo (miei) contrattempi, cena di gruppo con alcuni amici di vecchia data e nuove persone da conoscere.

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