
– Giogiò, lo facciamo un disegno per Emanuele?
– Sìììì, dai!
– Che cosa disegni?
– ‘ sorriso.
«Nonno, quella lì è ‘a tua chitarra?»
«Quella chitarra lì si chiama man-do-li-no»
«’A mia chitarra si chiama chi-tar-ra»
In fila alla cassa del supermercato, davanti c’è una signora con un vistoso collo di pelliccia sulla giacca invernale.
«Mamma, guarda: a’ simmia!»
La mamma, imbarazzata: «Sì, Giogiò, c’è una signora davanti, poi tocca a noi.»
«No, mamma: simmia, scimmia!»
Poco fa cercavo di addormentare il mio Bubi, quando lui mi allunga le braccine al collo con un poco credibile “Paùa buio!”. Lo prendo su, gli racconto la storia di “Topina e il buio” e continuo a parlargli suadente di tutte le cose belle che ha fatto oggi e di tutte quelle che sognerà.
Ad un certo punto lui bofonchia un assonnato “Basta parlare…”. Ma come, alla sua mamma? Me lo sono fatto ripetere tre volte, non sapevo se offendermi o gioire ;-)
Ma poi che bello godersi un’ora di pc indisturbato mentre lui dorme stecchito!
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Due o tre cose che ho raccontato a mamma e papà prima di tornare dal mare, quando ancora faceva caldo, tanto per terminare una cassetta.
«Hai visto che bella casina, Giogiò. Ti piace?»
«No.»
«Come no, non ti piace?”
«No.»
«E a te invece che cosa piace, Giogiò?»
«’e canne.»
«Ah. Ecco.»
Dalla categoria indistinta dei tati ora estrapola quella che più gli interessa: bimbi! Le sue chiacchiere mettono insieme sempre più spesso due parole per volta, a volte tre. Attacca bottone con chi gli interessa sfoderando ansioso l’intero repertorio di cavalli di battaglia: ‘a mia mamma, i’ mio papà, ‘e pepé, ‘a mia moto, i’ mio cahcco. Racconta il suo mondo, a modo suo. Capisce che il più delle volte il mondo è la reazione a un’azione e si sta appassionando a sperimentare che cosa succede quando l’azione è sua. Si perde in capricci da due soldi, esaspera i genitori, poi le volte che trova una via d’uscita onorevole sorride all’improvviso e dice “ecco!”, come dire ok, ho finito, sono tornato, pacetta? Corre saltellando sulle scarpe, come se non avesse ancora il controllo definitivo di tutta quella velocità. Se la corsa è competitiva, cosciente, incassa la testa tra le spalle e si protende in avanti. Sa riconoscere ed elencare le parti fondamentali del suo corpo. Ripete a pappagallo le interiezioni spontanee e curiose. Tutte le volte che qualcuno compie gli anni, lui canta “eee guri aaa teee!” e poi soffia su un’immaginaria candelina.
Oggi, come promesso, la candelina sarà vera e la torta tutta tua. Buon secondo compleanno, Giogiò.
Due episodi.
L’altro giorno Sergio era andato a Milano con il treno delle 6. Io, affannata, dico a Giogiò: “Amore, sbrigati, devo andare al lavoro! Ci sono i tati che mi aspettano…” e lui, puntandosi il ditino al petto: “Io tato!”. Senza parole.
Stamattina dò una fetta biscottata a Giogiò. Lui lecca la marmellata di fragole e mirtilli e ad un certo punto si ferma perplesso e dice “Mamma, NEO!”. Era un mirtillo!
Sì, bello l’aereo che vola. Forte l’automobile, certo. Sì sì, divertenti pure le gru che lavorano sotto casa. Ma vuoi mettere la mo-to? La grande passione di Giorgio, al momento, è la motocicletta. Non c’è affare semovente su due ruote che passi inosservato nell’arco di un chilometro da lui: lui le moto le sente, le vede, le presagisce anche quando nessuno intorno a lui ci ha ancora fatto caso. Ogni cinque parole che escono dalla sua bocca non meno di tre sono mo-to. All’occasione tutto diventa moto, ogni giocattolo supplisce l’urgenza di cavalcare e impennare, motoreggiando con la bocca. Così come ogni copricapo diventa in un istante cahcco, casco.
Il terrore dei genitori è un angolo del centro città dove tradizionalmente si raccolgono i motocicli dei giovani rampanti del circondario: ci finiamo per caso, senza pensarci, e ogni volta non riusciamo ad andarcene prima di aver visto uno a uno tutti i modelli, innervosito (o divertito, in base al carattere) i rispettivi proprietari, fatto ogni sorta di capricci per l’impossibilità di impossessarsi di almeno il più scionchio di quegli oggetti del desiderio. E così ovunque per strada: appena vede qualcuno a cavalcioni di qualcosa di appena più strutturato di una bicicletta, prova ad attaccare bottone. Se ce l’hai in braccio lo senti: freme dalla testa ai piedi.
È evidentemente la sua grande passione. Sua perché nessuna delle persone di famiglia che frequenta abitualmente possiede un moto, né ci risulta abbia avuto di recente particolare predisposizione per le due ruote. Di sicuro non i suoi genitori. Nemmeno negli ambienti extrafamigliari che frequenta durante il giorno abbiamo notato stimoli particolari in questo senso. Nasce da lui, curiosamente. C’è l’ha dentro. Ha le pose e le movenze del motociclista consumato, addirittura. Cose che, se già a volte ti ritrovi possibilista sui bagagli ereditati da vite precedenti, ti fanno pensare un po’.
Di fronte a tanta motivazione c’è poco da fare. Non incentiviamo, non remiamo conto. Tutt’al più cerchiamo di investire in quelle che chiamiamo dosi omeopatiche. Modellini di motocicletta di tanto in tanto, qualche concessione nel guardarle da vicino e a volte sedervici sopra. Tanto che non gli nasca il puntiglio per frustrazione, insomma, confidando che nel tempo si dedichi ad altro. Perché, è ovvio, il genitore non appassionato pensa subito alle gare di minimoto per cinquenni e gli vengono i capelli dritti.
C’è un precedente a favore dei matusalemme di turno. Narrano le cronache di famiglia che il papà di Giogiò presentasse le stesse reazioni di profondo sconvolgimento psicofisico di fronte a ogni sorta di ruspa, scavatrice, elicottero o carrello elettrico di servizio nelle stazioni ferroviarie. E, a quanto pare, non sono diventato operaio edile specializzato, non ho preso il brevetto di volo né lavoro in ferrovia. Pur continuando ad ammirare segretamente chi è capace di manovrare uno qualunque di quei trabiccoli, è chiaro.
Stiamo bene, eh. E ce ne sarebbero da raccontare. Ma quei due dicono che ora che cammino, corro, salto, faccio le capriole, parlo, chiacchiero, urlo, faccio i capricci, mangio di tutto, uso il vasino, attacco bottone con chiunque, faccio il ruffiano con chi mi difende e li faccio passare per tromboni esasperati, faccio le scene quando vedo una motocicletta perché ci voglio salire, sventro casa tutte le volte che ci resto per più di mezzora, mi sveglio all’alba e non ne voglio più sapere, sveglio il condominio, scavalco la spondina del letto e atterro di testa eccetera, insomma, dicono che non gli avanza tempo per fare filosofia da queste parti. Si vede che cominciano a invecchiare, non so.
Ah, per la cronaca: la mia parola preferita al momento è ancò-va! (ancora, detto davanti a cibo o bevande e con marcata arrotazione tardo-nobiliare).
Ci ho preso gusto. Un po’ imito, un po’ metto le caselle al loro posto. Insomma mi faccio capire, ormai. E combino anche le parole, a volte: mamma è diventata ‘a *mìia* mamma, tanto per non sbagliarsi. Papà almeno una volta è stato il *mìio* papà. Mìio, ripetuto ossessivamente come i gabbiani di Nemo, è al momento il mio concetto preferito. Un po’ in anticipo sui tempi magari, che la fase possessiva è di là da venire, ma evidentemente subisco il fascino dell’idea. Mìio. Mìio. Mìio. ‘E *mìio*.
Papà qualche volta è babu, ma quei due non hanno ancora capito bene in quali occasioni e io mi guardo bene dal metterli sulla giusta strada (loro, comunque, sospettano che abbia a che fare con le cuffie morbide del computer di papà). Papà è stato anche deddi, perché mamma mi parla spesso in inglese.
La frutta, al momento, è soprattuto meLLa, con la solita eLLe che quasi esce dai denti. Anche la banana, per intenderci, è meLLa. La pappa non sarebbe la stessa cosa senza un filo d’iojLLio. Ma prima di metterlo tocca togliere il pappo (tappo). Pappello, invece, è il berretto che mi metto in testa quando esco, che fa ancora freddo. Ovviamente il mio pappello è molto beLLo.
Ho una discreta passione per i dittonghi. Zìia, la zia. bVìia, quando bisogna andare (gò gò, se mamma è in english mood). Ahia, quando sto per farmi la büa; ahi ahi ahi ahi, col braccio isterico a mo’ di lenza, quando so che potrei scottarmi o farmi male. Mi fermo davanti alle stanze senza luce, perché è buìjo. Poi, quando mi voglio liberare di qualcosa, la passo a chi mi sta vicino: tò!, tieni.
Mi fanno impazzire gli elettrodomestici. La lavatrice, ok. Ma anche il ferro da stiro. E l’aspirapolvere: passo interi pomeriggi a fare vùuuuuu con qualunque cosa in mano la possa ricordare. Poi quando me l’accendono davanti, scappo – ma insomma sono ancora piccolino, no? Menzione d’onore anche per gli spray, come il deodorante di papà, che fanno quel bel krcrcrcrcr che resta in testa come un tomentone estivo. E se vogliono che faccia silenzio, io li scimmiotto subito con un bel schhhhh!
Gli animali, poi. Quei due amano farmi fare il pagliaccio in pubblico con la “vecchia fattoria” (ia ia ooo). Il cane, bu bu. Il gatto, miiiii. L’orso, ahwr ahwr. La mucca, muu. L’elefante… beh, l’elefante dovrei farvelo vedere di persona perché si capisca come fa la proboscide.
Ay! (Grazie per l’attenzione, a presto!)
Giogiò, dopo aver passato una mattina a State of the Net a trovare il suo papà, desidera contribuire alla serie professione bebé della piccola Chiara su Humanitech.
La mia preferita, al momento, è paLLa. Con la elle così marcata, ora che la so fare, che spesso la lingua mi esce quasi dalla bocca. Come beLLo, del resto. E siccome comincio a sapere che cosa voglio, spesso la indico: cheLLa! (quella). Finora mi sono sentito al sicuro nei bisillabi semplici semplici (maMMa, paPPà, paPPa, noNNa, nono), ma adesso avverto il fascino delle parole complicate: cheCCheio (cucchiaio, cucchiaino), per esempio. Con cui sto cominciando a mangiare la chiCChia (ciccia, carne, pappa) da solo. E quando mi scappa, qualunque cosa sia, è kakka (cacca, pipì), parola che rende meglio se pronunciata annuendo con compita solennità. Nel mio mondo, al momento, le declinazioni non esistono, del resto sono tutti tAAta (tato, tata, tati, persone in genere). Io stesso, quando mi guardo allo specchio sono tAAta. Ogni tanto mamma e papà cercano di convincermi che sono tato, così spesso andiamo avanti per dei minuti: tato, tAAta, tato, tAAta, tato, tAA…ta! Vinco io, naturalmente. Per tutto il resto c’è il passpartout: ay! (sì, grazie, va bene).