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So dire tante cose (ora tocca a me)

Lo ha scritto Gea il 9 gennaio 2012 in Sguardi di bimbo0 commenti

Vocabolario essenziale per avere a che fare con me, che mio fratello era un dilettante in confronto.

Bàmba = ti prego, avvicinami il bavaglino che vorrei evitare di sporcarmi (in alternativa, a seconda del contesto: e ripigliati ‘sta bavaglia, che ho finito; oppure non ho finito affatto, ma sporcarmi è diventata un’opzione oltremodo interessante).

Bùm = è caduto, l’ho lanciato, ha fatto rumore (divertente, ‘spetta che lo rifaccio, magari più forte).

Bvìa (o anche ‘namo) = cielo, non sembra anche voi che si sia fatto tardissimo? Orsù, genitori, andiamocene, procediamo, andiamo via di qui. Via via, andiamo via.

Babài = bye bye, ciao, te’ssaluto, non ho nient’altro da aggiungere, me ne vado, stammi ‘bbene.

Chèllo = quello, proprio quella cosa là, quella che hai messo lontano perché io non ci arrivassi: la desidero ardentemente, vorrei che entrasse in mio possesso immantinente. Quello ho detto! (ma come non capisci quale, va’ che sei proprio lento eh?!).

Chètto = questo, voglio proprio questo, inutile che ci provi con chello, io è questo quello che voglio, non fare il finto tonto, genitore, esaudiscimi per favore sennò urlo.

Cìccì-o = dopo il tlà-tlé, di cui guarda caso è derivato, è la mia grande passione. Il formggio: ne mangerei in continuazione. Avete mica del ciccì-o, già che siamo?

Còa (in versione evoluta: a-còa) = di tutte le parole che ho imparato, ho capito che questa è la più importante di tutte: ancora, ancora, ancora. Sia cibo, un gioco, qualcosa di divertente, se fai la faccia supplicante e la smorfia furbetta e dici ancora, ti accontentano sempre. Sennò piango, ovvio.

Dàmba = la prima parte del corpo che ho imparato, con cui gioco sempre quando mi cambiano il pannolozzo. La mia gamba: non è divertente, la mia gamba? Io rido sempre quando la vedo.

Dòlli = sta nel passeggino che mi ha regalato la mamma, le dò il biberon che mi ha portato Babbo Natale, la porto in giro per la casa, la sbatacchio di qua e di là, ma con affetto. È la mia bamboletta, la mia dolly, come la chiama mamma. Una qualunque delle ventisette che mi ritrovo in giro per casa, non importa, basta faccia quello che dico io.

Èpo = me lo apri, per favore? Anzi, più correttamente: aprimelo subito, ho detto! Forza, su che devo mangiarmelo/giocarci/accedervi con urgenza. Open, open, dice sempre la mamma.

Fiù = è per te, for you, tieni, toh, prendi. Eddai, non l’hai ancora perso? Perché non lo prendi? Su’ afferra! (Ops, è caduto.)

Gior-gio = il mio fratellone, chi altri?

Gìo-gìo-tondo = ma come fate a starvene sempre lì seduti come pappamolle, quando si può fare il gioco più bello dell’universo, che è girare girare girare intorno a sé finché non gira anche la testa? (Funziona solo se accompagnato dalla omonima filastrocca, ovvio.)

Peppo = paper, la carta, ma in particolare la carta igienica, con cui mi piace giocare mentre sono in attesa di espletare i miei bisognini sul water. Perché è questo che si fa sul water, no? Giocare con peppo, strapparla, appallottolarla, buttarla, prenderne altre, srotolarla tutta appena mamma o papà si distraggono. Che altro se no?

Pompòm = snaturato di un padre che mi stai conducendo fuori, hai forse dimenticato che fa un freddo cane? E allora perché non mi prendi il berretto (quello col pon-pon, ovviamente)?

Sciòsci = occhio adesso alle parole con la sc, che sono le mie preferite, quelle con cui vi metto alla prova ricorrendo a sottili giochi di consonanti e vocali. Sciosci è lo yogurt, la mia passione almeno finché si arriva al secondo cucchiaino (poi potete anche tenervelo, collezionando barattoli aperti in frigorifero).

Sciùscia = le signorine per bene sanno quando è il momento di chiedere scusa, e lo fanno a modo loro, lasciandoti col dubbio che sono dispiaciute sì, ma forse in realtà è soltanto un languorino e ci starebbe proprio bene uno yogurt per smorzare la tensione.

Sòsci = non so perché li chiamano calzini antiscivolo, se poi mi scivolano via in continuazione (non è vero, papà, non sono io che me li tolgo!). Allora devo sempre andare da mamma o papà a farmeli rimettere, indicandoli come li chiama sempre la mamma, socks. Sosci, appunto.

Sciùscio = è finito, non ce n’è più, detto in genere di cibo e nella duplice sfumatura “avete visto come sono stata brava?” oppure “si può sapere che cosa aspettate a riempirmi quel piatto di nuovo?”.

Tlà-tle = il latte (di riso), mia grande passione, nonché – in questo caso ripetuto ossessivamente fino a sfinimento dell’adulto di riferimento – desiderio irrefrenabile delle ore periferiche della giornata.

Tòp = basta, non ne voglio più, gradirei non mangiare più questa sbobba, sono sazia. Preferirei terminare questo gioco, smettila di insistere per favore. Insomma, come dirtelo: stop, stop.

Tòppo = il mio adorato cappotto, che ora in realtà è diventato giaccone, ma per me resterà per sempre cappotto, in onore del primo scafandro invernale con cui m’hanno ricoperto. Datemi il mio cappotto, dico quando dobbiamo uscire, incrociando le braccia e battendomi sulle spalle da coprire.

Dove eravamo rimasti?

Lo ha scritto Sergio il 22 novembre 2011 in Cuore di papà0 commenti

Dove eravamo rimasti

Ricordati di lui

Lo ha scritto Sergio il 22 novembre 2011 in Cuore di papà2 commenti

Caro Giorgio,
tu te ne sei accorto appena, ma in questi giorni la nostra famiglia ha dovuto salutare un suo grande amico, uno dei più cari. Quando te l’ho detto, qualche giorno fa, hai fatto quel tuo sorriso dolce, quello compito dei momenti speciali, e mi hai detto che in effetti ti dispiaceva molto, perché lui ti faceva sempre tanto ridere. Ancora non sei in grado di comprendere l’inevitabile spietatezza del distacco, ma non credo che avresti potuto rendergli meglio giustizia. In effetti era simpatico, divertente e genuino. Era la persona con più nipoti putativi che abbia conosciuto, e noi tra loro. Era anche tante altre cose, volate via qualche anno prima che tu nascessi per via di un colpo basso della senilità. Ma era ancora lui, era rimasto fedele a se stesso in quell’umanità così ricca e gentile, benché costretta a fare a meno delle sovrastrutture della memoria.

Io sono sempre stato molto grato per questo tempo extra che gli veniva concesso e che ha permesso almeno a te, meno purtroppo a tua sorella, di conoscerlo. Era una mia piccola emozione vedervi interagire, scherzare e camminare mano nella mano il sabato mattina di ritorno dal mercato. In quella mano stretta era come se passasse in te un po’ della mia infanzia, dove lui c’è stato fin dal primo giorno: è stato prati, passeggiate, scherzi, risate, schedine del Totocalcio al bar, trattori in campagna, Giro d’Italia in tv, racconti di una Trieste d’altri tempi. È stato padrino in una famiglia allora senza zii o nonni maschi. È stato quotidianità e presenza, due cose di cui impari il valore soltanto quando diventi adulto.

Mi piacerebbe che tu lo ricordassi, vorrei aiutarti nel tempo a conservare un ricordo di lui. Perché se è vero, come dice Pessoa, che ognuno di noi è un baule pieno di gente, io sono orgoglioso che nel tuo abbia fatto a tempo a entrarci un po’ anche lui. E per quanto tristi possiamo essere oggi che l’abbiamo salutato per l’ultima volta, so che la nostra famiglia conserverà sempre la gioia e la riconoscenza per averlo avuto nelle nostre vite.

Il piccolo teologo

Lo ha scritto Stefania il 8 aprile 2011 in Sguardi di bimbo0 commenti

Oggi Giogiò ha spiegato alla maestra Luisa cosa sia l’anima. “Una cosa che sta attorno al corpo e gli dà energia. E poi, quando si muore, va in cielo.” E poi, Giorgio? (e qui la maestra si aspettava un tripudio di nuvole e angioletti, e invece…) “Eppoi aspetta un altro signore che ne ha bisogno!”. Ovvio, no?

Il tempo delle metafore

Lo ha scritto Sergio il 28 gennaio 2011 in Sguardi di bimbo0 commenti

- Papà, dammi ancora cornflakes, per favore, che mi piacciono una strage!

- Ah, ti piacciono molto?

- Sì sì, mi piacciono proprio una strage!

S’allarga, il ragazzino

Lo ha scritto Sergio il 16 gennaio 2011 in Sguardi di bimbo0 commenti

(Mattina presto, ci vestiamo per andare a scuola)

- Dove sono i pantaloni? Ah, eccoli. Ma questi non sono tuoi!

- Certo che sono miei, papà.

- Ma no, guardali. Tra l’altro sono molto grandi per te, infatti sono tutti rimboccati.

- Papà, lì ho sempre usati, sono sempre quelli.

- Te li hanno dati forse ieri a scuola? Erano finiti i cambi?

- Ma no, papà, sono proprio miei.

- Bah, forse sono quelli che tiene la nonna a casa sua.

- No-o, sono miei ti dico, li ho sempre avuti.

- E questi calzini? Non riconosco neanche questi. Non sono tuoi, dai.

- Papà, sono miei anche quelli. Non li hai mai visti?

- Ma no, Giorgio, ti vesto ogni mattina, riconoscerò ben le cose tue.

- Forse stai un po’ invecchiando, papà.

Ritratto di famiglia (2011)

Lo ha scritto Sergio il 9 gennaio 2011 in Sguardi di bimbo0 commenti

Ritratto di famiglia

Lo stato delle cose

Lo ha scritto Sergio il 7 gennaio 2011 in Cuore di papà2 commenti

Gea è una bimba tosta. Quando mi chiedono com’è, non so dirlo altrimenti. Scruta il mondo in cui è capitata e i suoi curiosi abitanti con l’intensità di un piccolo alieno in missione speciale. Ha una predilezione per il più corto dei residenti nella casa che la ospita, suo fratello le dicono, al quale riserva tutta la meraviglia di cui è capace. Fissa, registra, elabora, non stacca gli occhi dagli oggetti della sua curiosità. A volte faccio a gara a chi distoglie lo sguardo per primo e lei, ancora inconsapevole, non si scompone e tiene testa. Spesso rende inquiete le persone che incontra, messe in difficoltà dagli occhioni azzurri e gravi che ti si piantano addosso e sembra ti stiano leggendo l’anima. Ride di gusto, come solo i bambini piccolissimi possono fare, e quando ride arriccia il naso. Allo stesso modo, da un estremo all’altro senza mezza misure, si dispera quando non ottiene ciò che vuole raggiungere. Ciò che vuole raggiungere, il più delle volte, è la sua mamma, con cui ha un rapporto ancora strettissimo e intenso. Farfuglia mammammamma, agita il braccio per fare ciao ciao quando se ne va perché ha capito che si fa così, sa che se fa finta di tossire può attirare l’attenzione dei presenti. Non ci ha concesso una sola notte di sonno da quando è nata, ma ogni mattina puntualmente ci fa le feste e nel giro di pochi minuti finisci per chiederti come potevi detestarla tanto solo poche ore prima. È scarsina in tutto ciò che ci si aspetterebbe da un lattante, in compenso fa cacca e pipì sul water da quando aveva sei mesi, mangerebbe tutte le cose che hanno un aspetto sufficientemente adulto, si regge dritta sulle gambe come se calcolasse la scorciatoia più furba per saltare il gattonamento. Comincia a perdersi coi giocattoli, passa una mezzora ogni tanto nel box, talvolta canticchia ispirata, ma la sua espressione tipica è composta da versi profondi e gutturali, poco femminili a detta di suo padre. Conduce con dignità e coraggio le prove di distacco dalla mamma, che deve tornare a lavorare, e saltella di gioia sul culetto quando la andiamo a prendere al nido dopo essere rimasta da sola con gli altri bimbi.

Travolti dal sonno, dalle corse, dal lavoro, da Gea che non concede sconti sulle energie e sulle attenzioni che le spettano, scopriamo Giorgio entrato ogni giorno di più in quella fase matura e senza nome dell’infanzia in cui il bambino diventa una persona con gusti, idee e una dignità non più nel completo controllo dei genitori. Alterna slanci commoventi di generosità ed empatia alle manifestazioni capricciose di un ego ipertrofico con tracce di presunzione. Non si accontenta più della prima risposta che ottiene ai suoi numerosi perché, ma interagisce con il suo interlocutore finché non ritiene la questione chiusa e soddisfatta. È capace di decisioni autonome e mature, talvolta perfino eccessive per i suoi quattro anni, ma in comunità è sedotto spesso dal fascino del Lucignolo di turno. Si lancia in coraggiose esplorazioni nel mondo dei bambini grandi, salvo abbattersi sotto i colpi impietosi di un perfezionismo esasperato, ereditato geneticamente dalla madre. Con un anticipo perfino preoccupante, è stato folgorato dal fascino dell’alfabeto e delle parole e, intuendone la potenza, non perde pretesto per esercitarsi a trasferire i suoi pensieri in forme riconoscibili agli altri. I suoi disegni si vanno riempiendo di forme compiute, di margini precisi, di storie e di prospettive, sotto lo sguardo allibito e benvolente del padre, che non è mai andato oltre gli omini stilizzati quattro-stricche-e-un-cerchio. Abituato fin qui a vedere film e cartoni animati registrati su dvd o sul computer, Giorgio è arrivato del tutto impreparato al suo primo incontro con i programmi televisivi e le pubblicità, di cui sta diventando quel consumatore difficile da contenere che mamma e papà scoraggiano dalla nascita. Ama le regole, ma solo se sono le sue: ha l’attitudine dello sportivo, ma cambia passione ogni volta che di una disciplina arriva al punto di dover assimilare le norme condivise. Inizia a riconoscere le debolezze delle persone che lo circondano e con malizia di bimbo prova a servirsene a proprio vantaggio. Detesta i pasti principali, vivrebbe di merende, il suo mondo ideale è ricoperto di cioccolata fondente. Non ha avuto finora un solo gesto di fastidio o di gelosia per la sorellina entrata non proprio in punta di piedi nel mondo in cui era re assoluto, ma al contrario a lei dedica una dolcezza e una disponibilità senza riserve. Il languore e la commozione della prima volta che ha incontrato Gea non si sono mai spenti nel suo sguardo, finora. E questo, più di tutto, a mamma e papà sembra straordinario.

Via vai sempre più sospetti

Lo ha scritto Sergio il 6 gennaio 2011 in Sguardi di bimbo0 commenti

- Papà.

- Sì, Giogiò?

- Ma la Befana non passa per il camino?

- Sì, passa per il camino, come racconta il tuo libretto.

- E allora come fa a entrare a casa nostra, che non abbiamo il caminetto?

- Come entra a casa nostra, dici?

- Sì. L’anno scorso in montagna c’era il caminetto. Ma qui non c’è.

- Beh, ma la Befana se non c’è il caminetto trova altri modi di entrare.

- Ah sì? Quali?

- Beh può entrare dal terrazzino del salotto, come Babbo Natale.

- Dici che è capace, sì?

- Sì, secondo me ce la fa, sì.

- Bene.

- Bene.

§

- Mamma.

- Dimmi Giorgio.

- Ma il libro non diceva che la Befana portava caramelle ai bambini?

- Sì, perché?

- Perché io ho trovato cioccolatini nella mia calza.

- Ah, ecco… Beh, a dire il vero il tuo libro parlava di “chicche”, Giorgio. “Chicche di ogni sapore”, ricordi?

- E la cioccolata è una chicca di ogni sapore?

- Beh sì.

- Ok.

Auguri, amici!

Lo ha scritto Sergio il 24 dicembre 2010 in Sguardi di bimbo1 commento

Baci

Lo ha scritto Sergio il 26 ottobre 2010 in Sguardi di bimbo0 commenti

Un messaggio di Giorgio alla mamma prima di andare a scuola

Battaglie perse

Lo ha scritto Sergio il 30 agosto 2010 in Cuore di papà3 commenti

Gegé non dorme di notte ed è incompatibile coi tempi di recupero durante il giorno. Giorgio si trova sempre più a suo agio in una forma di preadolescenza in drastico anticipo sui tempi. Il risultato è che mamma e papà sono uno straccio e un filino nervosetti, diciamo così. All’ennesimo intoppo di un giorno particolarmente difficile, papà sbrocca e attacca una delle sue ramanzine alterate e noiosissime sulla sopravvalutazione della democrazia in famiglia e sulla necessità di imporre una sana e robusta dittatura. Il figlio grande lo ascolta con un misto di distacco e infastidita noncuranza. La bimba piccolissima non ci è abituata, si fa piccola piccola e un po’ si spaventa. Non contenta di aver già ridotto l’uragano paterno a tempesta tropicale con un semplice movimento all’ingiù degli occhi, la lattante appoggia timidamente una manina sul braccio di suo fratello in cerca di rassicurazione, che lui naturalmente concede con dignitosa profusione di tenerezza. I figli non sanno combattere lealmente, ecco.

È andata così, stavolta (vista da lei)

Lo ha scritto Stefania il 16 agosto 2010 in Cuore di mamma2 commenti

Quella notte la luna non era piena, ma ce l’aveva proprio con me. Di mattina ero stata a fare i controlli di rito in ospedale e l’esperienza era stata così spersonalizzante e disumana che avevo dovuto camminare fino al fiume per recuperare il contatto con me stessa e con la mia pancia. Quasi ipnotizzata, mi ero messa a guardare la corrente verde bluastra e, ispirata dalle piante che si piegavano come piume e ondeggiavano tra i pesci, avevo coniato il nostro mantra: quando sarà il momento, esci come l’acqua.

Alle 3.20 di quella notte di luna, ecco l’inequivocabile stillicidio ostinato e un solo pensiero: nooo, Gea, nooo, non adesso! Chissà perchè, nella mia testa si era impressa a fuoco la data del 6 aprile (giorno in cui è nato il mio adorato nonno Gigi) come probabile giorno per il parto, e quel 24 marzo proprio non mi andava giù. Giusto il tempo di arginare l’arginabile e mi sono attaccata al telefono. L’ostetrica Luciana, nonostante la voce impastata di sonno, alle 4.30 era già a casa nostra, pronta a monitorare il battito e constatare la mia faccia sbigottita. L’inizio dell’avventura era stato uguale a quello di Giogiò, ma non mi aspettavo che tutta la faccenda fosse proprio una fotocopia… o quasi.

Giò si sveglia, gioca con Luciana, va a scuola allegro e sereno. E io mi dico: bene, ora ci siamo. E invece seguono ore vuote, fatte di chiacchiere, letture, divertenti ancheggiamenti sulla palla da parto, passeggiate sotto il sole, fiorellini raccolti a caso, un passaggio in latteria (dove la voce si sparge a macchia d’olio), monitoraggi che rilevano che non succede nulla di rilevante e massaggi shatsu alla caviglia. L’espressione di Luciana si fa sempre più severa e alle 5 io pasteggio speranzosa a thè, biscotti e olio di ricino, constatando – di nuovo – come quest’ultimo sia un ottimo burro cacao. Dopo l’ennesimo controllo, l’ostetrica scrolla la testa e quasi a minacciarmi dice che, se non succede niente nelle prossime ore, dovremo andare in ospedale. A quel punto ribatto che tutto dipende da lei, che io non decido un bel niente, che gli ormoni sono messi in circolo dal bimbo, non dalla mamma. Luciana mi guarda e, con l’aria di chi la sa lunga, ribadisce che questa cosa la decido io.

Mah… Sta di fatto che prendo il libro che stavo leggendo in quei giorni (La comunicazione e il dialogo dei nove mesi di Gabriella A. Ferrari), mi ritiro in camera e la mano sceglie sicura un capitolo a caso: quello, chissà perché, dedicato all’ottavo mese di gravidanza (aveva molto più senso scegliere il nono, o il capitolo sul parto). Lo sguardo mi finisce sul passaggio che dice: «Tu, dal canto tuo, vivi alterni stati d’animo in cui al desiderio che la gravidanza finisca, potrebbe capitare che talvolta si sovrapponga una sorta di tristezza al pensiero che essa stia realmente terminando» e scoppio in un lungo singhiozzo liberatorio. Touché!

E continua: «In realtà, lungo tutto questo cammino, tu non sei e non sarai mai sola: tuo figlio, che ora stai contenendo ed abbracciando internamente con braccia di luce, continuerà ad essere con te, ed a restare abbracciato a te, per tutto il percorso, finché dal tuo addome passerà al contenimento delle tue braccia reali». Io soffoco i latrati mentre la Ferrari affonda il coltello con un «Non è la prima volta che la vita ti propone delle situazioni nuove! Pensa a quante ne hai affrontate e superate nel passato! Ognuna ha fatto scaturire dal profondo di te delle forze che non sospettavi neppure di avere, o che dubitavi di possedere, ognuna ti ha resa più forte, accrescendo le possibilità espressive e le capacità del tuo potenziale energetico».

E continua con il pezzo forte, un concentrato della mia filosofia di vita, un lenimento per quella ferita che aveva aperto qualche paragrafo prima: «Uno degli aspetti più importanti di questa prova iniziatica consiste proprio nell’oltrepassare i propri limiti (…). Consiste nell’apprendimento di un’accettazione. Accettare l’idea di essere sempre al posto giusto, di stare vivendo le esperienze più idonee a favorire la nostra crescita spirituale e che tutto ciò che ci accade è voluto (…) sia per aumentare la nostra felicità terrena che per aiutarci a sciogliere dei nodi profondi che ci incatenano alla sofferenza. (…) Il parto, in questo senso, è una delle più importanti esperienze della nostra vita, assieme a quella della morte. Entrambe hanno in comune la caratteristica di doverci affidare, per poter superare con serenità una soglia oltre la quale c’è un’ignota trasformazione, un cambiamento, l’inizio di un altro modo d’essere e di vivere».

Ecco qui, penso, ancora prima di nascere, questa bimba mi sta insegnando una lezione, la più grande di tutte. Anche se speravo di tenerla dentro di me e coccolarla ancora per un po’, anche se due settimane di anticipo sulla data presunta del parto mi sembrano un’enormità, devo farmene un’idea. Eppoi che madre sarei se non le insegnassi l’accettazione gioiosa di tutto ciò che accade se adesso non accettassi di lasciarla andare? Come potrei un domani pretendere che lei non faccia una tragedia di ogni distacco – come accade a me – se io ora non accetto il suo distacco da me? Tirando su col naso, con gli occhi gonfi e arrossati, torno in salotto con Sergio – che, nella sua estrema sensibilità e profonda conoscenza di come sono fatta, si era accorto dei miei sospiri sospetti ed era venuto a vedere se per caso non avessi sciolto qualche nodo – e annuncio che forse qualcosa si è sbloccato.

Giorgio torna a casa dopo aver giocato e cenato coi nonni e alle 9.30 di sera lo saluto dissimulando i crampi “giusti”. Tutto è molto più veloce e concitato che nel primo parto, ma io sono molto più consapevole di cosa seguirà e la respirazione profonda funziona a meraviglia. Quando il tavolo non è più un appoggio sufficiente, mi metto a quattro zampe sul divano, ricordando che quella era la posizione che trovavo più comoda la volta precedente. Stavolta però non riesco a stare dritta e mi viene da ondeggiare col bacino. Luciana mi visita e mi chiede se per caso non mi sento di stare in posizione asimmetrica; mi spiega che la bimba non è posizionata proprio perfettamente e che, muovendomi, l’aiuto. Io mi stupisco ancora una volta di quanto l’istinto sia un faro in questa circostanza (e non solo…) e ancheggio come già mi sentivo di fare.

Con la coda dell’occhio vedo la piscinetta che Luciana ha sistemato in salotto dopo che Giogiò è andato a nanna e le chiedo, con un sospiro, “In acqua proprio no?”. Lei riempie la piscina e, in un batter d’occhio, ci salto dentro. Dopo qualche contrazione le ginocchia iniziano a farmi male e Luciana mi suggerisce di stendermi su un fianco, sostenendomi al bordo della piscina. Così, respirando ad arco come avevo imparato al corso di nuoto preparto (4 secondi per l’inspirazione, 8 per l’espirazione, poi 3-6, 2-4, 1-2 quando la contrazione è al culmine, poi di nuovo 2-4, 3-6 e 4-8) so che la contrazione viene e va (psicologicamente aiuta tantissimo), come un’onda che sospinge la zattera in cui ci troviamo Gea e io sempre più vicino alla riva. E con tre A-O-U-MMM (il suono che aiuta, il suono più profondo e più antico del mondo) nasce Gea, la creatura dalle dita affusolate e lunghissime e le orecchie a tortellino che a cinque giorni si guardava già le mani.

Dopo essermi goduta a lungo quel corpicino viscido e tenerissimo con un abbraccio che spero non finisca mai, Sergio mi ricorda le parole con cui abbiamo accolto Giorgio quando è nato e io gliele sussurro tremante e quasi smarrita. Anche la placenta con un “aoumm” è fuori e la esploriamo ammirati con l’aiuto di Luciana, che ce la descrive a ragione come un albero. Non è più il caso di tenere Gea nell’acqua, sempre più tiepida. Anch’io esco e inizio a battere i denti talmente forte che penso me li frantumerò. È strano, ma non ho ricordi del taglio del cordone ombelicale, né di aver mai lasciato Gea un attimo. Quello che ricordo è lei attaccata al mio seno e il suo odore inebriante… e la visita in cui Luciana mi dice che non c’è ombra di lacerazione, solo un’abrasione da curare con qualche sciacquo a base di echinacea e calendula. A quel punto il mio unico pensiero è dove posizionare l’altare per la Madonna e quanto io sia fortunata ad aver vissuto il parto dei miei sogni – in acqua e a casa! – con i miei odori, colori e sapori, e soprattutto i miei tempi.

Ancora oggi sento che il legame con Gegé è speciale, che è un dono che la vita mi ha fatto per la mia crescita, una persona che mi sembra di ricordare da vite lontane e con cui finalmente sono stata ricongiunta. È difficile da spiegare, so solo ringraziare quella visita dal ginecologo che mi ha messo fretta nel realizzare il sogno di avere un altro figlio. E quel marito con la M maiuscola che, con la sua pazienza e il suo incrollabile sostegno, rende questa esperienza ogni giorno più bella, condividendo con me i giorni più impegnativi e degni di essere vissuti che mai potremo avere.

Cos’è quello che hai disegnato?

Lo ha scritto Stefania il 28 luglio 2010 in Sguardi di bimbo0 commenti

È un’ALICEtrasmittente, mamma, quella che hanno i poliziotti!

Ve lo spiego io

Lo ha scritto Stefania il 28 luglio 2010 in Sguardi di bimbo0 commenti

“Una mela al giorno leva il medico di torno” vuol dire che il medico è andato in cielo…