Stanotte, mentre cercavo di addormentarmi e risentivo mentalmente quel battito di cuore così rapido e netto, pensavo a queste pagine. Sentivo le vocine degli amici più scettici, quelli che le cose personali non vanno mai raccontate in pubblico, che le questioni intime si conservano per pochi intimi eccetera eccetera. Dicevano, le vocine, che ero il solito fissato, che con questa cosa dei blog ora sto esagerando. Che non era più solo questione di me e al limite di Stefania, ma di un’altra persona: non può difendere la sua privacy ora, e un giorno potrebbe non apprezzare affatto.
In realtà queste righe, benché non protette, non sono accessibili con facilità. Conosco abbastanza questi aggeggi per fare in modo che un indirizzo resti riservato a quanti non siano espressamente invitati da me o da Stefania, se mai lo faremo peraltro. Dal mio punto di vista, chiunque altro ci capiti per caso è il benvenuto. Più che mai credo che la condivisione della propria vita, e quindi anche di sentimenti personali e di percorsi intensi come una gravidanza, abbia un valore collettivo che è stato sottovalutato in questi ultimi decenni. C’è modo e modo di essere riservati, c’è modo e modo di pensare la propria esistenza in relazione a una comunità di simili, c’è modo e modo di dare un senso alle proprie esperienze. Pubblico, nel mondo di Internet, è una dimensione che ha poco a che vedere tanto con il bar quanto con i giornali: è una via di mezzo di gran lunga più personale di quel che si pensa, e che tra l’altro seleziona da sé gli incontri che vale la pena fare.
E poi, pubblico o meno che rimanga questo diario, mi piace l’idea di tenere traccia di quello che sto vivendo in questi mesi. Non voglio dimenticare nulla, voglio poter rileggere fra nove mesi come mi sentivo prima di cominciare. Ne ho quasi bisogno: mentre Stefania ha l’opportunità di sviluppare fin d’ora una comunicazione diretta col centrimetrino che le cresce nella pancia, inizio di un rapporto che darà molto a entrambi, io vorrei scaricare attraverso le parole quelle emozioni che la distanza di tutti gli amici più cari non mi permette di affrontare di fronte a una birra.
Vorrei anche che mio figlio o mia figlia, se tutto andrà nel migliore dei modi, abbia un giorno l’opportunità di conoscere come i suoi genitori hanno vissuto la sua attesa. Certo, ci sono spazi e tempi per raccontarlo comunque. Ma, siamo sinceri, quante volte lo si fa poi davvero? E quanto resta nel tempo di tante avventure?

