Archive for giugno, 2010

È andata così, stavolta (vista da lui)

venerdì, giugno 4th, 2010

23 marzo, ore 13.30. Sono a Milano per lavoro. Pranzo in un locale lungo e stretto. Il tavolo a cui ci destinano è in fondo. Il cellulare prende appena. Lo metto su un davanzale e mi giustifico dicendo che, benché manchino ancora un paio di settimane alla data presunta del parto, da un paio di giorni il pancione di mia moglie sembra irrequieto e preferisco essere reperibile. Essere a 350 chilometri da casa, con queste premesse, mi rende un po’ ansioso.

23 marzo, ore 22.30. Sono rientrato a Pordenone, a casa sembra tutto tranquillo. Stefania mi racconta di una passeggiata lungo il fiume e della sensazione di pace ricevuta dallo stare a guardare a lungo quel fluire d’acqua. Non riesco a mangiare nulla e mi metto a lavorare ancora un po’. Devo assolutamente finire una cosa lunga che sto scrivendo prima che nasca la bimba: già con Giorgio la consegna di un libro si è sovrapposta con i suoi primi giorni di vita e, ricordandomi la fatica, non voglio assolutamente ripetere l’esperienza. Da tre mesi finisco di lavorare a notte fonda, conto di chiudere entro la fine del mese e tenermi il periodo di Pasqua per riorganizzare casa e ufficio in vista del nuovo arrivo.

24 marzo, ore 00.30. La concentrazione cala molto prima del solito. Non mi stupisce, sono in piedi dalle 5. Vado a letto. Trovo Stefania ancora sveglia, da qualche giorno dorme male e viene svegliata spesso dalla bimba, che si muove molto. La piccola ha il singhiozzo, sta facendo le prove di deglutizione. Comunico con la pancia, le faccio un po’ di coccole, cerco di recuperare tutte le occasioni che ho perso lavorando fino a tardi. Mi addormento di botto, stanco morto.

24 marzo, ore 2.30. Stefania mi sveglia in modo particolarmente brusco per le sue abitudini e mi chiede se per favore posso cambiare posizione, che sto russando come un trombone e non c’è stato verso di farmi smettere con le maniere dolci. Mi sembra inquieta. Dico: “snort”, mi giro e ripiombo nel sonno profondo.

24 marzo, ore 3.30. Mi sveglio di nuovo, questa volta per alcuni rumori in casa. Stefania non è accanto a me. Capisco che è lei che sta facendo rumore, deve aver urtato qualcosa girando per le camere. C’è anche la luce accesa, non lo fa mai. Sto per archiviare la questione come insignificante, quando lei passa veloce davanti alla camera diretta in bagno. Fa tempo a dirmi, concitata: “…sono rotte le acque!…”. Ci metto un po’ a mettere a fuoco l’idea. E quando la metto a fuoco penso: “Oh, cavolo!”. No, d’accordo, non ho detto proprio così, ma è per rendere il concetto. Mi concedo due minuti di “non sta accadendo davvero, è solo il frutto del pessimo panino che hai mangiato prima di partire, continua pure a dormire”. Poi mi prende una razionalità abbastanza conciliante e pacifica: sta davvero succedendo, ora dimentichiamoci di tutto il resto, a cominciare dal panico per le scadenze di lavoro, questo sarà il giorno di Gea.

24 marzo, ore 3.35. Stefania telefona all’ostetrica, che deve raggiungerci da Trieste. Come nel caso del parto di Giorgio, abbiamo scelto di farci assistere durante il travaglio da una professionista, per limitare ogni ospedalizzazione non necessaria. Quando Stefania torna a letto è un po’ agitata, non si aspettava quest’improvvisa accelerazione. Sente qualche brivido e i brividi (i “brividi ridoloni”, per la precisione) l’altra volta erano stati la prima manifestazione del travaglio. Dedichiamo qualche minuto a riorganizzare le idee, pensando in particolare a come gestire Giorgio, che dorme tranquillo e ignaro di tutto nella sua stanza. Ne abbiamo parlato qualche giorno prima, quando abbiamo deciso che il parto, in mancanza di complicazioni, sarebbe avvenuto in casa. I fratelli maggiori, in genere, hanno un sesto senso e decidono di fare ciò che è meglio per loro: ci sono quelli che si svegliano proprio al momento topico, quelli che dormono profondamente anche nel trambusto, quelli che senza apparente motivo vogliono di punto in bianco farsi portare dai nonni. Lasceremo che sia quel che deve essere: se accadrà di notte si regolerà lui come sente, se sarà di mattina lo porteremo a scuola e lo faremo tornare appena possibile, sennò ci organizzeremo di conseguenza.

24 marzo, ore 4.30. Suona il citofono, l’ostetrica Luciana è già arrivata. Sale con alcune borse, ha altro materiale in auto: ha con sé tutto il necessario per adattarsi alle circostanze. Stefania nel frattempo non ha avuto altre avvisaglie di travaglio imminente, tutto sembra tranquillo e la presenza dell’ostetrica in casa ci rassicura ulteriormente. Facciamo un monitoraggio con l’apparecchio portatile di Luciana, mentre le raccontiamo quello che è successo nelle ultime ore. La bimba sta benone e non ci sono segni di vere contrazioni. Le aspetteremo ancora per diverse ore.

24 marzo, ore 6. Visto che non c’è segno che stia per accadere qualcosa, Stefania e Luciana ne approfittano per riposare un po’. Io vado nello studio e comincio a riorganizzare gli impegni dei giorni successivi. Annullo le lezioni a Trieste per tutta la settimana, provo a scrivere un po’ per portarmi avanti, ma la testa, evidentemente, è altrove.

24 marzo, ore 7.30. Sveglio Giorgio per portarlo a scuola. Gli accenno brevemente che forse oggi sarà un giorno molto speciale, mentre assonnato infila le ciabatte “suorescenti” e come un ometto sciabatta verso il salotto. In salotto trova l’ostetrica e non si mostra né sorpreso né turbato. Al contrario, manifesta subito particolare simpatia nei suoi confronti. Lui collega spontaneamente alcuni ragionamenti fatti insieme nei giorni precedenti: che quando lui è nato ci ha assistiti l’ostetrica Barbara e che un’altra ostetrica, che sarebbe venuta a casa, ci avrebbe aiutato a far nascere la sua sorellina. Così, quando – senza ancora tante spiegazioni – gli presentiamo Luciana, lui le chiede, serafico: “Tu farai uscire dalla pancia della mamma la mia sorellina?”.

24 marzo, ore 8. Dopo aver bevuto il latte, Giorgio mostra le sue automobiline a Luciana e poi le fa un disegno. Disegna mamma, papà e la sorellina. “Non manca qualcosa in questo disegno?”, gli chiede Luciana. Lui la guarda interrogativo. “Manchi tu, Giorgio. Sei parte di questa famiglia, disegna anche Giorgio.”

24 marzo, ore 8.30. Spiego a Giorgio che probabilmente ci vorranno ancora delle ore prima che la sua sorellina si mostri al mondo e che dunque è meglio se lui nel frattempo va a scuola e ne approfitta per divertirsi un po’ con i suoi compagni di classe. Gli prometto che se nel frattempo dovesse nascere Trecisasman, lui sarebbe il primo a saperlo e che andrei a prenderlo appena possibile per portarlo a conoscere la sua sorellina. Con Stefania avevamo già deciso che, se lui non fosse stato a casa al momento del parto, l’avremmo recuperato al più presto e avremmo vissuto comunque qualche ora da soli, noi quattro insieme, prima di avvisare nonni e parentado.

24 marzo, ore 8.45. Andando a scuola, io e Giorgio ci fermiamo al negozio di fiori vicino alla sua scuola: mi piacerebbe trovare un girasole come quello che presi il giorno in cui è nato lui. Ovviamente non è ancora stagione e ci accontentiamo di gerbere, ranuncoli e tulipani, che scegliamo insieme per la mamma. A scuola avverto le maestre della situazione, si dimostrano molto partecipi e collaborative. Nell’eccitazione generale Giorgio mi sembra frastornato, probabilmente non realizza completamente la situazione. Ci siamo abituati: più ci si aspetta reazioni eclatanti e più lui assume un atteggiamento di basso profilo, quasi di indifferenza. Mentre gli dò il tradizionale bacio sulla porta della classe, penso che forse è l’ultima volta che lo saluto da figlio unico e mi si ingroppa un po’ qualcosa dentro.

24 marzo, ore 9.00. Recupero qualche brioche per la colazione di Stefania e Luciana e torno a casa. Tutto è molto tranquillo. Una tranquillità irreale che ci accompagnerà per tutto il giorno.

24 marzo, 0re 9.30. Decidiamo di uscire a fare una passeggiata per il quartiere, per prendere un po’ d’aria e, come spesso accade, accelerare l’inizio del travaglio. È una bella giornata di sole, scaldata dai primi tepori primaverili. Tanto magica era stata la passeggiata notturna durante il travaglio di Giorgio, quanto ora invece sembra tutto ordinario, non speciale. Mi sembra chiaro che non è ancora il momento. Mi convinco che il nostro momento è la notte e che dunque non vedremo Gea fino almeno al tramonto.

24 marzo, ore 15.00. Il giorno passa senza eventi degni di nota. Luciana insiste sul fatto che è Stefania che sta trattenendo Gea, ritardando il parto. Conoscendo mia moglie, penso che metterle pressione addosso non sia la strategia più azzeccata e non farà altro che rallentare ancora il corso degli eventi. Poi però arriva la crisi che dà implicitamente ragione a Luciana. Stefania apre una pagina a caso del libro che ha sul comodino e legge dell’addio alla pancia come momento simbolico di separazione tra madre e figlio. Si commuove profondamente. Realizza di non aver dedicato il tempo che avrebbe voluto al pancione, presa dalle urgenze e dai ritmi intensi del lavoro e della famiglia. Contava su queste ultime due settimane di gravidanza per preparare e prepararsi, l’anticipo l’ha spiazzata. Mi sento molto in colpa: negli ultimi tre mesi ho dovuto immergermi nel lavoro giorno e notte, chiedendo davvero molto alla famiglia e a Stefania in particolare, che non ha avuto modo di godersi con calma i mesi di maternità pre-parto. Ne parliamo, coccoliamo un po’ il pancione e un po’ per volta Stefania si tranquillizza. Non c’è altro da fare, a questo punto, che vivere serenamente quel che viene. Ognuno di noi ha fatto tutto quello che poteva nei mesi passati perché tutti avessero il massimo di ciò che spettava loro. Vita è quello che ti capita mentre sei impegnato a fare altri progetti.

24 marzo, ore 16.00. È ora di andare a recuperare Giorgio a scuola. L’idea era riportarlo a casa e vivere insieme il resto del giorno. È evidente, però, che Stefania ha bisogno di un po’ tempo per sé, per riposare e concentrarsi. Non abbiamo ancora detto nulla ai nonni di quello che sta succedendo, ma decidiamo di coinvolgere i miei genitori e far tenere loro Giorgio fino a cena. Vado però a prenderlo io, per raccontargli come sta procedendo l’arrivo di Gea. Lui è tranquillo e sereno. È contento di andare dai nonni, restiamo d’accordo che cenerà con loro e che passerò a prenderlo subito dopo, se non ci sono sviluppi. Quando torno a casa, Stefania e Luciana stanno facendo un altro monitoraggio, che però non dà segni di novità imminenti.

24 marzo, ore 17.30. Il pomeriggio prosegue senza eventi rilevanti. Ognuno fa le sue cose, preso dai propri pensieri. Preparo un the per Stefania e Luciana. Avverto pressione su Stefania, cerco di smorzarla come posso. È un pomeriggio lungo, dilatato, senza trama. Luciana ha preso il resto dell’attrezzatura dalla sua auto. La palla, sulla quale Stefania ondeggia per sgranchire la schiena. Gonfia in salotto la piscina portatile, che potrebbe essere utile durante il travaglio. Decidiamo di tenerla in un’altra stanza della casa fino al momento opportuno, per evitare che rientrando Giorgio si faccia venire voglia di un tuffo fuori programma.

24 marzo, ore 19.30. Decidiamo di prendere una pizza per cena. Vado a prenderla vicino a casa, nella nostra pizzeria di fiducia, ma quando torno Stefania sta facendo un nuovo monitoraggio e la lasciano raffreddare. Io la mangio comunque, per andare poi a prendere Giorgio dai nonni.

24 marzo, ore 20.30. Trovo Giorgio molto tranquillo e sereno. Gli spiego che cosa sta succedendo a casa, lui riceve le informazioni con la solita apparente noncuranza. Avrà davvero capito? Starà realizzando? Certe volte vorresti entrare nella sua testa per vedere che cosa gli passa per la mente. Mi aspettavo di dover fronteggiare l’ansia dei nonni, invece – pur comprensibilmente emozionati – sono molto sereni anche loro. Li preparo all’idea che potrebbero non esserci novità rilevanti fino a notte fonda o addirittura mattina.

24 marzo, ore 21. Rientro in casa con Giorgio. Stefania e Luciana ci accolgono con apparente tranquillità, ma mi fanno capire che il travaglio è finalmente partito. Esauriti i convenevoli, accelero le procedure di preparazione alla nanna. Lui, nonostante le innumerevoli opportunità di distrazione, si lascia convincere con straordinaria facilità. Bisognini, pigiama, denti, storia, ninna nanna, bacio della buonanotte: tutto fila liscio come quasi mai accade. Io nel frattempo fremo un po’ per poter tornare in salotto appena possibile. Mi aspetto che Giorgio percepisca e amplifichi la mia tensione, invece fino all’ultimo è collaborativo e conciliante. Nonostante ultimamente sia abituato ad andare a dormire con la mamma, si adatta con piacere alla mia presenza. Temo che, come spesso succede, ci richiami almeno una volta nella sua camera. Non lo sentiremo più fino al mattino successivo.

24 marzo, ore 21.20. Quando torno in salotto Stefania è a quattro zampe sul divano che vocalizza, accompagnata da Luciana. Le contrazioni sono iniziate e già lavorano spedite. Come ci aspettavamo, una volta partito il travaglio tutto avviene velocemente. Io non so bene che cosa fare, non ho una collocazione in quel contesto così visceralmente femminile. Riconosco in Stefania quella concentrazione così particolare che mi aveva colpito nel giardino di casa, tre anni e mezzo prima. Nonostante la nostra casa sia di certo più accogliente di un ospedale, manca un pizzico di magia rispetto a quell’occasione. Ma non c’è tempo per i dettagli, capisco che la dilatazione è praticamente completa e che è questione di minuti. Protesto tra me e me: almeno questa volta datemi il tempo di trovare il filo degli eventi, voglio essere concentrato anch’io, assaporare il momento e non rincorrere affannosamente gli eventi. Non sarò esaudito.

24 marzo, ore 21.40. Stefania chiede a Luciana se proprio non è rimasto più margine ormai per andare un po’ nella piscina. Sente il bisogno di essere a contatto con l’acqua, così come a suo tempo, nel caso di Giorgio, sentiva la necessità di essere a contatto con la terra. Aiuto Luciana, che è sorprendentemente veloce e organizzata, a posizionare la piscina gonfiabile e a riempirla di acqua prendendo l’acqua dal bagno attraverso un tubo che si avvita nel rubinetto.

24 marzo, ore 22. Stefania è nell’acqua, il cui livello e la cui temperatura salgono un po’ per volta. Cerca una posizione comoda. La trova coricata su un fianco, con la testa appoggiata al bordo della piscina e una gamba ripiegata. Le contrazioni sono forti e si susseguono una dopo l’altra. Non ha quasi tempo di recuperare, ma la riconosco con orgoglio nella sua capacità di dominare la loro intensità e di lavorare insieme a loro perché la natura faccia il suo corso.

24 marzo, ore 22.15. Sono alle spalle di Stefania, l’accarezzo, la sostengo come posso facendole da appoggio durante le ondate cicliche. Spinta dopo spinta, comincio a intravedere una macchia di capelli, lì dove ogni vita comincia. Una spinta, due spinte, tre spinte, una rotazione e voilà, prima che occhi e razionalità mettano a fuoco quel che c’è da mettere a fuoco, nella penombra si intravede un corpicino sgusciare nell’acqua tiepida.

24 marzo, ore 22.20. Gea è arrivata, Gea è tra noi! Riconosco tutto: il mio disorientamento, il corpicino bislungo che ritrova un po’ per volta le sue fattezze dopo la grande prova, il primo respiro, il primo vagito, le prime esplosioni di istinto materno e di smarrimento paterno. Gea è scivolosa, completamente ricoperta di vernice caseosa. La mamma la tiene parzialmente immersa nell’acqua tiepida, la accerezza, mentre lei s’accucciola nella conca delle sue gambe. Non c’è nessuna fretta questa volta: aspettiamo a lungo che il cordone ombelicale smetta di pulsare e che il legame fisiologico tra mamma e figlia completi il suo corso. Alla fine papà fa la sua parte maschile e cruenta, recidendo fisicamente e simbolicamente quel ponte.

24 marzo, ore 22.40. A Stefania tornano i brividi e ripartono le contrazioni. È la placenta, che reclama di essere espulsa. Luciana prende Gea, l’avvolge in un asciugamano e me la passa, poi aiuta Stefania in quest’ultima fase. Io saluto la mia bimba, cerco di stabilire un contatto, ma sembra ancora tutto così irreale. Quando la placenta esce, Luciana la prende, la esamina e la mette da parte: dopo essere stata per nove mesi fonte di vita per Gea, ora può essere ancora fonte di nutrimento per la natura. Tradizione suggerisce che la si usi come concime naturale per una pianta, nuova come la vita appena arrivata, da piantare in giardino. Lo faremo alcune settimane dopo, nel giardino dei miei suoceri, dividendo la placenta in due per coinvolgere anche Giorgio e un secondo alberello, dal momento che con lui, a suo tempo, non ci fu la possibilità di vivere anche questa cerimonia.

24 marzo, ore 22.55. L’acqua ormai ha un aspetto piuttosto vissuto e si sta raffreddando in fretta. Stefania si alza lentamente, l’avvolgiamo nell’accappatoio e la sistemiamo sul divano con Gea. È il loro primo contatto fuori dall’acqua, il primo timido tentativo di Gea di avvicinarsi al seno, ma è soprattutto il meritato momento delle tenerezze e del riposo dopo le fatiche e le emozioni delle ultime ore. Diamo anche a Gea il benvenuto con la formula degli aborigeni australiani, così vicina alla nostra visione del mondo: “Sappi che sei amata e sostenuta in questo tuo viaggio. Io parlo dal dietro dei miei occhi, dalla parte del Sempre che è in me, e mi rivolgo al dietro dei tuoi occhi. Mescolo la mia aria con l’aria di tutta la tua vita affinché entri in te. Tu non sei mai sola, tu sei collegata al Tutto”. Telefoniamo ai nonni, li rendiamo partecipi delle novità e li mandiamo a letto emozionati ma tranquilli – anche i genitori di Stefania, che fino a quel momento non sospettavano nulla.

24 marzo, ore 23.15. Luciana comincia a svuotare la piscina con una piccola pompa elettrica, ripulendola con stracci e aceto. La aiuto come posso, ma lei è velocissima e organizzatissima. In poco più di mezzora il nostro salotto è tornato alla sua disposizione usuale, come se non fosse successo nulla. Niente urla dietro una porta a vetri socchiusa, immagine vagamente cinematografica a cui per qualche ragione associo il parto in casa, ma luci soffuse, voci delicate e odori familiari. I vicini, venendo a sapere solo qualche giorno dopo di quanto accaduto sopra le loro teste quella notte, si stupiranno di non essersi resi conto di nulla.

25 marzo, ore 00.15. È di nuovo ora di dedicarsi a mamma e bimba. Luciana ci consiglia di non procedere subito col bagnetto: le sostanze che si porta dietro dalla pancia sono molto utili alla sua pelle in queste prime ore all’aria. Ci sarà tempo più tardi, in giornata, dopo una bella dormita. Dopo una veloce visita di controllo, Gea viene pesata e vestita con la sua prima tutina, bella pesantella, vista la stagione ancora piuttosto fresca e lo sbalzo termico rilevante a cui il suo corpicino deve abituarsi un po’ per volta. Poi tocca alla mamma: un controllo che sia tutto a posto e poi si può rivestire anche lei. Il parto dei suoi sogni – in acqua, secondo i suoi ritmi naturali, senza interventi esterni – si conclude in modo trionfale: niente tagli, niente abrasioni, solo una leggera sensazione di bruciore, il minimo sindacale quando un corpicino di tre chiletti appena scarsi ti è sgusciato per quel passaggio angusto.

25 marzo, ore 1.30. Gea dorme tranquilla nella culla. Stefania e Luciana riscaldano la pizza e si concedono quella cena rimandata per diverse ore dal corso degli eventi. Stefania è già in piedi, seduta al tavolo, un po’ affaticata, ma raggiante. Ci confrontiamo su tutto quello che è avvenuto nelle ultime ore, per affogare dolcemente nelle chiacchiere la tensione ancora alta. Mando i primi messaggi agli amici più stretti, sperando di non svegliarli; qualcuno addirittura ci risponde subito, stupito da quella notizia inaspettata e in anticipo. Parliamo a lungo con Luciana, quasi abbarbicati a quella notte, per non farla passare. È magica in un suo modo completamente diverso rispetto alla notte d’agosto di Giorgio, ma altrettanto speciale e unica.

25 marzo, ore 3. Sono quasi 24 ore che non dormiamo, è stata una giornata intensa. Suggerisco a Luciana di non mettersi al volante in quelle condizioni, ma di dormire qualche ora da noi prima di rincasare. Si accontenta di una coperta sul divano, ma alle 6.30 deve comunque partire per onorare un impegno preso a Trieste la mattina stessa. Io e Stefania proviamo a dormire un po’, con Gea in mezzo al lettone. A me si scioglie la tensione tutta d’un colpo; penso a Gea che s’è affacciata in questo mondo, penso a Giorgio che è diventato fratello maggiore e ancora non lo sa, penso all’orgogliosa determinazione di Stefania, penso alla lunga giornata di attesa, penso alla nuova vita in quattro, fatta di equilibri ancora tutti da esplorare, penso a tutto questo insieme e mi commuovo come poche volte mi succede. L’ultima cosa che ricordo di questo giorno infinito sono le carezze di Stefania.

25 marzo, ore 6.30. Notte di sonno leggero, pro forma. Mi alzo per preparare un minimo di colazione a Luciana e aiutarla a portare in macchina tutte le borse che si è portata dietro. Ci diamo appuntamento telefonico dopo qualche ora, tornerà poi a visitare le mie donne nel pomeriggio. L’alba è serena, densa, fresca. Mi vien quasi voglia di fare una passeggiata, ma resisto soprattutto perché non voglio perdermi il risveglio di Giorgio e il primo incontro tra lui e Gea.

25 marzo, ore 7.30. Giorgio infatti si sveglia poco dopo e ci chiama. Gli diciamo di mettersi le ciabatte e di venire nel lettore, che c’è una sorpresa per lui. Lui ci raggiunge calmo, sereno, posato. Ha un sorriso emozionato e dolcissimo. Chiede dov’è la sorellina, la vede addormentata, le si stende accanto. La osserva a lungo, senza bisogno di parole o di cerimonie. Gli facciamo tante coccole, gli spieghiamo che lei sta dormendo e che l’abbiamo coperta bene bene perché non sentisse freddo. Il suo sguardo curioso e commosso, l’espressione al tempo stesso piena di orgoglio e sperduta, quegli occhi resi ancora più profondi dalla visione notturna della telecamera con cui cerco di assicurare un frammento di memoria di questo momento sono forse l’immagine che più mi entrerà dentro di queste giornate straordinarie di marzo, di certo quella che più spesso mi tornerà alla memoria nei giorni successivi.

25 marzo, ore 8. Comincia la nostra vita a quattro. Comincia una nuova avventura, misteriosa ed elettrizzante per due genitori entrambi figli unici. Comincia una relazione tra due fratelli che si conosceranno un po’ per volta, ma il cui destino sarà da questo momento strettamente intrecciato. Cominciano le settimane che mi renderanno più orgoglioso che mai del mio piccolo ometto, così dolce e protettivo verso questa sorellina ancora inespressiva e rinchiusa nel guscio dei suoi istinti primordiali. Ci saranno telefonate, messaggi, visite, poppate infinite, coliche, notti insonni, documenti da fare, corse per riuscire a tenere in equilbrio le urgenze di lavoro e la vita di famiglia. Ma questa è già un’altra storia, che ancora non sono capace di raccontare.

So solo che ho accanto una donna speciale, a cui invidio quel contatto così consapevole e profondo con la luce dell’esistenza. E due bimbi che, con una buona dose di pazienza, mi lasciano recitare la parte di quello che ha un sacco di cose da insegnare loro, anche se poi magari è vero il contrario.