Archive for gennaio, 2012

So dire tante cose (ora tocca a me)

lunedì, gennaio 9th, 2012

Vocabolario essenziale per avere a che fare con me, che mio fratello era un dilettante in confronto.

Bàmba = ti prego, avvicinami il bavaglino che vorrei evitare di sporcarmi (in alternativa, a seconda del contesto: e ripigliati ‘sta bavaglia, che ho finito; oppure non ho finito affatto, ma sporcarmi è diventata un’opzione oltremodo interessante).

Bùm = è caduto, l’ho lanciato, ha fatto rumore (divertente, ‘spetta che lo rifaccio, magari più forte).

Bvìa (o anche ‘namo) = cielo, non sembra anche voi che si sia fatto tardissimo? Orsù, genitori, andiamocene, procediamo, andiamo via di qui. Via via, andiamo via.

Babài = bye bye, ciao, te’ssaluto, non ho nient’altro da aggiungere, me ne vado, stammi ‘bbene.

Chèllo = quello, proprio quella cosa là, quella che hai messo lontano perché io non ci arrivassi: la desidero ardentemente, vorrei che entrasse in mio possesso immantinente. Quello ho detto! (ma come non capisci quale, va’ che sei proprio lento eh?!).

Chètto = questo, voglio proprio questo, inutile che ci provi con chello, io è questo quello che voglio, non fare il finto tonto, genitore, esaudiscimi per favore sennò urlo.

Cìccì-o = dopo il tlà-tlé, di cui guarda caso è derivato, è la mia grande passione. Il formggio: ne mangerei in continuazione. Avete mica del ciccì-o, già che siamo?

Còa (in versione evoluta: a-còa) = di tutte le parole che ho imparato, ho capito che questa è la più importante di tutte: ancora, ancora, ancora. Sia cibo, un gioco, qualcosa di divertente, se fai la faccia supplicante e la smorfia furbetta e dici ancora, ti accontentano sempre. Sennò piango, ovvio.

Dàmba = la prima parte del corpo che ho imparato, con cui gioco sempre quando mi cambiano il pannolozzo. La mia gamba: non è divertente, la mia gamba? Io rido sempre quando la vedo.

Dòlli = sta nel passeggino che mi ha regalato la mamma, le dò il biberon che mi ha portato Babbo Natale, la porto in giro per la casa, la sbatacchio di qua e di là, ma con affetto. È la mia bamboletta, la mia dolly, come la chiama mamma. Una qualunque delle ventisette che mi ritrovo in giro per casa, non importa, basta faccia quello che dico io.

Èpo = me lo apri, per favore? Anzi, più correttamente: aprimelo subito, ho detto! Forza, su che devo mangiarmelo/giocarci/accedervi con urgenza. Open, open, dice sempre la mamma.

Fiù = è per te, for you, tieni, toh, prendi. Eddai, non l’hai ancora perso? Perché non lo prendi? Su’ afferra! (Ops, è caduto.)

Gior-gio = il mio fratellone, chi altri?

Gìo-gìo-tondo = ma come fate a starvene sempre lì seduti come pappamolle, quando si può fare il gioco più bello dell’universo, che è girare girare girare intorno a sé finché non gira anche la testa? (Funziona solo se accompagnato dalla omonima filastrocca, ovvio.)

Peppo = paper, la carta, ma in particolare la carta igienica, con cui mi piace giocare mentre sono in attesa di espletare i miei bisognini sul water. Perché è questo che si fa sul water, no? Giocare con peppo, strapparla, appallottolarla, buttarla, prenderne altre, srotolarla tutta appena mamma o papà si distraggono. Che altro se no?

Pompòm = snaturato di un padre che mi stai conducendo fuori, hai forse dimenticato che fa un freddo cane? E allora perché non mi prendi il berretto (quello col pon-pon, ovviamente)?

Sciòsci = occhio adesso alle parole con la sc, che sono le mie preferite, quelle con cui vi metto alla prova ricorrendo a sottili giochi di consonanti e vocali. Sciosci è lo yogurt, la mia passione almeno finché si arriva al secondo cucchiaino (poi potete anche tenervelo, collezionando barattoli aperti in frigorifero).

Sciùscia = le signorine per bene sanno quando è il momento di chiedere scusa, e lo fanno a modo loro, lasciandoti col dubbio che sono dispiaciute sì, ma forse in realtà è soltanto un languorino e ci starebbe proprio bene uno yogurt per smorzare la tensione.

Sòsci = non so perché li chiamano calzini antiscivolo, se poi mi scivolano via in continuazione (non è vero, papà, non sono io che me li tolgo!). Allora devo sempre andare da mamma o papà a farmeli rimettere, indicandoli come li chiama sempre la mamma, socks. Sosci, appunto.

Sciùscio = è finito, non ce n’è più, detto in genere di cibo e nella duplice sfumatura “avete visto come sono stata brava?” oppure “si può sapere che cosa aspettate a riempirmi quel piatto di nuovo?”.

Tlà-tle = il latte (di riso), mia grande passione, nonché – in questo caso ripetuto ossessivamente fino a sfinimento dell’adulto di riferimento – desiderio irrefrenabile delle ore periferiche della giornata.

Tòp = basta, non ne voglio più, gradirei non mangiare più questa sbobba, sono sazia. Preferirei terminare questo gioco, smettila di insistere per favore. Insomma, come dirtelo: stop, stop.

Tòppo = il mio adorato cappotto, che ora in realtà è diventato giaccone, ma per me resterà per sempre cappotto, in onore del primo scafandro invernale con cui m’hanno ricoperto. Datemi il mio cappotto, dico quando dobbiamo uscire, incrociando le braccia e battendomi sulle spalle da coprire.