Archive for agosto, 2010

Battaglie perse

lunedì, agosto 30th, 2010

Gegé non dorme di notte ed è incompatibile coi tempi di recupero durante il giorno. Giorgio si trova sempre più a suo agio in una forma di preadolescenza in drastico anticipo sui tempi. Il risultato è che mamma e papà sono uno straccio e un filino nervosetti, diciamo così. All’ennesimo intoppo di un giorno particolarmente difficile, papà sbrocca e attacca una delle sue ramanzine alterate e noiosissime sulla sopravvalutazione della democrazia in famiglia e sulla necessità di imporre una sana e robusta dittatura. Il figlio grande lo ascolta con un misto di distacco e infastidita noncuranza. La bimba piccolissima non ci è abituata, si fa piccola piccola e un po’ si spaventa. Non contenta di aver già ridotto l’uragano paterno a tempesta tropicale con un semplice movimento all’ingiù degli occhi, la lattante appoggia timidamente una manina sul braccio di suo fratello in cerca di rassicurazione, che lui naturalmente concede con dignitosa profusione di tenerezza. I figli non sanno combattere lealmente, ecco.

È andata così, stavolta (vista da lei)

lunedì, agosto 16th, 2010

Quella notte la luna non era piena, ma ce l’aveva proprio con me. Di mattina ero stata a fare i controlli di rito in ospedale e l’esperienza era stata così spersonalizzante e disumana che avevo dovuto camminare fino al fiume per recuperare il contatto con me stessa e con la mia pancia. Quasi ipnotizzata, mi ero messa a guardare la corrente verde bluastra e, ispirata dalle piante che si piegavano come piume e ondeggiavano tra i pesci, avevo coniato il nostro mantra: quando sarà il momento, esci come l’acqua.

Alle 3.20 di quella notte di luna, ecco l’inequivocabile stillicidio ostinato e un solo pensiero: nooo, Gea, nooo, non adesso! Chissà perchè, nella mia testa si era impressa a fuoco la data del 6 aprile (giorno in cui è nato il mio adorato nonno Gigi) come probabile giorno per il parto, e quel 24 marzo proprio non mi andava giù. Giusto il tempo di arginare l’arginabile e mi sono attaccata al telefono. L’ostetrica Luciana, nonostante la voce impastata di sonno, alle 4.30 era già a casa nostra, pronta a monitorare il battito e constatare la mia faccia sbigottita. L’inizio dell’avventura era stato uguale a quello di Giogiò, ma non mi aspettavo che tutta la faccenda fosse proprio una fotocopia… o quasi.

Giò si sveglia, gioca con Luciana, va a scuola allegro e sereno. E io mi dico: bene, ora ci siamo. E invece seguono ore vuote, fatte di chiacchiere, letture, divertenti ancheggiamenti sulla palla da parto, passeggiate sotto il sole, fiorellini raccolti a caso, un passaggio in latteria (dove la voce si sparge a macchia d’olio), monitoraggi che rilevano che non succede nulla di rilevante e massaggi shatsu alla caviglia. L’espressione di Luciana si fa sempre più severa e alle 5 io pasteggio speranzosa a thè, biscotti e olio di ricino, constatando – di nuovo – come quest’ultimo sia un ottimo burro cacao. Dopo l’ennesimo controllo, l’ostetrica scrolla la testa e quasi a minacciarmi dice che, se non succede niente nelle prossime ore, dovremo andare in ospedale. A quel punto ribatto che tutto dipende da lei, che io non decido un bel niente, che gli ormoni sono messi in circolo dal bimbo, non dalla mamma. Luciana mi guarda e, con l’aria di chi la sa lunga, ribadisce che questa cosa la decido io.

Mah… Sta di fatto che prendo il libro che stavo leggendo in quei giorni (La comunicazione e il dialogo dei nove mesi di Gabriella A. Ferrari), mi ritiro in camera e la mano sceglie sicura un capitolo a caso: quello, chissà perché, dedicato all’ottavo mese di gravidanza (aveva molto più senso scegliere il nono, o il capitolo sul parto). Lo sguardo mi finisce sul passaggio che dice: «Tu, dal canto tuo, vivi alterni stati d’animo in cui al desiderio che la gravidanza finisca, potrebbe capitare che talvolta si sovrapponga una sorta di tristezza al pensiero che essa stia realmente terminando» e scoppio in un lungo singhiozzo liberatorio. Touché!

E continua: «In realtà, lungo tutto questo cammino, tu non sei e non sarai mai sola: tuo figlio, che ora stai contenendo ed abbracciando internamente con braccia di luce, continuerà ad essere con te, ed a restare abbracciato a te, per tutto il percorso, finché dal tuo addome passerà al contenimento delle tue braccia reali». Io soffoco i latrati mentre la Ferrari affonda il coltello con un «Non è la prima volta che la vita ti propone delle situazioni nuove! Pensa a quante ne hai affrontate e superate nel passato! Ognuna ha fatto scaturire dal profondo di te delle forze che non sospettavi neppure di avere, o che dubitavi di possedere, ognuna ti ha resa più forte, accrescendo le possibilità espressive e le capacità del tuo potenziale energetico».

E continua con il pezzo forte, un concentrato della mia filosofia di vita, un lenimento per quella ferita che aveva aperto qualche paragrafo prima: «Uno degli aspetti più importanti di questa prova iniziatica consiste proprio nell’oltrepassare i propri limiti (…). Consiste nell’apprendimento di un’accettazione. Accettare l’idea di essere sempre al posto giusto, di stare vivendo le esperienze più idonee a favorire la nostra crescita spirituale e che tutto ciò che ci accade è voluto (…) sia per aumentare la nostra felicità terrena che per aiutarci a sciogliere dei nodi profondi che ci incatenano alla sofferenza. (…) Il parto, in questo senso, è una delle più importanti esperienze della nostra vita, assieme a quella della morte. Entrambe hanno in comune la caratteristica di doverci affidare, per poter superare con serenità una soglia oltre la quale c’è un’ignota trasformazione, un cambiamento, l’inizio di un altro modo d’essere e di vivere».

Ecco qui, penso, ancora prima di nascere, questa bimba mi sta insegnando una lezione, la più grande di tutte. Anche se speravo di tenerla dentro di me e coccolarla ancora per un po’, anche se due settimane di anticipo sulla data presunta del parto mi sembrano un’enormità, devo farmene un’idea. Eppoi che madre sarei se non le insegnassi l’accettazione gioiosa di tutto ciò che accade se adesso non accettassi di lasciarla andare? Come potrei un domani pretendere che lei non faccia una tragedia di ogni distacco – come accade a me – se io ora non accetto il suo distacco da me? Tirando su col naso, con gli occhi gonfi e arrossati, torno in salotto con Sergio – che, nella sua estrema sensibilità e profonda conoscenza di come sono fatta, si era accorto dei miei sospiri sospetti ed era venuto a vedere se per caso non avessi sciolto qualche nodo – e annuncio che forse qualcosa si è sbloccato.

Giorgio torna a casa dopo aver giocato e cenato coi nonni e alle 9.30 di sera lo saluto dissimulando i crampi “giusti”. Tutto è molto più veloce e concitato che nel primo parto, ma io sono molto più consapevole di cosa seguirà e la respirazione profonda funziona a meraviglia. Quando il tavolo non è più un appoggio sufficiente, mi metto a quattro zampe sul divano, ricordando che quella era la posizione che trovavo più comoda la volta precedente. Stavolta però non riesco a stare dritta e mi viene da ondeggiare col bacino. Luciana mi visita e mi chiede se per caso non mi sento di stare in posizione asimmetrica; mi spiega che la bimba non è posizionata proprio perfettamente e che, muovendomi, l’aiuto. Io mi stupisco ancora una volta di quanto l’istinto sia un faro in questa circostanza (e non solo…) e ancheggio come già mi sentivo di fare.

Con la coda dell’occhio vedo la piscinetta che Luciana ha sistemato in salotto dopo che Giogiò è andato a nanna e le chiedo, con un sospiro, “In acqua proprio no?”. Lei riempie la piscina e, in un batter d’occhio, ci salto dentro. Dopo qualche contrazione le ginocchia iniziano a farmi male e Luciana mi suggerisce di stendermi su un fianco, sostenendomi al bordo della piscina. Così, respirando ad arco come avevo imparato al corso di nuoto preparto (4 secondi per l’inspirazione, 8 per l’espirazione, poi 3-6, 2-4, 1-2 quando la contrazione è al culmine, poi di nuovo 2-4, 3-6 e 4-8) so che la contrazione viene e va (psicologicamente aiuta tantissimo), come un’onda che sospinge la zattera in cui ci troviamo Gea e io sempre più vicino alla riva. E con tre A-O-U-MMM (il suono che aiuta, il suono più profondo e più antico del mondo) nasce Gea, la creatura dalle dita affusolate e lunghissime e le orecchie a tortellino che a cinque giorni si guardava già le mani.

Dopo essermi goduta a lungo quel corpicino viscido e tenerissimo con un abbraccio che spero non finisca mai, Sergio mi ricorda le parole con cui abbiamo accolto Giorgio quando è nato e io gliele sussurro tremante e quasi smarrita. Anche la placenta con un “aoumm” è fuori e la esploriamo ammirati con l’aiuto di Luciana, che ce la descrive a ragione come un albero. Non è più il caso di tenere Gea nell’acqua, sempre più tiepida. Anch’io esco e inizio a battere i denti talmente forte che penso me li frantumerò. È strano, ma non ho ricordi del taglio del cordone ombelicale, né di aver mai lasciato Gea un attimo. Quello che ricordo è lei attaccata al mio seno e il suo odore inebriante… e la visita in cui Luciana mi dice che non c’è ombra di lacerazione, solo un’abrasione da curare con qualche sciacquo a base di echinacea e calendula. A quel punto il mio unico pensiero è dove posizionare l’altare per la Madonna e quanto io sia fortunata ad aver vissuto il parto dei miei sogni – in acqua e a casa! – con i miei odori, colori e sapori, e soprattutto i miei tempi.

Ancora oggi sento che il legame con Gegé è speciale, che è un dono che la vita mi ha fatto per la mia crescita, una persona che mi sembra di ricordare da vite lontane e con cui finalmente sono stata ricongiunta. È difficile da spiegare, so solo ringraziare quella visita dal ginecologo che mi ha messo fretta nel realizzare il sogno di avere un altro figlio. E quel marito con la M maiuscola che, con la sua pazienza e il suo incrollabile sostegno, rende questa esperienza ogni giorno più bella, condividendo con me i giorni più impegnativi e degni di essere vissuti che mai potremo avere.