Archivio della Categoria 'Cuore di papà'

Trecisasman is a girl!

Cuore di papà - Lo ha scritto Sergio il 11 December 2009 alle 10:27

Da qualche settimana avevamo una ragionevole certezza, ma ora che abbiamo finalmente le carte dell’amniocentesi possiamo ufficializzarlo: Trecisasman è una bimba. La gravidanza prosegue bene, nonostante tutti i membri della famiglia siano occupati a girare come trottole e i prossimi mesi si preannuncino almeno altrettanto complicati. Giorgio è nel pieno di una delle sue fasi faticose, non si sa se incentivata più dalla pancia che lievita o dall’adattamento alla scuola materna: l’impressione è che sia cresciuto molto fisicamente (porta taglie da 4/5 anni, per dire), ma senza essere supportato ancora dal necessario corredo emotivo. A volte ci sembra quasi vivere un assaggio di adolescenza, che speriamo almeno ci sconti più avanti (illusi). Passerà, come sono passate tutte le fasi faticose precedenti, ma intanto non aiuta. Ora, comunque, può cominciare la lotteria dei nomi per Trecisasman. Ci siamo divisi i compiti: Stefania mette a fuoco quelli strani che piacciono a lei, io mi dedico a quelli normali. Sarà, a occhio, una battaglia lunga e cruenta (ghigno sadico). Escluso in partenza il nome che forse ci avrebbe messi tutti d’accordo, Gea: già opzionato dalla locale municipalizzata dei rifiuti, e non è il caso di mettere in difficoltà la piccoletta fin dalla culla. Idee? Proposte?

Scoprendo Trecisasman

Cuore di papà - Lo ha scritto Sergio il 24 September 2009 alle 09:56

Questa storia ha un prologo. Quest’estate al mare, circondato da tanti bimbi affratellati, Giorgio ha buttato lì con frequenza il desiderio di un fratellino piccolo o di una sorellina grande. Assodato che sulla sorellina grande non rimaneva molto da fare, sul resto avremmo in effetti potuto lavorarci. E anzi: mamma e papà avevano giusto qualche novità in cantiere, solo non ancora abbastanza matura da essere annunciata. Così abbiamo spiegato a Giogiò che se lui era davvero così determinato, la nostra famiglia avrebbe potuto certamente fare richiesta per un fratellino piccolo e poi stare a vedere che cosa ci rispondevano. Due erano le condizioni: che, fratellino o sorellina, quel che arriva arriva, non si può scegliere; e che una volta accontentati, poi non si può più tornare indietro, il fratellino o la sorellina si tengono. Tanto gli bastò. L’unica cosa su cui Giorgio non aveva proprio intenzione di transigere è il nome che fratellino o sorellina avrebbe dovuto avere: Trecisasman, con le esse vagamente romagnole, in assonanza piuttosto evidente col nome della cantante afroamericana che ci aiutava a calmare le sue colichette da neonato e le cui canzoni ora lui ben riconosce.

Bene, domenica scorsa abbiamo finalmente aggiornato Giorgio sugli sviluppi dell’operazione Trecisasman. Abbiamo sempre pensato che la novità riguardasse fin da subito anche lui e che viverla tutti insieme sarebbe stata la scelta più in linea con il nostro modo di intendere le cose della vita. Superate per eccesso di scrupolo le prime e più delicate settimane, abbiamo rotto gli ultimi indugi. Così gli abbiamo spiegato che la richiesta di quel giorno d’estate è stata accettata e che un piccolo fratellino o una piccola sorellina sono effettivamente in arrivo. Di più: che Trecisasman a dirla tutta era già qui con noi, dentro la pancia della mamma, ma ancora piccolissimo, così piccolo che potrebbe stare nel nido delle sue mani, e che ci vorranno ancora un inverno e una primavera prima che esca di lì, proprio come era stato con lui. Lui ha seguito il discorso in silenzio, saltellando per il salotto, apparentemente distratto e in realtà concentratissimo su ogni parola, tradito appena da un ghigno di soddisfazione. Dopo qualche istante di silenzio ci ha guardati, ha sorriso e ha sentenziato: «Bene!».

Per spiegargli meglio il concetto abbiamo preso le foto di quando lui stesso stava nella pancia della mamma, di quando è nato, dei suoi primi mesi. Abbiamo salutato Trecisasman dentro la pancia e intanto Giorgio metteva su canzoni da bimbi per lui/lei. Man mano che ha preso confidenza con la novità s’è dimostrato raggiante: «Grazie mamma, che mi hai preso un fratellino che si chiama Trecisasman!». E anche quando s’è distratto con le sue macchinine, ad un tratto s’è girato e ha chiesto: «Mamma, hai messo dentro la pancia anche un giochino per il mio fratellino?». Una domenica mattina da conservare nell’album dei ricordi speciali.

E, insomma, tutto questo per dire che, se tutto va bene, ad aprile la famiglia s’allarga.

The graduate

Cuore di papà - Lo ha scritto Sergio il 20 June 2009 alle 21:03

Il diploma

2 anni, 8 mesi, 3 settimane

Cuore di papà - Lo ha scritto Sergio il 28 April 2009 alle 16:57

La prima volta che hai detto, consapevolmente, le parole «quando ero giovane». Così, nel caso un giorno te lo chiedessi.

Dei capricci e delle pene

Cuore di papà - Lo ha scritto Sergio il 25 March 2009 alle 19:30

Giorgio è testardo. Come tutti i bimbi di due anni e mezzo, probabilmente. Di suo aggiunge una propensione alla mediazione particolarmente scarsa: è difficilissimo spingere i suoi no verso un forse, è quasi impossibile contrattare un sì. Dopo mezzora capace che lo convinci senza problemi, ma se in quel momento ha deciso che è no, è no, costi quel che costi, anche quando sa benissimo che il prezzo della sua ostinazione potrebbe diventare alto. In realtà coi bambini di questa età esiste sempre un modo per girare la situazione a tuo favore (e le tate hanno buoni consigli in proposito), ma non sempre hai la lucidità, la presenza e la creatività per indovinare il guizzo giusto. Così a volte si arriva agli scontri frontali: il bimbo si rifugia nel capriccio plateale e molesto, i genitori sono costretti a mantenere la posizione e a non cedere, fino ai limiti dell’esasperazione. Può andare avanti per mezzore, rincarando. Non conosci davvero i tuoi limiti - di resistenza, di pazienza, di autocontrollo - finché non hai un figlio, credo. Finisce che a un certo punto devi avere polso e chiudere la situazione, per evitare di superarli quei limiti: un gesto energico, un’urlata particolarmente sostenuta, una sberlotta dimostrativa. Anche più di una, perché lui a quel punto s’impunta ancora di più, difende il suo orgoglio. È un gioco al rialzo perdente in partenza: gli stai insegnando che il più forte vince, che la violenza (fisica, psicologica) ha la meglio. È tutto il contrario di quello in cui credi, ma a volte capita. E forse a volte serve anche. Però ci stai male.

Ci stai male perché non appena in casa torna il silenzio ti senti stupido per esserti arrabbiato tanto. Ci stai male perché non sei riuscito a fare del tuo meglio, a persuaderlo prima che la situazione degenerasse, a imporre la tua autorità in modo convincente e rassicurante. Ci stai male perché a un certo punto il capriccio finisce, e tu distingui chiaramente il momento: è quando il suo pianto, prima fasullo e isterico, cede il passo a una disperazione profonda e inconsolabile. In quel momento vedi negli occhi il suo piccolo mondo che gli crolla addosso. Non è solo la consapevolezza di aver perso una battaglia sbagliata, che lui per qualche motivo si era intestardito a voler vincere, è molto di più. Lo sai perché sei stato bimbo anche tu. C’è angoscia, terrore, solitudine, frustrazione, in quegli occhi. Ma soprattutto la sensazione - che dura un attimo, ma un attimo che ricordi per sempre - di essere perduto.

Ecco, in quel momento a me si rompe qualcosa dentro, ogni volta. In quel momento senti impetuoso l’istinto naturale di proteggerlo e consolarlo, di abbracciarlo e chiedegli scusa per averlo spaventato così tanto, di rassicurarlo perché in fondo non è successo nulla di grave. Giocavamo a papà e figlio, dai, ricominciamo? Invece tu sei ancora nel pieno di un gioco di schieramenti che non concede cedimenti fino al rinsavimento completo e salutare del pupo. Ne va del suo bene, ti dici, deve conoscere le sue sconfitte per accumulare esperienza e diventare più saggio e più forte; ma sono giustificazioni che suonano fesse in quel momento.

Lui nel giro di qualche minuto torna come nuovo: docile, giudizioso, attento, perfino più affettuoso del solito. Non è solo opportunismo, a quell’età sono ancora animati dalla sincerità dell’istinto e delle emozioni. Scorgi quasi una punta di riconoscenza nel suo sguardo rasserenato, come un grazie appena accennato. Grazie di aver combattuto per me, papà. A papà no, a papà ci vuole molto di più per riprendersi. E ogni volta è un po’ più faticoso della volta prima.

Cresce, insomma

Cuore di papà - Lo ha scritto Sergio il 6 August 2008 alle 00:12

Dalla categoria indistinta dei tati ora estrapola quella che più gli interessa: bimbi! Le sue chiacchiere mettono insieme sempre più spesso due parole per volta, a volte tre. Attacca bottone con chi gli interessa sfoderando ansioso l’intero repertorio di cavalli di battaglia: ‘a mia mamma, i’ mio papà, ‘e pepé, ‘a mia moto, i’ mio cahcco. Racconta il suo mondo, a modo suo. Capisce che il più delle volte il mondo è la reazione a un’azione e si sta appassionando a sperimentare che cosa succede quando l’azione è sua. Si perde in capricci da due soldi, esaspera i genitori, poi le volte che trova una via d’uscita onorevole sorride all’improvviso e dice “ecco!”, come dire ok, ho finito, sono tornato, pacetta? Corre saltellando sulle scarpe, come se non avesse ancora il controllo definitivo di tutta quella velocità. Se la corsa è competitiva, cosciente, incassa la testa tra le spalle e si protende in avanti. Sa riconoscere ed elencare le parti fondamentali del suo corpo. Ripete a pappagallo le interiezioni spontanee e curiose. Tutte le volte che qualcuno compie gli anni, lui canta “eee guri aaa teee!” e poi soffia su un’immaginaria candelina.

Oggi, come promesso, la candelina sarà vera e la torta tutta tua. Buon secondo compleanno, Giogiò.

Grandi passioni

Cuore di papà - Lo ha scritto Sergio il 11 July 2008 alle 14:46

Sì, bello l’aereo che vola. Forte l’automobile, certo. Sì sì, divertenti pure le gru che lavorano sotto casa. Ma vuoi mettere la mo-to? La grande passione di Giorgio, al momento, è la motocicletta. Non c’è affare semovente su due ruote che passi inosservato nell’arco di un chilometro da lui: lui le moto le sente, le vede, le presagisce anche quando nessuno intorno a lui ci ha ancora fatto caso. Ogni cinque parole che escono dalla sua bocca non meno di tre sono mo-to. All’occasione tutto diventa moto, ogni giocattolo supplisce l’urgenza di cavalcare e impennare, motoreggiando con la bocca. Così come ogni copricapo diventa in un istante cahcco, casco.

Il terrore dei genitori è un angolo del centro città dove tradizionalmente si raccolgono i motocicli dei giovani rampanti del circondario: ci finiamo per caso, senza pensarci, e ogni volta non riusciamo ad andarcene prima di aver visto uno a uno tutti i modelli, innervosito (o divertito, in base al carattere) i rispettivi proprietari, fatto ogni sorta di capricci per l’impossibilità di impossessarsi di almeno il più scionchio di quegli oggetti del desiderio. E così ovunque per strada: appena vede qualcuno a cavalcioni di qualcosa di appena più strutturato di una bicicletta, prova ad attaccare bottone. Se ce l’hai in braccio lo senti: freme dalla testa ai piedi.

È evidentemente la sua grande passione. Sua perché nessuna delle persone di famiglia che frequenta abitualmente possiede un moto, né ci risulta abbia avuto di recente particolare predisposizione per le due ruote. Di sicuro non i suoi genitori. Nemmeno negli ambienti extrafamigliari che frequenta durante il giorno abbiamo notato stimoli particolari in questo senso. Nasce da lui, curiosamente. C’è l’ha dentro. Ha le pose e le movenze del motociclista consumato, addirittura. Cose che, se già a volte ti ritrovi possibilista sui bagagli ereditati da vite precedenti, ti fanno pensare un po’.

Di fronte a tanta motivazione c’è poco da fare. Non incentiviamo, non remiamo conto. Tutt’al più cerchiamo di investire in quelle che chiamiamo dosi omeopatiche. Modellini di motocicletta di tanto in tanto, qualche concessione nel guardarle da vicino e a volte sedervici sopra. Tanto che non gli nasca il puntiglio per frustrazione, insomma, confidando che nel tempo si dedichi ad altro. Perché, è ovvio, il genitore non appassionato pensa subito alle gare di minimoto per cinquenni e gli vengono i capelli dritti.

C’è un precedente a favore dei matusalemme di turno. Narrano le cronache di famiglia che il papà di Giogiò presentasse le stesse reazioni di profondo sconvolgimento psicofisico di fronte a ogni sorta di ruspa, scavatrice, elicottero o carrello elettrico di servizio nelle stazioni ferroviarie. E, a quanto pare, non sono diventato operaio edile specializzato, non ho preso il brevetto di volo né lavoro in ferrovia. Pur continuando ad ammirare segretamente chi è capace di manovrare uno qualunque di quei trabiccoli, è chiaro.

A zonzo per conferenze

Cuore di papà - Lo ha scritto Sergio il 11 February 2008 alle 09:41

Giogiò, dopo aver passato una mattina a State of the Net a trovare il suo papà, desidera contribuire alla serie professione bebé della piccola Chiara su Humanitech.

Il giovane moderatore
The youngest moderator

Il giovane conferenziere
Hi people!

E naturalmente: il giovane tecnico di palcoscenico.
Nice conference, uh?!

Scene da un barcamp

Cuore di papà - Lo ha scritto Sergio il 11 September 2007 alle 16:05

Foto di Francesco Lodolo, Antonio Sofi, Federico Giacanelli, Samuele Silva, Elena senzaaggettivi, Stefano Vitta.

Un anno con Giorgio

Cuore di papà - Lo ha scritto Sergio il 6 August 2007 alle 00:12

A Giogiò e alla sua mamma, nel giorno del loro primo compleanno. 

Un secondo e un secolo insieme

Cuore di papà - Lo ha scritto Sergio il 25 July 2007 alle 19:33

Rileggevo le parole di questo sito, un anno fa. Mi sorprende la facilità con cui venivano allora e la difficoltà con cui oggi riesco a malapena a tener traccia dei progressi di Giorgio. Che sono tanti, sempre più rapidi: due settimane al mare accanto ad altri bimbi l’hanno fatto sbocciare come un fiorellino. La bolla di sapone che avvolge il lattante per tanti mesi s’incrina all’improvviso e consegna il pargolo alla vita sociale che gli spetta.

Dice bene Billo in un commento ai racconti di allora: sembra un secondo, ma anche un secolo fa. Così mi sento oggi, mentre s’affretta il primo giro di calendario. Quante cose sono accadute, accadono continuamente, tante che a volte fatico persino a mettere ordine ai pensieri. Eppure questi mesi sono volati. Ieri Giogiò faceva le prove generali per venire al mondo, oggi prova a dominare l’equilibrio incerto dei suoi primi passi.

Se faccio l’appello dei ricordi dell’estate 2006, vedo che non manca nulla. Le emozioni s’appannano giusto un po’, perché vanno corteggiate e altrimenti s’offendono. Ma non c’è tempo di stare dietro alle tue emozioni, che pur concentri in improvvise fiammate, quando un bimbo comincia a spingere sull’acceleratore delle sue scoperte. Prima mediavi tutto attraverso la tua sensibilità, oggi sei tutto preso a svelargli la sua; ed è una scuola a tempo pieno. Così, in quei rari momenti di solitudine che famiglia e lavoro concedono, ringrazio di aver tenuto nota di tutto e ogni tanto mi ci rituffo come se fosse la prima volta.

Quello che leggo è ancora vivo, ma è storia. In gravidanza hai un orizzonte temporale di nove mesi. Pensi che il 280° giorno sia il traguardo. Invece è la linea di partenza per la corsa più forsennata a cui tu abbia mai partecipato. E mentre sudi e ansimi e ti concentri sulla respirazione, ti giri e guardi i chilometri che hai già alle spalle. In quei casi, a me scappa un “ah, però!”. 

In piedi, o quasi

Cuore di papà - Lo ha scritto Sergio il 23 May 2007 alle 18:28

Ieri sera aveva fatto quelle che, col senno di poi, possiamo definire le prove generali. Adagiato per terra su un tappetone da gioco, aveva studiato a lungo il divano, tentando furtivo un aggrappamento - malriuscito, perché non sostenuto adeguatamente dal tappeto che scivolava all’indietro. Tra i tanti segnali di consapevolezza con cui ci sommerge ormai ogni giorno nostro figlio, non ci avevamo dato gran peso.

Oggi, mentre salutavamo un’amica in visita, Giorgio ha notato un cd appoggiato sul divano. E ha deciso che l’oggetto lo incuriosiva a sufficienza. Trovandosi seduto nella posizione della sera precedente, ma al di fuori del perimetro dello stesso tappeto, ha afferrato due lembi dell’imbottitura del divano e si è issato in posizione quasi verticale. Ha convinto le gambe se non a contribuire, almeno a puntellare generosamente l’impresa. Non si è fatto distrarre dall’improvviso silenzio calato nella stanza, confidando nel fatto che i secondi di cui i presenti avevano bisogno per mettere a fuoco ciò che stava accadendo gli sarebbero bastati per portare a termine l’azione. Quindi, sfiorata ormai la sommità del divano, ha avuto gioco facile a stabilizzarsi con le braccia, stare dritto in piedi come se l’avesse sempre fatto e sorridere trionfante col cd in mano.

C’è ancora molto da rifinire, ma il bimbo c’ha preso gusto e non ha più perso occasione per mettere a punto la tecnica. Se ne deduce che il tempo per riorganizzare i primi 50 centimetri dal basso di ogni stanza della casa sono ormai agli sgoccioli.

Dottor Jakyill e Mister Hide

Cuore di papà - Lo ha scritto Sergio il 19 March 2007 alle 09:17

La scarsità di aggiornamenti di questo siterello familiare si deve prevalentemente a una interessante fase evolutiva del piccolo Giorgio. Il quale cresce, acquisisce capacità e sensibilità ogni giorno, raggiunge l’equilibrio anche da seduto, interagisce senza timori con le persone, ma perde progressivamente ogni conquista raggiunta in precedenza rispetto alla continuità del sonno. Di giorno è uno splendore: tranquillo, simpatico, socievole, morigerato. Un buon cucchiaino anche: lo svezzamento prosegue molto bene, con grande gusto dello svezzato e notevole soddisfazione degli svezzanti.

Di notte, invece, non c’è più requie: quando va bene due o tre, ma spesso anche quattro o cinque rivegli sono tornati a essere normalità. Dorme come un angioletto finché riesce: mezzanotte, l’una o le due, per esperienza. Ma dal primo risveglio in poi è questione, nella migliore delle ipotesi, di un paio d’ore, spesso una soltanto. Che se poi a ogni risveglio metti in conto le procedure di riaddormentamento (perché il marrano ancora non sembra capace di girare semplicemente la testa dall’altra parte) o gli eventuali spuntini (perché all’indipendenza del giorno segue una nervosa ricerca notturna della tetta), il tempo a disposizione del genitore di turno - quasi sempre la mamma, invero - si restringe fino a qualcosa di ridicolo e allarmante.

Il risultato è che il bimbo la mattina è comunque un fiore. Sorride a tutti, dispensa sorrisi a chiunque abbia in serbo un complimento per lui, sperimenta i primi ciao ciao con la manina e via dicendo. Mamma e papà invece si abbruttiscono progressivamente e contemperano con fatica crescente le necessità quotidiane e gli impegni di lavoro con la decaduta qualità del sonno. Ma soprattutto resistono come possono ai frequenti rimbrotti del primo-che-capita, il quale corrotto da una ruffiana risatina del pargolo di rado lesina i suoi ”ma di che cosa vi lamentate, che questo bimbo è un teeeeesoooooooro!”.

(e no, non sono - ancora - i denti)

Diavolo d’un bimbo

Cuore di papà - Lo ha scritto Sergio il 2 March 2007 alle 15:20

Improvvisamente, a due giorni dal battesimo di Giorgio, la preghiera di esorcismo - che mi ha sempre impressionato durante le liturgie battesimali - mi suona come un’auspicabile opportunità per farci tornare a dormire la notte.

Il giorno più lungo

Cuore di papà - Lo ha scritto Sergio il 9 February 2007 alle 22:17

Il 9 febbraio l’aspettavamo da un paio di settimane e con una certa preoccupazione. Stefania doveva assolutamente andare a Roma. Partenza alle cinque e mezza di mattina, rientro alle sette di sera. Impegno di lavoro improrogabile, necessario per dare una smossa alla sua situazione professionale: prendere o lasciare, una parentesi opportuna nella sua maternità.

Giorgio ha iniziato da una settimana lo svezzamento, con crescente successo, ma ancora dipende per buona parte del giorno dal seno di sua madre. Un paio di settimane fa, inoltre, una banale assenza della mamma per non più di tre ore l’aveva gettato inaspettatamente nello sconforto più profondo. Due ore di pianto senza possibilità di consolazione e poi l’apatia. È normale, dicono: mentre comincia a percepire almeno la mamma come un’entità diversa da sé, ne coglie il legame di dipendenza con maggiore urgenza. Così avevamo studiato un articolato piano di distrazione: colazione, passeggiata, visita ai nonni, pappa, visita agli altri nonni, passeggiata e via andare. Papà per quattordici ore a tempo pieno, pronto ad ammortizzare la malinconia e preparato a circoscrivere ogni angoscia.

E invece no. Giorgio oggi è stato un tesoro. Un bimbo sereno, allegro, curioso. S’è svegliato giusto quando la mamma stava uscendo di casa, ma poi s’è fatto rimettere a letto senza troppi problemi. Ha mangiato con papà tanto il latte che la mamma aveva messo da parte per le emergenze quanto il latte in polvere acquistato per sicurezza e testato in anticipo. Regolare quanto con la tetta quasi mai gli piace essere, perfino morigerato. Ha aspirato la pappa di mezzogiorno come un’idrovora. Non un pianto di troppo, mai. Abbiamo passeggiato, siamo andati a trovare i nonni, ha fatto tutti i sorrisi e tutti i riposini del caso. E quando ha capito che al telefono c’era mamma, s’è illuminato come una lampadina - ma poi ha atteso che arrivasse sera senza alcuna ansia.

Papà - mammo oggi - è un po’ stanco. E domattina riparte ancora una volta di buon’ora per lavoro. Ma stasera si lascia il tempo di essere orgoglioso del suo bimbo, che cresce a vista d’occhio.