Archive for settembre, 2006

Una rabbia, signora mia

mercoledì, settembre 27th, 2006

Mi fa così arrabbiare quando quei due non mi capiscono quando sono arrabbiato, ma così arrabbiare, che poi loro non mi capiscono di nuovo e io finisco per arrabbiarmi ancora di più. Uff.

Giogiò a Gaeta

mercoledì, settembre 27th, 2006

Mese 1, Giogiò l'africano

Non che poi l’automobile lo distragga così tanto. Nè che cambiare aria lo confonda poi molto. Ha pianto tanto quanto a casa, s’è straviato come farebbe qui. S’è goduto la spiaggia di Serapo, ma non ne ha voluto sapere della pizza al Flamingo. In tanti ci hanno guardato con tenerezza, altrettanti con rimprovero nemmeno troppo muto quando piangeva a squarciagola in pubblico («guardi che quel bambino ha fame, sa?»). Nel complesso è andata abbastanza bene: più utile forse per noi, per non sentirci reclusi fino alla maggiore età del pupo; ma ci illudiamo che anche a lui luoghi, strade, arie e persone non passino del tutto invano in qualche strato della coscienza. E poi sono stati giorni di grandi incontri: Giogiò ha fatto la conoscenza di Pietro, di Giuseppe e del suo cuginetto ternano Jacopo.

Shhhhh! Non gli dite niente…

giovedì, settembre 21st, 2006

Oggi Giogiò ha saltato spontaneamente la poppata della notte. Sarà una rondine? E soprattutto: farà primavera?

Ritrovarsi nelle parole

mercoledì, settembre 20th, 2006

Zesitian, il cui blog mi folgorò in agosto per questo racconto di paternità, continua a sorprendermi per quanto bene riesce a descrivere istanti della vita di un padre, proprio nel momento in cui provo a raccogliere le idee sullo stesso dettaglio. Così oggi copio e incollo senza permesso questo, che avrei potuto scrivere io, soltanto un po’ peggio:

Mi sono sempre chiesto se sarei stato in grado di non parlare sempre di lui, di non riempire i miei discorsi di cacche e pannolini. Non saprei dire, ancora. Però sono abbastanza rincoglionito così: lascio un gran bel romanzo a 50 pagine dalla fine, il mucchio di Diario intonsi, un sacco di cose scritte da finire, faccende di politica in sospeso, carte di ordinaria burocrazia dappertutto, telefonate non fatte. Difficile resistere al rovescio della realtà, difficile non perdere schegge –pure importanti- delle proprie occupazioni. Un disordine felice e mai schiavo di qualcosa. A cui pensi con chiarezza solo quando scendi con l’immondizia puteolente alle otto del mattino.

Te lo leggono negli occhi

martedì, settembre 19th, 2006

Mese 1, la quiete dopo la camomilla

Ieri ho provato sulla pelle quanto sia difficile lasciare che il tuo bimbetto strepiti e pianga senza prenderlo in braccio per consolarlo o, ancor più, accontentare le sue richieste. Forti del consiglio della pediatra (una Margherita Hack della puericoltura) e con l’intento di depurare l’intestino intasato del nostro sbrisolino (che mangia come un lupo siberiano), abbiamo sostituito un pasto con un biberon di camomilla. Non l’avessimo mai fatto! Per il nostro cucciolo, che fa del piacere della poppata un’arte, è stato un affronto gravissimo.

E’ stato solo alla seconda dose che mi sono convinta della giustezza di ciò che stavamo facendo. Lui, che è una spugna, me lo ha letto negli occhi e, mentre gli spiegavo che era per il suo bene e non una tortura pianificata con cattiveria, ha ciucciato senza tante storie (seppur non convinto) il liquido giallino e dopo qualche minuto era placidamente addormentato sulla sdraietta, con l’aria soddisfatta.

Mentre lo guardavo non credendo ai miei occhi ho pensato quanto sia difficile il mestiere di genitore e quanto sia importante credere in quel che si impone. Ora che l’ho capito…qualcuno mi presta dei tappi per le orecchie? 

Vallo a spiegare a Giogiò

domenica, settembre 17th, 2006

Welcome home, guys! /2

L’oro, quel poco oro che ci capitava di possedere e che (come sempre accade) era legato più che altro a ricordi personali, l’han trovato subito naturalmente. E gli è andata pure male, tutto sommato. Poi però hanno aperto anche l’armadio di Giogiò, e proprio non capivamo perché, visto che le uniche cose eventualmente di valore stavano ancora al loro posto e in casa poteva interessargli altro. Finché non abbiamo risistemato i vestitini che avevamo portato al mare, e un po’ per volta ci siamo resi conto: la tutina verde di nonna Silvia, la tutina azzurra di nonna Laura, il berretto invernale che aveva preso Stefania, tutte le scarpine augurali meno una, il set di asciugamani buffi che ci aveva regalato Sara (manopola esclusa, chissà perché)… e chissà che cos’altro ancora. Spariti. Giogiò non avrà certo problemi a coprirsi, quest’inverno; né ad asciugarsi dopo il bagnetto. Ma vagli a spiegare tu, un giorno, perché qualcuno va in giro nelle case d’altri a rubare ricordi e tenerezza.

Il quarantesimo giorno

venerdì, settembre 15th, 2006

Zitti zitti, ci siamo arrivati. La scadenza è soprattutto simbolica (coincide con la fine del puerperio), ma gli amici che ci sono passati concordano tutti sul fatto che da un giorno all’altra cambia qualcosa: non sai bene dire che cosa, tant’è che sui ritmi di tutta la famiglia ricomincia a splendere qualche raggio di normalità. Qui ancora non ci sbilanciamo, per quanto l’impressione è che da un paio di giorni Giogiò sia più regolare, più docile nel lasciarsi riaddormentare, benché sempre molto vorace e comunque esigente nelle poppate (il torello qui ha avuto il coraggio di mettere su mezzo chilo in due settimane). E ora via, verso nuovi traguardi: dopo i primi quaranta giorni, sogghignano gli amici figliati, cominciano i secondi.

La poppata di notte, una soggettiva

giovedì, settembre 14th, 2006

Lui è nella fossa delle Marianne del sonno più profondo, rara oasi di inconsapevolezza in un giorno di stress, rincorse e presenza. Lei ha gli ormoni: meglio di una sveglia, più potenti di un caffé doppio, preventivi come un antibiotico. Lui no, lui ha i classici tempi tecnici: almeno trenta secondi di limbo prima di mettere a fuoco la necessità di attivarsi, altri trenta prima di accettare l’idea, trenta ancora nell’attesa che si alzi la prima palpebra. La natura lo ha fornito di tanti istinti, nessuno buono per il periodo dell’allattamento di suo figlio. Né esiste tomo di psicologia neonatale che prenda in considerazione il risveglio notturno del padre, quando la madre dolcemente reclama l’attenzione del caso.

Funziona così, per chi ne fosse interessato. Una presenza dell’empatia di un Fidel Castro ti si manifesta all’improvviso nell’attività onirica, afferrando per un orecchio la coscienza assopita e trascinandola di soppiatto allo scoperto. Ci vuole un po’ per mettere a fuoco il suo parlare imperativo, che suona soltanto come paroloni messi uno accanto all’altro senza alcun ordine. “… la metempsicosi dell’inverosimile condita d’uno spegnersi inerte accanto alla saldatura del plexiglass…”. Preso dal panico, ti poni quattro domande, una dietro all’altra: che cosa succede? Chi accidenti è costui? Che cosa diavolo vuole da me? E soprattutto: di che cosa va farneticando?

Lentamente metti a fuoco che è soltanto una proiezione di tua moglie, che a pochi centimetri da te è già all’erta per il risveglio regolamentare del pupo, nel cuore della notte. Per il padre la notte è, più che mai, ripetizione automatica di procedure collaudate: afferra il bimbo, trasportalo fino al fasciatoio più vicino, apri il vestitino, apri il body, fai un bel respiro, apri il pannolino, verifica la situazione, togli il pannolino, ripulisci il ripulibile, metti il pannolino pulito, chiudi il pannolino, chiudi il body, chiudi il vestitino, trasporta il bimbo fino alla postazione di allattamento più vicina, addormentati di nuovo nel minor tempo possibile. Alla madre invece la notte stimola riflessioni profonde, che un’urgenza senza orologio spinge a immediato confronto col compagno: svegliarlo? non svegliarlo? allattarlo a destra o sinistra? per dieci minuti o per mezzora? Un condensato di filosofia del puerperio snocciolato a mo’ di una poesia di Pasolini durante l’esame di maturità.

Prese le misure di una routine diventata inaspettatamente navigazione a vista, provi a dare il tuo contributo, ma dalla bocca tutt’al più esce un “Uh?!” più di insofferenza che di approvazione. Nel quale, tuttavia, la madre del lattante legge una vastità di sfumature in evidente contraddizione con ogni suo precedente ragionamento. Frustrata, giunge alla conclusione che si farà infine come si è sempre fatto, ma soltanto perché tu sei testardo come un mulo e tendenzialmente intrattabile a notte fonda. Se poi il poppante non si riaddormenta e ulula fino alla poppata successiva – mette tacitamente agli atti – io l’avevo detto.

In genere è a questo punto che il pupo affamato caccia il primo urlo. Lei si alza, lo cambia e apre la latteria, da quel momento in poi beatamente assorta nelle mascelline operose di suo figlio. Lui osserva inebetito la scena per un attimo, sente risuonare ancora nell’aria il suo ultimo uh, infine si lascia scivolare nuovamente negli abissi da cui è riemerso pochi minuti prima e nei quali ha appuntamento con Fidel tra tre ore appena.

Quando la mamma dorme

mercoledì, settembre 13th, 2006

Mattina presto, lungo le strade che portano alla spiaggia (ma anche alle brioches e al cappuccino). S’incrociano carrozzine: alla guida soltanto papà assonnati. I bimbi in fermento, lamentosi o affamati, allontanati per qualche ora da casa da mamme in disperato deficit di sonno. Ci si scambia occhiate stravolte. «È l’ora dei papà, eh?!». «Eh».

Il posto dove stiamo

lunedì, settembre 11th, 2006

Papà dice che nel posto dove stiamo in questi giorni è stato piccolino anche lui. Dice che proprio dove di solito mi metto io a sonnecchiare, sotto il portico, lui stava ore dentro il box sotto gli occhi di suo nonno. Dice che lì, nell’angolo del giardino dove facciamo le curve, lui e i suoi cugini hanno scattato la prima foto insieme, quella in cui papà afferrava il bastone grande del nonno. Dove oggi abitano quei due bambini che l’altro giorno mi guardavano curiosi curiosi, dice papà che lì abitava la nonnina adottiva dei bimbi del vicinato, che a lui diceva sempre molte parole carine. L’altro giorno, quando dovevo lasciar riposare un po’ la mamma, mi ha portato a fare un giro per le casette qui intorno: dice che lì, dietro casa, dove stanno quelle villette a schiera incastrate tra loro, un tempo c’erano soltanto cumuli di sabbia da scavalcare con le biciclette. Laggiù, invece, al posto di quel condominio massiccio c’era un supermercato un po’ malconcio, ma il gestore era gentile. E quelle case pretenziose e super-accessoriate qui vicino, dice che quelle erano un tempo le più spartane di tutta la zona, abitate soltanto da turisti tedeschi in affitto settimanale. Per non parlare degli stabilimenti balneari, che non erano mica queste cose stile aperitivo milanese con l’accento sull’ultima sillaba, ma avevano invece nomi adeguati alla semplicità del luogo.

Io non so. Ma se continua a fare il nostalgico, quasi quasi adesso a papà gli faccio caccona addosso.

Spiegatemelo come se avessi un mese

venerdì, settembre 8th, 2006

Quando dormo beatamente perso nei miei sogni mi svegliate perché dite che devo mangiare. Quando sono sveglio e vorrei mangiare fate tante storie perché dovrei dormire. Ora, fate anche un po’ come vi pare; ma almeno poi non arrabbiatevi con me.

In un mese

mercoledì, settembre 6th, 2006

Giogiò ha imparato a: succhiare il latte dal seno della mamma, a succhiare qualunque cosa gli capiti a tiro quando desidera ardentemente una tetta, dormire, fare pipì, fare la cacca, fare pipì e cacca in modo creativo prendendo di mira i vestiti (propri e altrui), piangere, piangere forte, piangere molto forte, fare versi gutturali assortiti, fare la faccia da tartaruga, fare la faccia preoccupata, fare la faccia serena, fare i rigurgiti, fare il ruttino, contorcersi per il mal di pancia, avvicinarsi alla mamma nel letto muovendosi come un lombrico, succhiare il ciuccio e farselo bastare per un po’, fare forza sulle gambe e spingersi in alto, deglutire qualche goccia d’acqua, togliersi le coperte di dosso, muovere le braccia in modo meno approssimativo, fissare in modo prolungato oggetti e persone (meglio se luminosi e molto colorati), mettere una gamba a cavallo (di un braccio, di un bracciolo o del bordo della carrozzina), sognare, accennare sorrisi, immaginarsi una grande risata. Ovviamente mandando ogni volta in estasi i suoi genitori, ormai infiacchiti nei sentimenti per via della cronica mancanza di sonno.

Benvenuto a Giulio

lunedì, settembre 4th, 2006

Per noi è una nuova emozione, questa volta senza nemmeno i filtri dell’adrenalina e di quelle cose che ti tengono occupati gli occhi durante il parto del bimbo tuo. A Trieste stamattina è nato Giulio, uscito dalla pancia dei nostri compagni di viaggio preferiti. Benvenuto, dunque, al nuovo amichetto, che Giogiò non vede l’ora di conoscere (probabilmente per passargli un po’ di dritte su come portare pazienza con gli adulti).

Si prova a partire

venerdì, settembre 1st, 2006

Dal consiglio di famiglia è emerso che: Giorgio è molto più tranquillo quando si fa almeno una passeggiatona al giorno; Stefania soffre un po’ la clausura e le fatiche dello straordinario agosto appena concluso; io ho disperatamente bisogno di recuperare spazi e tempi per il lavoro e chiudere un po’ di lavori di un’urgenza diventata ormai angosciante. Dunque la decisione è che si parte: per una manciata di giorni ci prendiamo l’ultima aria buona della stagione nel solito lido ferrarese di famiglia, per noi più che altro un’oasi campagnola in mezzo al verde, stretta tra le spiagge e le valli comacchiesi. Stefi e Giogiò si lanceranno in ardite esplorazioni di spiagge e pinete con la sportivissima Giogiò-mobile. Io me ne starò seduto in giardino con portatile e collegamento mobile, tentando di recuperare una prima timida forma di normalità professionale post-parto. Riusciranno, i nostri eroi?