Lui è nella fossa delle Marianne del sonno più profondo, rara oasi di inconsapevolezza in un giorno di stress, rincorse e presenza. Lei ha gli ormoni: meglio di una sveglia, più potenti di un caffé doppio, preventivi come un antibiotico. Lui no, lui ha i classici tempi tecnici: almeno trenta secondi di limbo prima di mettere a fuoco la necessità di attivarsi, altri trenta prima di accettare l’idea, trenta ancora nell’attesa che si alzi la prima palpebra. La natura lo ha fornito di tanti istinti, nessuno buono per il periodo dell’allattamento di suo figlio. Né esiste tomo di psicologia neonatale che prenda in considerazione il risveglio notturno del padre, quando la madre dolcemente reclama l’attenzione del caso.
Funziona così, per chi ne fosse interessato. Una presenza dell’empatia di un Fidel Castro ti si manifesta all’improvviso nell’attività onirica, afferrando per un orecchio la coscienza assopita e trascinandola di soppiatto allo scoperto. Ci vuole un po’ per mettere a fuoco il suo parlare imperativo, che suona soltanto come paroloni messi uno accanto all’altro senza alcun ordine. “… la metempsicosi dell’inverosimile condita d’uno spegnersi inerte accanto alla saldatura del plexiglass…”. Preso dal panico, ti poni quattro domande, una dietro all’altra: che cosa succede? Chi accidenti è costui? Che cosa diavolo vuole da me? E soprattutto: di che cosa va farneticando?
Lentamente metti a fuoco che è soltanto una proiezione di tua moglie, che a pochi centimetri da te è già all’erta per il risveglio regolamentare del pupo, nel cuore della notte. Per il padre la notte è, più che mai, ripetizione automatica di procedure collaudate: afferra il bimbo, trasportalo fino al fasciatoio più vicino, apri il vestitino, apri il body, fai un bel respiro, apri il pannolino, verifica la situazione, togli il pannolino, ripulisci il ripulibile, metti il pannolino pulito, chiudi il pannolino, chiudi il body, chiudi il vestitino, trasporta il bimbo fino alla postazione di allattamento più vicina, addormentati di nuovo nel minor tempo possibile. Alla madre invece la notte stimola riflessioni profonde, che un’urgenza senza orologio spinge a immediato confronto col compagno: svegliarlo? non svegliarlo? allattarlo a destra o sinistra? per dieci minuti o per mezzora? Un condensato di filosofia del puerperio snocciolato a mo’ di una poesia di Pasolini durante l’esame di maturità.
Prese le misure di una routine diventata inaspettatamente navigazione a vista, provi a dare il tuo contributo, ma dalla bocca tutt’al più esce un “Uh?!” più di insofferenza che di approvazione. Nel quale, tuttavia, la madre del lattante legge una vastità di sfumature in evidente contraddizione con ogni suo precedente ragionamento. Frustrata, giunge alla conclusione che si farà infine come si è sempre fatto, ma soltanto perché tu sei testardo come un mulo e tendenzialmente intrattabile a notte fonda. Se poi il poppante non si riaddormenta e ulula fino alla poppata successiva - mette tacitamente agli atti - io l’avevo detto.
In genere è a questo punto che il pupo affamato caccia il primo urlo. Lei si alza, lo cambia e apre la latteria, da quel momento in poi beatamente assorta nelle mascelline operose di suo figlio. Lui osserva inebetito la scena per un attimo, sente risuonare ancora nell’aria il suo ultimo uh, infine si lascia scivolare nuovamente negli abissi da cui è riemerso pochi minuti prima e nei quali ha appuntamento con Fidel tra tre ore appena.