In quel brevissimo incrocio della storia italiana in cui le frontiere dell’informazione online e l’editoria giornalistica tradizionale si sono guardati dritti negli occhi, ormai un buon decennio fa, Omar Monestier è stato uno dei pochi direttori di giornale capaci di sostenere lo sguardo.
Perplesso magari, ma mai meno che curioso, cercò a più riprese il dialogo. Capitava che fosse lui a cercarti, prendendo l’iniziativa: perché hai scritto questo, che cosa vuoi dire, parliamone, vediamoci a pranzo. Partecipò ai numerosi dibattiti del periodo, sostenendo con onestà di pensiero e argomenti non trascurabili il punto di vista del giornale che non poteva ancora mettere in discussione il primato della carta.
Si unì con piacere, unico tra i non strettamente nerd, alle spedizioni di ONA Italia negli Stati Uniti per vedere cosa si faceva altrove. Studiò, rielaborò a modo suo (in particolare nelle sue direzioni al Tirreno e al Messaggero Veneto) e, pur restando nella sostanza un uomo della tradizione, sarà ricordato – con buon merito – come uno dei rari innovatori che l’editoria giornalistica italiana mainstream abbia annoverato dalla nascita del web a oggi.
Qualcuno oggi, forse per compensare il lungo elenco di pregi e meriti istituzionali emersi in queste ore di stupore collettivo e attonito, glielo ascrive tra i difetti: certo magari credevi un po’ troppo nella Rete. Allora queste righe servono proprio a questo: per ringraziarlo di essersi messo in discussione e per aver offerto, a noi intoccabili e spesso invisibili avventurieri degli spazi collettivi digitali, la dignità dell’attenzione e del rispetto.