Credo di non aver mai fatto del tutto pace con i primi giorni del Covid. A distanza di cinque anni, mi rendo conto che molti di noi hanno semplicemente chiuso quella primavera fuori dall’ordinario in un cassetto. I fatti da una parte, le emozioni dall’altra. Funziona, in apparenza. Ma non è elaborazione, è più una presa di distanza.

Spesso mi vengono in mente le immagini dello tsunami nell’Oceano Indiano del Natale 2004: la marea che si ritira, la curiosità inevitabile, le persone che si spingono sempre più avanti, dentro quella stranezza che sembra innocua, sotto un sole generoso. Solo dopo capiscono. Quando l’onda è già in movimento. È facile, col senno di poi, chiamarli sciocchi o irresponsabili. Facile pensare che noi avremmo capito prima, che avremmo invertito la rotta. Non è così. Non sai mai quando ti capita davvero l’esame di maturità dello stare al mondo. E io, quando è stato il mio turno, quel passaggio in fondo so di averlo fallito.

Degli ultimi giorni di febbraio 2020 ricordo soprattutto il fastidio diffuso. L’impressione che si stesse costruendo un caso mediatico intorno a un’influenza. La sensazione che, nella confusione, ognuno stesse dando il peggio: opinioni nette, comportamenti contraddittori, scarsa fiducia reciproca. Non avevo timore. Ero scettico, perplesso, arrabbiato. L’allarme mi sembrava esagerato e controproducente. Anche chi aveva intuito prima degli altri comunicava spesso con toni aggressivi, frustrati. Magari comprensibili, oggi. Ma allora poco efficaci: generavano distanza, resistenza, non consapevolezza. Sono dettagli che mi hanno insegnato molto sul tono di voce in comunicazione d’emergenza.

Seguivo le notizie con una curiosità normale. Lavoravo allora in un ospedale, avevo accesso a informazioni di prima mano e l’atteggiamento stesso dei dirigenti sanitari era in fondo rassicurante. Ero vigile, ma non turbato. La situazione cresceva di giorno in giorno, ma restava qualcosa che semplicemente osservavi. Come quella marea anomala: la guardi, al massimo ti chiedi se ti bagnerà i piedi.

Erano i giorni del ponte di Carnevale. Noi eravamo in montagna. I ragazzi sciavano, la gente era tanta, file ovunque. Se ne parlava, certo, ma come si parla di qualsiasi fatto di attualità. Qualcuno, da lontano, biasimava chi non rinunciava a quello svago. C’erano già alcune limitazioni preventive, ma semplicemente venivano ignorate: sembravano sproporzionate, quasi assurde. La domenica mattina arrivarono i Carabinieri a farle rispettare. Con fermezza e pazienza, in mezzo al fastidio generale di chi voleva lavorare e di chi voleva divertirsi.

Poi, all’improvviso, qualcosa si è rotto. Non un grande evento, ma una serie di dettagli minori, che oggi nemmeno ricordo. È stato lì che ho riconosciuto l’onda. Non più una possibilità astratta, ma qualcosa che stava già arrivando. E insieme è arrivata una sensazione netta, spaventosa, difficile da scrollarsi: essere arrivato tardi. Aver visto ma non aver capito, pur avendo a disposizione tutti gli elementi. Non aver fatto abbastanza per proteggere i miei figli, la mia famiglia e, indirettamente, l’intera comunità.

Quella domenica, prima di pranzo, ho forzato la mano. Ho richiamato i ragazzi dalle piste, ho fatto preparare tutto in fretta, ho anticipato la partenza, ho tagliato corto sulle esitazioni. I ragazzi si sono adeguati non senza perplessità, com’è giusto che sia: li aspettavano almeno altri due giorni di sci, attività che stava passando proprio in quei mesi da imposizione degli adulti a desiderio coltivato. La narrazione, per quanto rassicurante, non reggeva la loro esperienza del mondo. Nemmeno la nostra, a ben vedere, ma non era già più tempo di scrupoli e riguardi.

Siamo tornati a casa, e da lì è cominciato un mondo diverso.

Quello che mi è rimasto addosso non è tanto quella congiuntura famigliare, ma il tempo prima. I giorni in cui l’onda era già partita e io la guardavo ancora come una possibilità tra le altre. Non è stato un errore clamoroso, né in fondo una colpa da espiare. È qualcosa di più banale e ordinario, ma anche per questo più inquietante: la difficoltà di riconoscere ciò che esce dal perimetro dell’atteso. Credo che quella sia stata, per molti di noi, la vera esperienza del Covid. Non soltanto quello che è successo dopo, ma quel breve tratto iniziale in cui tutto era già in movimento e noi ancora no.