Caro Luca,
abbiamo condiviso lo stesso asse del tempo, ma quasi mai lo stesso punto.

Potrei dire che eri avanti. Ma forse non è esatto. Non correvi necessariamente più veloce degli altri: stavi su un altro battito. Eri dentro il nostro tempo, ma seguivi un ritmo tuo, una traiettoria personale. A volte in anticipo, a volte fuori sincrono; negli ultimi anni in un altrove che ti ha permesso di scrivere pagine potenti, non facili, preziose.

Se ripenso alle nostre traiettorie, mi colpisce questo scarto costante. Ci siamo sfiorati molte volte. Stessi temi, stessi mondi, stessi incroci. Sempre con rispetto. Sempre con una distanza riconosciuta. Non siamo stati intimi, e dirlo non è una diminuzione: è una forma dell’onestà che ci siamo riconosciuti. Abbiamo abitato le stesse stagioni in modi diversi, o in momenti diversi. Ci osservavamo, credo, con curiosità vigile.

Sei stato ambientalista quando l’ambiente era ancora materia per pochi ostinati, non certo un capitolo dell’agenda pubblica. Ti sei impegnato nella tua comunità all’età in cui di solito si comincia a pensare a se stessi. Sei stato blogger quando i blog erano una stanza stretta e febbrile, abitata da una minoranza che si riconosceva a vista. Quando quella stanza è diventata piazza, città, mondo, tu hai inseguito la dimensione imprenditoriale: la possibilità di farne lavoro, struttura, progetto.

Poi sono esplosi i social network, e per te sono diventati identità, posizionamento, competenza, progetto editoriale. Senza clamore, senza pose. Con metodo e serietà.

Hai esplorato il mondo dei personal open data e del quantified self quando in Italia erano ancora parole esotiche. Ti interessava misurare, capire, correlare. Cercare senso nei numeri prima che i numeri diventassero slogan. L’emergere dell’intelligenza artificiale ti ha fatto compiere un ulteriore salto in questa esplorazione di te in relazione al mondo, al senso delle cose, all’evoluzione del tuo ruolo in una realtà sempre più confusa e complessa.

Quando infine la rete è diventata totale, onnipresente, inevitabile, tu hai cominciato a sottrarre. A togliere. A cercare l’essenza, invece dell’ennesima estensione.

Ecco la tua sincronia: non con la moda del momento, ma con una traiettoria interna. Non con il rumore, ma con una domanda. Con serietà. Con decisione. Con umiltà. E con rispetto, di te stesso e degli altri.

Il tuo ultimo progetto è stato il più radicale. Condividere il percorso verso la fine, riflettere pubblicamente sul tumore, sul tempo che si restringe, sul senso delle cose quando la prospettiva cambia, sulla chiusura consapevole del proprio cerchio. Lo hai fatto con una lucidità spietata, senza retorica, senza autoassoluzioni. Ancora una volta fuori sincrono rispetto al rumore: mentre il mondo correva, tu fermavi il tempo e lo guardavi negli occhi.

Ho cercato per settimane le parole per riconoscerti tutto questo, prima che fosse troppo tardi. Non ne sono stato capace, e ti chiedo scusa. Magari è codardo farlo oggi. Ma almeno grazie ci tenevo a scriverlo.

Ora puoi declinare il tempo all’infinito.