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Tag: apogeonline

Settembre 27 2007

A proposito della scelta del New York Times di abolire gli abbonamenti a pagamento e, più in generale, del benemerito “movimento per la liberazione degli archivi dei giornali online” (sull’una e sull’altra cosa si trova ispirata documentazione su Webgol), aggiungo al dibattito un dato di prima mano.

Dal 2006 dirigo Apogeonline, la rivista online di informazione tecnologica della casa editrice Apogeo. Apogeonline sta per compiere il suo primo decennio: il sito è stato fondato nel 1998 da Salvatore Romagnolo. Il suo archivio è sempre stato aperto: migliaia di articoli – alcuni palesemente desueti, altri ancora d’attualità ad anni di distanza – sono lì, a disposizione di chi cerca documentazione recente e meno recente sulla Rete e sulla tecnologia in Italia. Stiamo parlando di un nodo della Rete che macina in media 200 mila utenti unici e 3 milioni di pagine viste al mese – per quel che può valere il dato puramente numerico. 

Bene, nei giorni scorsi ho avuto modo di incrociare diverse informazioni relative al suo traffico. Tra le altre cose, ho calcolato quante delle consultazioni complessive sono dovute all’archivio storico della testata e quante invece agli articoli più recenti. Gli approfondimenti, le rubriche e le notizie di attualità sono ovviamente le pagine più viste nei giorni in cui sono pubblicati. Ai singoli pezzi d’archivio arrivano invece poche manciate di visite, instradate da vecchi link, da improvvise riscoperte e (soprattutto) da interrogazioni di motori di ricerca. Ma questo traffico apparentemente residuale, se visto nell’ottica della coda lunga (pochi link moltiplicati per moltissime pagine), diventa invece a dir poco interessante.

 

Nell’intero periodo in cui finora ho gestito la testata, dunque considerando l’arco temporale gennaio 2006-agosto 2007 (e considerando “attualità”, per praticità di calcolo, tutto ciò che è stato pubblicato nello stesso periodo), l’archivio storico di Apogeonline ha generato da solo il 63% di tutti gli accessi. La mia ipotesi di partenza era che si avvicinasse alla metà, ma la misurazione reale è andata decisamente oltre ogni previsione.

Ora, Apogeonline ha rinunciato da tempo allo sfruttamento pubblicitario intensivo, vuoi per coerenza con la propria vocazione editoriale, vuoi perché con Metafora AD Network sta scommettendo sulla valorizzazione dell’influenza più che su quella dei dati quantitativi di traffico. E magari quel 60% abbondante è dovuto a una serie di contingenze più uniche che rare. Ma se in media fosse anche soltanto un 40% in più della produzione corrente (e non credo) – posto che il materiale esiste già e che la gestione editoriale delle pagine va pressoché in automatico – adesso mi riesce molto più facile comprendere le valutazioni alla base delle scelte dei maggiori giornali online statunitensi. Contando su un mercato della pubblicità in forte crescita e su una logica dell’accesso a pagamento probabilmente già vicina alla saturazione, liberare gli archivi dovrebbe essere una scelta commercialmente vincente nel giro di pochi mesi.

Perfino ai nostri Repubblica.it, Corriere.it, LaStampa.it, che tanti meriti hanno ma non certo quello di averci risparmiato finora qualsivoglia declinazione della pubblicità online, non dovrebbe mancare poi molto per convincersi. Senza contare che qui da noi si festeggia ogni nuovo centinaio di migliaia di lettori, ma non si è sentito ancora mai nessuno vantarsi del numero di abbonati o degli incassi delle edicole a pagamento. Se fosse così semplice come appare a me in questo momento, la definitiva liberazione degli archivi delle notizie non solo farebbe contenti tanto gli editori quanti lettori. Ma probabilmente metterebbe in circolo un patrimonio di storia contemporanea pre-digerita tale da attivare un bel cortocircuito di contenuti, in una Rete che di connessioni e relazioni fa il suo motivo di esistere.

Settembre 20 2007

(Pubblicato originariamente  su Apogeonline)

Quattro pretesti recenti. Il primo. Il direttore del Tg1 Gianni Riotta, uno che dentro Internet ha maturato esperienze sconosciute alla maggior parte dei giornalisti italiani, sta provando a contaminare le notizie del telegiornale con gli spunti dalla Rete tutte le volte che se ne presenta l’occasione. Il risultato si nota, e non è poco, ma per ora non va molto oltre l’invito alla messaggistica compulsiva (“Scriveteci la vostra opinione”) o la divulgazione di bassa lega (“Il video più popolare del momento su YouTube è…”).

Il secondo. Il comico Beppe Grillo riempie i palasport e le piazze divulgando argomenti politici complessi e non lesinando mai particolari su quanto Internet gli abbia cambiato la vita. Racconta di aver fregato i media con un blog, ma non c’è una volta che spieghi ai suoi seguaci come nello stesso modo potrebbero fare a meno anche di lui, se lo volessero.

Il terzo. Le grandi testate d’informazione italiane guardano a Internet con curiosità. Morbosa, perlopiù, tant’è che non perdono occasione per raccontarne la cronaca nera più improbabile. Costituiscono un’eccezione le dichiarazioni istituzionali di quanti sentono l’urgenza di regolamentare, vincolare, proibire, restringere, codificare – inutilmente, ma loro non lo sanno. E le improbabili celebrazioni di anniversari che nessuno, dentro alla Rete, festeggia davvero.

Il quarto. Un manipolo di blogger in tutto il mondo sta imparando una nuova grammatica della comunicazione, provando a fare in prima persona molte delle cose per cui fino a poche stagioni fa dipendeva dalla mediazione altrui. I loro tentativi sono sempre più spesso rallentati o confusi da reazionari d’ogni sorta, i quali necessitano di continue misurazioni (quanti siete? quanti scoop avete fatto? quanti politici avete fatto dimettere? quante volte avete modificato l’agenda setting?) per tenere a bada il fenomeno e minarne le intenzioni.

Tutti questi segnali dicono una cosa, soprattutto: che stiamo perdendo un’occasione. Nella corsa alle libertà digitali stiamo perdendo di vista chi queste libertà dovrebbe esercitarle. Da questo punto di vista ciò che sta accadendo in Rete può essere sintetizzato in modo molto semplice: le persone hanno la possibilità di fare in prima persona e di condividere ciò che fanno con chiunque altro al mondo. Non è un invito a sostituire i mediatori tradizionali – i quali, se curano la propria ansia, vivranno ancora a lungo – quanto semmai un’occasione per ripensarci tutti quanti come attori sociali a tutto tondo, domatori di comunicazioni a due vie, amplificatori di messaggi all’interno delle proprie reti sociali, inventori di nuovi punti di vista. Anche mediatori, nella pratica, ma senza l’ambizione delle folle, perché le rivoluzioni copernicane del pensiero umano agiscono nel piccolo e senza fretta.

Internet non inventa nulla, da questo punto di vista. Ci restituisce a noi stessi come animali sociali, ci dona una socialità nuova che se è sconosciuta alle nuove generazioni forse non sorprenderebbe i nostri nonni. La partecipazione ha una via d’andata e una di ritorno, ma la prima, nella maggior parte dei casi, s’è atrofizzata. La Rete riapre quel canale, moltiplica i segnali e ci porta su una dimensione globale dove ogni segnale potenzialmente può entrare in contatto con ogni altro segnale presente o passato.

Ricordo che quando Howard Rheingold nel 1994 parlava di «enorme spostamento di potere» rimanevo perplesso: il grande ipertesto globale ci rende tutti autori e lettori, emittenti e riceventi, d’accordo. Ma è questione di potere? E soprattutto: è poi così enorme? Oggi ne sono convinto, e avverto l’urgenza del tentativo. Stiamo acquisendo potere non perché abbiamo la possibilità di contrastare quello dei centri istituzionalizzati, siano essi testate d’informazione, partiti politici, interessi economici o quant’altro. Non soltanto, almeno. Acquisiamo potere perché ci stiamo riappropriando di una voce pubblica individuale e di sistemi efficaci per farne sintesi ed elaborarla collettivamente. Lo strumento è una tecnologia abilitante – o meglio una serie di tecnologie abilitanti, tutte espressioni delle fondamenta del web – divenuta in poco tempo matura, semplice e accessibile a larghe fette di popolazione mondiale (benché ancora molto si possa fare in questo senso).

Abbiamo lo strumento e abbiamo l’occasione. Manca solo di farlo sapere a quante più persone possibile. E qui qualcosa s’è interrotto, negli ultimi mesi. Un circolo virtuoso inceppato, che gira su se stesso producendo meno valore del suo potenziale. Da un lato abbiamo ricominciato a prestare più attenzione del necessario allo strumento – e l’entusiasmo per il mercato ancora fittizio che gira a quello che tanti chiamano web 2.0 ha di certo fatto la sua parte. Dall’altro non riusciamo a fare a meno dei metri collaudati con cui siamo abituati a misurare il mondo: piccolo non è ancora bello, perché siamo assuefatti all’estetica del gigantesco di cui si alimentano media, partiti, aziende e personaggi del mondo in cui viviamo.

Così la ripresa d’autunno potrebbe diventare una scusa per ripartire e rimettere gli occhi sulla palla. I blog sono morti, come si affrettano a dire gli annoiati, i bastian contrari e i patiti dell’innovazione più veloce dell’assimilazione? Bene, pace all’anima loro, se il loro sacrificio sarà utile: non sono i blog la novità, sono un mezzo. Anche l’automobile è un mezzo e, salvo pochi fanatici, a quanto pare ci curiamo assai più della meta da raggiungere che delle caratteristiche del motore. Abbiamo e avremo altri mezzi, ma di certo dopo l’automobile non torneremo alla carrozza trainata da cavalli – e nel frattempo chiunque lo desideri può avere almeno un’utilitaria. Di nuovo, a prescindere, ci sono mattoncini della società che si riattivano per renderla un po’ migliore, in modi e in direzioni che – una volta tanto – nessuno ha stabilito in partenza.

Così, se fossi Gianni Riotta direi agli ascoltatori del maggiore tg italiano: ci siamo distratti, il video più visto della settimana su YouTube è un numero da circo, vale solo come testimonianza dei gusti diffusi in un dato momento all’interno di un certo servizio. La notizia, invece, è che il video lo puoi fare tu, che è molto più facile di quanto pensi, che è pieno di persone che ti possono aiutare a farlo, che magari poi il tuo video lo vedranno anche solo in quaranta, ma che diamine sei tu, è il tuo mondo, è il tuo punto di vista e tu l’hai messo in circolo.

Se fossi Beppe Grillo direi: ehi ragazzi, andiamo forte, ma non statemi tutti qui tra le palle, che i vostri commenti nemmeno li leggo, non ho né il tempo né la voglia. Moltiplichiamoci, apritevi un blog anche voi, diffondete il verbo, colonizzate le vostre reti sociali. È facile, basta andare su un sito come Splinder o Blogger o Typepad o WordPress, registrarsi e poi scrivere come su un blocco note o un elaboratore di testi. Se ci riesco io ce la potete fare anche voi. Orsù, andate e moltiplicatevi.

Se fossi un grande giornale italiano ricomincerei a pubblicare, come accadeva qualche anno fa, una mezza pagina dedicata a Internet. Un paio di articoli al giorno, non di più. Ma invece di seguire il fiuto del cronista di nera, metterei sotto torchio i migliori divulgatori che abbiamo oggi in Italia e li farei raccontare quello che succede. Succedono tante cose dentro Internet, non solo pruriginose e non solo riguardanti pezzi di plastica e silicio: ma così come un critico cinematografico non sarebbe capace di decodificare dignitosamente un processo penale, allo stesso modo per raccontare il nuovo che accade dentro uno strumento nuovo serve il cronista giusto.

E se infine fossi, come del resto sono, uno dei tanti blogger insignificanti che raccontano quello che gli gira intorno annotandolo sulle pagine del proprio siterello personale, me ne infischierei del numero dei miei lettori e non proverei alcuna invidia per le – orrida parola, triste concetto – blogstar e non mi lamenterei delle gerarchie fittizie, perché lo scopo è tutto quanto lì, in quelle parole composte e condivise il più delle volte con spirito gratuito: esistere, ragionare, offrire competenze, dialogare, collaborare, leggere il mondo attraverso altri sguardi.

In poche parole, rimettere in movimento le fondamenta della società a partire dal proprio ombelico. E poi stare a vedere che cosa succede. Non mi sembra un’opportunità da poco.

Luglio 31 2007

Questo pomeriggio ho ricevuto per email un comunicato di Nielsen//Netratings a proposito della rilevazione mensile dei dati di traffico sui maggiori siti italiani (che linkerei volentieri se lo trovassi online, ma poco male). Il senso del bilancio di luglio era: l’estate riduce i consumi della Rete, girano meno utenti e quei pochi stanno meno del solito sui siti più popolari. Ora, io non sono affatto un fanatico delle statistiche, tutt’altro. Ma quei dati mi hanno incuriosito, perché proprio in questi giorni mi aveva sorpreso il fenomeno opposto: su tutti i siti di cui conosco i numeri – quindi questo, Apogeonline e qualche altro attinente – gira più gente del solito e più interessata che mai, e non è usuale in piena estate. Nulla di travolgente, intendiamoci, ma abbastanza da attirare la mia attenzione e identificare una regolarità. Quindi mi chiedevo: quella che ho notato io è solo un’anomalia isolata? Oppure questi mesi stanno redistribuendo un po’ di attenzione? Ed è soltanto un fatto legato alle ferie e al caldo o è uno spostamento più rilevante? Semplici curiosità estive, che poi magari qualcuno ha altre osservazioni da aggiungere.

Dicembre 20 2006

Alla fine di un vecchio post avevo lasciato un concetto in sospeso. Oggi, di là, abbiamo lanciato un sassolino nello stagno.

Settembre 19 2006

Quinta di copertina, la rassegna stampa tecnologica in podcast che Antonio Sofi cura tutti i giorni su Apogeonline, compie oggi cento puntate. Che a voltarsi indietro, ripensando a quando è nata in marzo come piccolo esperimento di trasmissione audio via Internet, è proprio un bel traguardo: significa cento mattine che Antonio si sveglia di buonissima ora (almeno una prima del solito), scende in edicola, sfoglia un buon centinaio e anche più di pagine, fa sintesi e poi registra dieci minuti di segnalazioni e commenti agili agili.

Mi piacerebbe raccontare il puntiglio, l’inventiva, l’autocritica costante, la costanza, i progetti e la passione che stanno dietro a quel prodottino rapido, arguto e puntuale, che in molti già amano ascoltare dalle casse del proprio computer o sul lettore Mp3. Ma temo che Antonio non apprezzerebbe la sviolinata, e del resto i pregi di Quinta parlano da sé.

In tutto questo, evidentemente, io devo dichiarare una discreta serie di conflitti di interesse: Antonio è un amico, prima che un insostituibile collaboratore, e in Apogeonline io ricopro un ruolo di coordinamento. In genere non amo affatto indulgere nell’autopromozione o nella promozione gratuita delle cose che hanno a che fare col mio lavoro, ma da lettore/ascoltatore, quale comunque resto prima di ogni altra cosa, devo a Quinta di copertina quella segnalazione e quell’apprezzamento pubblico già rimandato ben oltre il dovuto.

E ora altre cento, Antonio?

Giugno 22 2006

(Pubblicato originariamente  su Apogeonline)

Che cosa resta della retorica dell’innovazione alla fine della tormentata primavera elettorale? Poco coraggio e molta dispersione di risorse, soprattutto. E se all’amministrazione pubblica applicassimo le stesse intuizioni che stanno alla base di Internet? Il territorio come rete, il cittadino che dialoga, il municipio come social network: un’ipotesi tra Simcity e Monopoli

Col referendum confermativo sulla riforma costituzionale, si chiude un lungo e a dir poco sofferto periodo elettorale. Qui, su Apogeonline, si era aperto con una riflessione di Andrea Granelli sulla retorica dell’innovazione, così presente e al tempo stesso così assente dai programmi elettorali dei partiti politici alla ricerca di un voto. Il bilancio, tre mesi e tante parole dopo, non è confortante. L’impressione, per farla semplice, è che la via all’innovazione suggerita nei programmi politici della collezione primavera-estate 2006 sia ancora saldamente ancorata alla retorica di inizio 2000: le autostrade dell’informazione, il divario digitale, i corsi di informatica per i cittadini. È chic e impegna poco, ma soprattutto non serve.

E dunque, visto che si avvia alla conclusione questa stitica stagione di realpolitik e si può ricominciare finalmente a progettare un mondo migliore, proviamo a tracciare uno stato dell’arte per il governo della complessità attraverso tecnologie nuove ma a misura d’uomo. Immaginiamo, per esempio, di essere il sindaco di un comune italiano di medie dimensioni che si pone il problema di come tradurre in pratica questa benedetta innovazione. Abbiamo due scelte a disposizione: possiamo inseguire faticosamente le buone pratiche altrui, disperdendo a pioggia un budget che per definizione è contenuto; oppure possiamo immaginare di prendere tutti i soldi a disposizione e investirli in un progetto complessivo in grado di anticipare (per una volta) l’innovazione e dare vita spontaneamente a buone pratiche. Visto che questo è l’equivalente di Simcity e i soldi sono come quelli del Monopoli, prendere la seconda strada richiede soltanto un po’ di immaginazione.

La prima considerazione è che abbiamo un bene scarso, la connettività, e un bene talmente abbondante da andare sprecato, l’informazione. Affrontare il primo ci mette nelle condizioni di dominare il secondo e mettere in circolo esperienze e competenze altrimenti disperse. Si tratta, in altre parole, di trasferire la complessità di un territorio in un ambiente in cui la gestione sia più agevole: per fare questo è necessario – ricorrendo a una locuzione che piace molto alle amministrazioni locali – fare rete. Questa volta però non è una metafora: si tratta proprio di posare un po’ di cavi, montare punti di accesso senza fili (e quel Naaw di cui si parlava in questo spazio nei giorni scorsi casca a fagiolo), distribuire l’accesso a Internet quanto più possibile e quanto più liberamente concede oggi la legge – considerandolo, come presto potrebbe essere davvero, un diritto insito nell’idea stessa di cittadinanza. Un investimento di questo tipo è costoso e non dà risultati immediati, ma è il volano imprescindibile.

Se la città è una rete sociale, dotare ciascun nodo di una connessione (dunque della cittadinanza digitale) significa proiettare su Internet una mappa della realtà locale, con tutti i vantaggi che si ottengono in fatto di velocità, bidirezionalità e uniformità di scambio delle informazioni. La città in Rete sarebbe un classico esempio di applicazione basata su rete sociale, un social network in cui una volta tanto lo scopo non sarebbe soltanto quello di incontrare amici (MySpace, Orkut, Friendster), pubblicare fotografie e video (Flickr, YouTube) o cercare lavoro (LinkedIn), ma di diventare protagonisti di un territorio e rappresentarne la complessità. Le reti sociali ci stanno educando all’idea di emergenza: partendo da regole semplici si ottengono schemi complessi che la semplice somma delle parti non avrebbe lasciato immaginare. Le formiche e il formicaio, i neuroni e il cervello, l’uomo e la civiltà: la dimensione collettiva è l’evoluzione del sistema. Più il sistema è efficiente ed esalta l’azione del singolo, più il sistema cresce: in questo senso, lo strumento Internet – con tutta la dotazione di pratiche con cui ottenere il miglior ordine possibile dal caos – fornisce l’opportunità di fare un salto epocale d’efficienza.

Metti progressivamente tutti i tuoi cittadini su un social network cittadino, lasciali esprimere, stimolali a costruire punti di presenza personali, promuovi la creazione di reti di identità e di comunità di interesse, invitali a spendere il loro capitale sociale nelle cause che stanno loro a cuore: avrai uno strumento inaudito di interpretazione del territorio. Tutto ciò richiede evidentemente una profonda rivisitazione dei ruoli: l’amministrazione, in una logica reticolare, non è più il centro ma uno dei nodi della rete senza ragno, un hub di hub, il primo tra i pari. Se la città è l’insieme di tante visioni del mondo quanti sono i suoi cittadini, chi la governa è il nodo deputato alla sintesi di questo flusso di comunicazione che prorompe dal basso. La rappresentanza non è più soltanto un voto quinquennale, ma l’interpretazione costante del racconto della realtà di ciascun nodo, corrisponda esso a un cittadino, a un’associazione, a un’istituzione o a una realtà produttiva. Chi interpreta meglio, governa meglio.

A cascata vengono tutte le sfide complesse che già ci si pone urgentemente, pur senza avere un supporto tecnologico adeguato: il superamento delle barriere d’accesso, le difficoltà di dialogo sociale, le opportunità imprenditoriali. Il circolo virtuoso nasce con l’infrastruttura di comunicazione e con le tecnologie per la condivisione sempre più diffuse, facili da usare ed economiche: gli strumenti più maturi di Internet stanno abilitando le persone a esserci, a partecipare, a organizzarsi spontaneamente tra di loro, a contribuire con le proprie idee, a supportarsi a vicenda in caso di bisogno. Un patrimonio di conoscenza (più o meno locale) distribuita e facilmente accessibile – in grado di dare risposte al giovane e all’anziano, all’imprenditore e al disoccupato, all’immigrato extracomunitario e al turista, all’associazione e all’istituzione – è un motore formidabile per la crescita di un territorio. Se dai alle persone un motivo per esserci, e non solo generiche istruzioni per accendere un aggeggio e lanciare programmi, è molto probabile che ci saranno.

Fantascienza? Sì, se si dovesse immaginare un progetto del genere imposto dall’alto, da un giorno all’altro. Tuttavia i fronti più evoluti di Internet ci parlano di un pubblico sempre più attivo, che non ragiona più come massa ma è informato e soddisfa facilmente bisogni individuali che in precedenza dipendevano da catene di mediazioni di tipo culturale, politico, informativo o economico. Non chiede più di essere ascoltato, lo pretende. Dove non trova orecchie disponibili, si organizza da sé aggregando spontaneamente competenze per risolvere esigenze nuove in modo nuovo. La scelta, già oggi, è tra il presidio sempre più costoso e conflittuale degli accentramenti di potere e l’accoglienza progressiva di quest’onda lunga, che promette di ridefinire la società almeno quanto a suo tempo fece la scrittura. Le prime scelte, a cominciare da quella di mettersi in ascolto, devono essere fatte già oggi. L’alternativa è la solita: accumulare ritardo e perdere competitività.

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