Nel secondo anniversario della morte di Giuseppe Granieri, al Polo bibliotecario di Potenza è stato organizzato un incontro per raccogliere spunti sulla cultura digitale e dedicare idealmente a questo dibattito uno scaffale in suo nome. Quello che segue è il testo del mio contributo, che in questa occasione non ho potuto portare di persona. Mi rendo conto una volta di più che l’assenza di g.g. resta per me un concetto ancora molto astratto.
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Dedicate a Giuseppe Granieri gli scaffali di libri, ma non cercatelo nei libri.
Non lo troverete nelle copertine allineate, nei titoli evocativi, nelle sottolineature. Giuseppe non era i suoi libri. Non era la sua biblioteca. Non era i suoi post, le sue piattaforme, le sue conversazioni infinite.
Era tutte queste cose, certo. Ma era soprattutto ciò che accadeva tra una cosa e l’altra. Era il movimento che passava tra una mente e un’altra, tra un testo e le sue conseguenze, tra un’idea e la sua trasformazione. Era la tensione che rende i nodi di una rete più intelligenti.
Se la cultura digitale ci ha insegnato qualcosa, al netto delle mode, delle piattaforme e delle metriche, è che il valore non risiede nel nodo ma nella relazione. Un nodo isolato è un archivio. Una relazione è una trasformazione.
Per lui la rete non era un’infrastruttura. Era una postura. Non un insieme di cavi e protocolli, né una macchina per vendere o persuadere, ma un modo di stare al mondo: conversazione, responsabilità, cura del legame. In un tempo che misura in visibilità, lavorava sull’invisibile. In un tempo che premia l’ego – e avendone uno che certo non si poteva dire contenuto – Giuseppe moltiplicava gli altri.
Questa postura Giuseppe la praticava prima ancora di formularla. Non era un esperto che spiegava: era un connettore che attivava. Era competenza, molta. Ma era soprattutto un attivatore di competenze altrui. La sua vita è stata un grande sistema operativo relazionale.
Giuseppe abitava le soglie: tra online e offline, tra accademia e rete, tra teoria e pratica, tra umanesimo e tecnologia, tra ironia e profondità. Era una soglia vivente. E le soglie non si possiedono: si attraversano, e segnano una cesura tra un prima e un dopo.
Sapeva interloquire con tutti: non per diplomazia, ma per curiosità. Teneva nello stesso spazio l’accademico e l’hacker, il manager e l’attivista, il teorico e il pratico, senza ridurre nessuno alla caricatura dell’altro. Faceva sedere allo stesso tavolo persone che non avrebbero mai pensato di avere qualcosa da dirsi. E spesso scoprivano di avere più domande in comune che risposte divergenti.
Non era soltanto il mediatore: era, a suo modo, entrambe le cose. L’accademico e l’hacker. Il manager e l’attivista. Il teorico e il pratico. Non come contraddizione da risolvere, ma come complessità da sostenere. Forse è anche per questo che sapeva comporre gli altri: perché dentro di sé aveva imparato a far convivere differenze che si pensano separate. Nelle connessioni che attivava si rifletteva, in controluce, la sua personalità plurale.
Uscivi dalle conversazioni con lui leggermente spostato. Non convertito, non convinto: spostato. Aveva la capacità di non chiudere mai un discorso nel punto in cui sembrava concluso. Lo riapriva, lo inclinava, lo rendeva poroso.
Ha ispirato una generazione non perché offrisse risposte – anche se poi amava avere l’ultima parola – ma perché legittimava le domande. Ci ha dimostrato che l’universo delle idee non è mai chiuso, e che chiunque può contribuire a reinterpretarlo, in modo più facile, più diffuso e più corale che mai nella storia.
Con lui le idee non erano mai proprietà privata: erano ambienti condivisi. Non ti consegnava una tesi, pur avendone formulate in abbondanza: ti metteva in una condizione. I post, gli articoli, i libri che restano di lui sono soltanto le briciole di un percorso fatto insieme a tante persone, persone che spesso oggi si ritrovano amiche grazie a un suo innesco.
Molti dei concetti che oggi utilizziamo con naturalezza – comunità, conversazione, identità distribuita, responsabilità connettiva – li abbiamo attraversati insieme a lui, spesso senza nemmeno accorgerci che stavamo costruendo un lessico comune.
La sua eredità più radicale non è in ciò che ha scritto, ma nel metodo che ha incarnato: l’idea che la cultura digitale non sia una specializzazione, ma una forma di cittadinanza. Che abitare la rete significhi assumersi la responsabilità delle proprie connessioni. Che partecipare non sia consumare contenuti, ma contribuire alla forma della conversazione.
Mi riesce ancora straordinariamente difficile, anche a due anni di distanza, rappresentare ciò che Giuseppe Granieri è stato. Le persone che abitano gli interstizi sfuggono alle definizioni. Non coincidono con le opere, con i ruoli, con il curriculum.
Possiamo però riconoscere ciò che continua ad accadere grazie a lui. Nelle connessioni che diamo per scontate. Nella cura con cui scegliamo una parola. Nel modo in cui teniamo aperto uno spazio di confronto. Se oggi siamo capaci di vedere valore non soltanto nei contenuti ma nei legami che li tengono insieme, è perché qualcuno ci ha abituato a guardare lì.
E ciò che conta, quasi sempre, non è ciò che si vede. Ma ciò che continua ad accadere. Anche tra noi. Anche qui. Proprio qui. Oggi, anche se lui non è più.
Jannis
Mar 17, 2026 -
Cuori, veh