È rimasta aperta la pratica Les Blogs. Lasciar passare un po’ di tempo, oltre che una questione di priorità lavorative, è stato un buon filtro. Chi cercava dettagli freschi, del resto, ha già a disposizione ogni ben di dio nelle centinaia di post archiviati in Technorati o di immagini pubblicate su Flickr. Il mio bilancio è misto: Les Blogs 2.0 è stato un ottimo punto d’incontro internazionale fra quanti si rimboccano le mani in questo settore, ma sul versante di contenuti poteva osare molto di più.
Il che da un lato mi dà sensazioni positive: forse in Italia non siamo poi così indietro e negli ultimi anni (penso al Nuovo e Utile Web dello scorso maggio a Firenze) qualche spunto interessante su come riunirsi a parlare di blog c’è stato anche da noi. Per esempio, sono più che mai convinto del fatto che la separazione tra palco e platea – almeno quando si parla di tecnologie che rinegoziano i ruoli tradizionali – sia una barriera che rallenta incredibilmente lo scambio proficuo. E non c’è backchannel (ovvero la chat che si sviluppa parallelamente al convegno) che regga il confronto.
D’alto canto, mi aspetto che chi si presenta a uno dei maggiori incontri internazionali dedicati a una presunta rivoluzione della comunicazione non ricorra a forme troppo tradizionali di divulgazione. In quasi tutte le sessioni è mancato uno stato dell’arte condiviso da cui partire, i tempi a disposizione dei relatori erano molto ridotti e molti si sono accontentati di girare intorno a concetti noti e rassicuranti. Forse per disincentivo della stessa organizzazione, non ne ho idea, ma solo un paio di relatori ha fatto ricorso a slide schematiche attraverso cui mostrare ciò di cui parlava e fornire una traccia utile per seguire il discorso (considerato anche che l’inglese faceva da territorio linguistico franco per per una ventina di diversi idiomi nazionali).
Mi ha colpito soprattutto l’atteggiamento delle aziende. Io non so se la sponsorizzazione dell’evento era una conseguenza dell’essere stati invitati a parlare o se, viceversa, alcuni relatori sono stati invitati perché la loro azienda sponsorizzava l’evento. Tant’è che la sufficienza e/o la preparazione sommaria che hanno dimostrato molti tra quelli che avevano la responsabilità di parlare del rapporto tra interessi commerciali e blog sono state imbarazzanti. Fatto che considero, insieme ad altri autogol appena più marginali, piuttosto stupefacente. Se finanzi un incontro dedicato a uno strumento che permette a chiunque di esprimersi senza mediazioni su scala mondiale, il primo a essere messo sotto i riflettori sei inevitabilmente tu. Non basta metterci i soldi, devi anche convincere.
Detto ciò, non sono stati pochi nemmeno gli stimoli positivi. Che legherei, più che a una specifica sessione, a persone particolarmente interessanti per quello che hanno raccontato e per come lo hanno raccontato. Adriana Cronin-Lukas, per esempio, è una consulente dalle idee molto chiare e ha retto il confronto con Ceo e blogger d’azienda convinti di poter prendere dai blog solo quanto fa loro comodo, sottraendosi qualora il confronto diventi complesso o faticoso. Mi ha affascinato molto Global Voices, una sorta di hub di hub che utilizza l’aggregazione dei contenuti dei blog per dare vita a un progetto di informazione globale su scala più vasta di quanto si sia visto in giro finora (build bridges between cultures, costruire ponti tra le culture, è la parola d’ordine): guarda caso, dietro a un progetto interessante ci sono persone interessanti come Ethan Zuckerman e Rebecca MacKinnon. Mena Trott, padrona di casa dal carattere piuttosto franco, è andata forse sopra le righe, ma ha il merito di aver avviato un confronto piuttosto interessante sulla responsabilità dei blogger, concetto molto caro da queste parti. Bei personaggi, che mi riservo di scoprire meglio, sono Hugh MacLeod e Marc Canter, a ciascuno dei quali va il merito di aver proposto una visione sull’evoluzione della socializzazione in Rete non scontata e molto etica. Mi è piaciuto moltissimo David Sifry, gran capo di Technorati, che chissà perché mi aspettavo in veste di manager rampante alla conquista della Rete, e che al contrario si è rivelato una persona generosa, appassionata e molto rispettosa dei processi di Rete – il che mi rassicura sul destino di uno degli snodi più importanti della “nuova” Rete. Infine Ben Hammersley, di cui mi ero perso il chiacchierato intervento fiorentino, ha portato a Parigi la visione forse più incisiva, combattiva e divertente: siamo a una svolta culturale tra aperture e chiusure, il blog in sé è solo uno strumento, ma uno strumento che ci permette di influire con le nostre scelte sulla direzione che sta prendendo il mondo.
L’altra sensazione, scontata ma più che mai netta, è che siamo tagliati fuori. Noi italiani, dico, ma in generale tutti quelli che si esprimono solo con la loro lingua nazionale nei loro siti. Da amante delle sfumature che solo la lingua madre ti consente, sono il primo ad avere resistenze nello scrivere i miei post in inglese. Ma a Parigi mi sono reso conto una volta di più, e in modo più sfacciato di quanto mi fosse capitato in passato, che la conversazione della Rete si svolge in inglese; tutto il resto è destinato a perdersi o a sollazzare piccole comunità locali, insignificanti rispetto all’enormità della comunità della Rete. Se l’Italia conta poco, oggi, nella blogosfera mondiale, non è tanto per il numero esiguo di voci (che pure incide) o per i fantasiosi limiti alla libertà di espressione che ci attribuiscono in Europa (ne parlava Zoro), quanto semmai perché non siamo in grado di farci ascoltare. Ho la sensazione che in Italia si sia diffuso un dibattito teorico “puro” più vivace che in altre nazioni, come gli Stati Uniti, dove prevale l’eccellenza nella realizzazione di strumenti o nella sperimentazione di modelli di business compatibili. Peccato semplicemente che non valichi le Alpi, dunque di fatto resti sterile. Ci viene richiesto impegno e sacrificio, insomma, ma su questo io per primo prendo colpevolmente tempo.
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La sensazione in merito al fatto che in Italia vengano organizzati incontri all’altezza, in realtà, s’è smontata già venerdì a Roma, al convegno su Internet e Politica organizzato alla Camera dei Deputati. Che ha finito per diventare l’ennesima replica dell’ormai francamente insopportabile recita autoreferenziale tra l’esponente di turno di centrosinistra e l’esponente di turno di centrodestra, e ben poco di più.
La mia conclusione, se dovessi basarmi su quello che ho sentito nella Sala del Cenacolo, è che la politica italiana ha capito pochissimo di Internet. E fin qui poco male, se non fosse che al contrario i politici non sembrano avere molte remore nel riempirsi la bocca di verità che non possiedono, violentando tutto ciò che la Rete mette a loro disposizione. Come se non bastasse, ci si mette pure la ricerca di turno, generosa ma fondata su presupposti ed equivoci pesantemente old media, ad accreditare le scelte miopi e egocentriche dei partiti. Il mio stupore è moltiplicato dal fatto che Paolo Gentiloni e Antonio Palmieri con Internet hanno a che fare da tempo e sono tra le persone più accreditate in materia nei rispettivi schieramenti. E se Marco Montemagno aveva una comprensibile fregola di accreditare blog e nanoblog come modello di un successo misurabile secondo numeri rassicuranti per i non addetti ai lavori, a ben poco è servito l’onesto tentativo di Luca De Biase di riportare l’attenzione sull’orizzontalità di Internet e sul rischio di fraintendere i suoi meccanismi. Era tardi, ormai, quando l’hanno lasciato parlare.
Mi dispiace non tanto per l’occasione in sé, che forse aveva altre premure rispetto a quella di fare divulgazione di nuove pratiche, quanto per la sensazione sempre più allarmante che la politica stia andando altrove, indipendentemente da quanto di buono si costruisce in giro per il mondo. Lo diceva bene Giuseppe ieri: non è più questione di destra, di centro o di sinistra. È questione di ricollegare la politica alla realtà. E se queste sono le premesse su cui anche la frangia più tecnologica (dunque, indipendentemente da Internet, quella che si presuppone più reattiva di altre nel prendere atto di ciò che si muove nel mondo) pensa di costruire il suo futuro, c’è di che esserne preoccupati. Molto preoccupati.
Carlo Baldi
Dic 19, 2005 -
A proposito di blog mi permetto di segnalare questo appuntamento interessante da seguire per blogger, giornalisti e quanti si interessano di giornalismo e informazione online:
I blog e gli altri spazi autonomi di informazione sorti in Internet aprono nuovi scenari con i quali il mondo del giornalismo non può fare a meno di confrontarsi. Mercoledì 21 dicembre alle ore 16, a Napoli presso la Sala della Loggia del Maschio Angioino, si terrà una tavola rotonda sul tema: Tra blog e citizen journalism, quale futuro per linformazione online?.
Nel corso dellincontro sarà presentato il recente lavoro dei giornalisti Carlo Baldi e Roberto Zarriello, dal titolo Penne Digitali. Dalle Agenzie ai weblog: fare informazione nellera di Internet, pubblicato dal Centro di Documentazione Giornalistica allinterno della collana Journalism & Communication Tools. Lesperienza del libro ha anche dato vita ad un omonimo blog e ad una trasmissione radiofonica sul web che affrontano i temi della comunicazione digitale.
Allincontro, oltre agli Autori del volume, interverranno: Massimiliano Lanzi Rath, direttore Comunicazione e Sviluppo del Centro di Documentazione Giornalistica; Giuseppe Tortora, docente di Filosofia presso lUniversità degli Studi di Napoli Federico II e direttore del Corso di Perfezionamento in Scienze Umane e Nuove Tecnologie; Giuseppe Contino, direttore responsabile del sito web del Comune di Napoli. Modererà il dibattito Vittoria Russo, giornalista dellemittente televisiva Napoli Nova.
antonio
Dic 19, 2005 -
a Roma non son riuscito a venire, quanto a Parigi, e in parte ne avevamo già parlato, sottoscrivo tutto e di più.
Marco Montemagno
Dic 20, 2005 -
“E se Marco Montemagno aveva una comprensibile fregola di accreditare blog e nanoblog come modello di un successo misurabile secondo numeri rassicuranti per i non addetti ai lavori..”
Di che fregola parli scusa?
Francamente mi sembra una brutta uscita.
M
Sergio Maistrello
Dic 20, 2005 -
Svolgo il senso, Marco, sperando che l’uscita ti sembri poi meno brutta. Il tuo ruolo era delicato: dovevi presentare a un gruppo di persone che con Internet non ha familiarità quello che con la Rete già si fa nel mondo e in Italia.
Per farlo hai compiuto una scelta, comprensibile: hai messo l’accento sui successi, gli scoop, i casi di cui possono aver sentito gli echi, usando le parole che loro meglio potevano comprendere (accessi, rimbalzi sui giornali, sottoscrizioni, ecc). Ammetto che non era facile far filtrare le dinamiche di Rete, come il fatto che il successo visibile è solo una delle implicazioni secondarie di una rete animata dal basso, ma ti riconoscevo la capacità di provarci e mi aspettavo che osassi un po’ di più. Così come mi ha stupito il fatto che Blogosfere abbia messo la firma su quella ricerca, che è curata come poche, ma appiattisce Internet a strumento top-down appena più rilevante di un Sms.
Insomma, l’impressione che ho avuto è che il tuo obiettivo fosse gestire un’uscita di prestigio per il network Blogosfere, obiettivo del tutto legittimo ci mancherebbe, e che una volta raggiunto questo tu ti sia accontentato. (Fregola, ti rassicuro, aveva tutta la bonarietà di una constatazione in triestino: se ci fermiamo alla parola piuttosto la cambio, nessun problema).
Ora: Gentiloni, Palmieri e soci potranno anche essere usciti dalla Sala del Cenacolo pensando Blogosfere=bello, ma ho il sospetto che (con l’eccezione di Dean che ha raccolto miliardi e Grillo che autofinanzia le pagine sui giornali) non abbiano colto nulla del contesto in cui Blogosfere può essere bello. Dunque, in fin dei conti, sia servito assai a poco anche per Blogosfere.
Mi piacerebbe conoscere il tuo bilancio, Marco. Sono disposto a ricredermi su tutti i punti, te l’assicuro.
Casual.info.in.a.bottle » Blog Archive » Internet,politica e la Moratti: ma non solo…
Gen 4, 2006 -
[…] Visto che ci sono anche barlumi di speranza a mio avviso nel quadro generale, vorrei usare due ottimi post di Sergio Maistrello: -> Quello che ho imparato a Parigi e a Roma -> Otto idee con cui familiarizzare L’altra sensazione, scontata ma più che mai netta, è che siamo tagliati fuori. Noi italiani, dico, ma in generale tutti quelli che si esprimono solo con la loro lingua nazionale nei loro siti. Da amante delle sfumature che solo la lingua madre ti consente, sono il primo ad avere resistenze nello scrivere i miei post in inglese. Ma a Parigi mi sono reso conto una volta di più, e in modo più sfacciato di quanto mi fosse capitato in passato, che la conversazione della Rete si svolge in inglese; tutto il resto è destinato a perdersi o a sollazzare piccole comunità locali, insignificanti rispetto all’enormità della comunità della Rete. Se l’Italia conta poco, oggi, nella blogosfera mondiale, non è tanto per il numero esiguo di voci (che pure incide) o per i fantasiosi limiti alla libertà di espressione che ci attribuiscono in Europa (ne parlava Zoro), quanto semmai perché non siamo in grado di farci ascoltare. Ho la sensazione che in Italia si sia diffuso un dibattito teorico “puro” più vivace che in altre nazioni, come gli Stati Uniti, dove prevale l’eccellenza nella realizzazione di strumenti o nella sperimentazione di modelli di business compatibili. Peccato semplicemente che non valichi le Alpi, dunque di fatto resti sterile. Ci viene richiesto impegno e sacrificio, insomma, ma su questo io per primo prendo colpevolmente tempo. […]
English and italian | FridayNet
Lug 24, 2011 -
[…] spreading in english rather than in italian. I was thinking about this for some days, when I read this post: (…) siamo tagliati fuori. Noi italiani, dico, ma in generale tutti quelli che si esprimono […]