Sul giornalismo post-industriale

Ieri è uscito un interessante rapporto della Columbia Journalism School sullo stato del giornalismo e dell’editoria, redatto da C.W. Anderson, Emily Bell e Clay Shirky. Pier Luca Santoro ne fa una buona sintesi in italiano. Nel rapporto si parla apertamente di giornalismo post-industriale e di riallocazione (non sostituzione) della professione del giornalista a un diverso livello dell’ecosistema dell’informazione. Sono due concetti che trovo fondamentali e che avevo provato a mettere a fuoco qualche tempo fa nella prefazione di Giornalismo digitale, saggio di Davide Mazzocco uscito lo scorso ottobre per le Edizioni della Sera. La ripubblico qui.

 

Nel volgere di un quarto di secolo il giornalismo è passato dalla macchina per scrivere all’interazione liquida su internet. L’ultimo tratto di questo percorso non è stato soltanto un aggiornamento tecnologico o l’ennesima automazione dei processi, come poteva essere stata la digitalizzazione delle fasi di scrittura e composizione al tempo dei primi terminali e dei sistemi editoriali integrati. Con la diffusione di internet ha avuto inizio un processo che sta portando la comunicazione nella sua dimensione post-industriale, quasi un artigianato di ritorno. È un cambiamento soprattutto culturale, perché sta mutando il sistema operativo della società. I mass media erano la struttura portante di una società basata su gerarchie e mediazioni. Con internet stiamo abbracciando una logica reticolare, che si diffonde in fretta perché aderisce perfettamente al modo in cui le persone e le idee si interconnettono naturalmente le une alle altre.

Non è la fine delle mediazioni professionali, ma alle mediazioni professionali è richiesto un salto di astrazione. La società svolge da sé alcune delle funzioni essenziali di cui editori, giornalisti e comunicatori avevano il monopolio e oggi dispone di un acceleratore semplice, economico e distribuito per dare alle informazioni, alle competenze e alle opinioni una dignità pubblica sistematica. Il compito del giornalista sarà sempre meno quello di dare le notizie, perché le notizie saranno date a prescindere dalla sua partecipazione. Il suo ruolo deve dunque salire a un livello logico superiore, dentro la sfera della complessità dell’informazione, laddove un contributo professionale è determinante per fare sintesi competenti, per sviluppare approfondimenti originali, per generare relazioni.

Relazioni è la parola chiave per comprendere la logica operativa della rete, molto più che contenuti. I contenuti sono lo strumento necessario perché sia possibile generare valore, ma il valore nasce dalle interazioni che si creano tra i contenuti e tra le persone. Non è sufficiente che un contenuto sia disponibile, così come finora una notizia veniva semplicemente composta sulla pagina di un quotidiano: deve entrare in relazione con altri contenuti e farsi trovare nei percorsi delle persone che potrebbero esservi interessate. La logica dell’ipertesto scardina non soltanto la sequenzialità dell’informazione, ma i contenitori stessi: frantuma giornali e palinsesti nelle loro unità minime di contenuto, rendendo l’informazione liquida e libera di scorrere ovunque. Giornalista sarà in futuro chi saprà maneggiare questo nuovo liquido, sempre meno adattabile al concetto tradizionale di giornale o di testata. Giornalista sarà chi saprà ricostruire provenienze, certificare dati di fatto, moltiplicare le destinazioni, ovunque se ne presenti la necessità.

Nel social network della vita di tutti i giorni, il giornalista torna a essere nodo tra i nodi, uno tra pari. Non ha più strumenti eccezionali né superpoteri, ma alle capacità accresciute del cittadino comune può affiancare continuità e professionalità di impegno, maggiore completezza negli strumenti culturali e specializzazioni in grado di contribuire in modo significativo al filtro diffuso e collaborativo della società. Il giornalista è per vocazione un hub, uno snodo vitale della rete sociale per la sua capacità di alimentare e mettere in connessione altri nodi tra loro. Il giornale, qualunque forma esso possa assumere nel prossimo futuro, non potrà più essere uno strumento che entra nell’ecosistema da fuori: deve nascerci dentro, facendo sintesi di quanto al suo interno emerge e s’agita.

Siamo in transizione. Abbiamo abbandonato un punto di equilibrio e viaggiamo, agitati e precari, alla ricerca di nuovi punti di equilibrio. Non abbiamo certezze: sappiamo che cosa lasciamo, non sappiamo che cosa troveremo. Intuiamo che, nell’epoca dell’abbondanza dell’informazione, qualcuno che faccia ordine e aiuti a distillare senso serve ancora, più che mai. Quello che ancora ignoriamo è, per contro, come ricostruiremo l’economia di questa professione. Per le grandi organizzazioni editoriali la ricerca è particolarmente impegnativa, perché la complessità interna moltiplica le variabili e rallenta ogni tentativo di riconversione. Le rendite di posizione non le sorreggeranno a lungo: l’errore peggiore che possono fare è non mettersi in gioco, non sperimentare, non concedersi il lusso di commettere errori e accumulare esperienza. Per le piccole organizzazioni e per i professionisti indipendenti è invece un momento potenzialmente favorevole, perché la possibilità di guadagnare visibilità e posizioni di influenza aumenta man mano che il racconto della realtà viene innervato dalla rete.

Per tutti, comunque la si veda, è un momento drammaticamente fecondo, perché costringe a ripensare in profondità il senso, le pratiche e la qualità del proprio lavoro. E ogni occasione per approfondire il discorso – come questo testo di Davide Mazzocco, ricco di spunti e di esperienza – rappresenta un passo avanti per la comunità professionale.


(testo pubblicato originariamente come prefazione a Davide Mazzocco, Giornalismo digitale, Edizioni della Sera 2012)

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Il fact checking è un’autocritica

Uno dei problemi del fact checking è che poco si adatta diventare prodotto. Certo, negli Stati Uniti un prodotto lo è già diventato: iniziative come Politifact e FactCheck.org hanno aperto e indicano brillantemente la strada. Ma dal mio punto di vista costituiscono un’eccezione, l’esasperazione di un metodo espulso per contenimento dei costi dal processo produttivo della conoscenza, che  nell’epoca della radicalizzazione dei format rischia di finire presto per fagocitare se stesso. Il fact checking è la certificazione del fallimento di un rapporto di fiducia: significa che il giornalista non ha fatto fino in fondo il suo dovere; che il politico sta effettivamente cercando di fregarci; che il rigore del metodo scientifico non è più un requisito sostanziale. Se abbiamo bisogno di Politifact significa che gli anticorpi della società hanno bisogno di una cura ricostituente. In Italia di antibiotici, probabilmente.

Questo non significa che non apprezzi il fiorire di iniziative anche nel nostro Paese, proprio io che sull’argomento negli anni scorsi ho raccolto e rilanciato appunti con grande entusiasmo. Sono felice che Ahref abbia lanciato la sua piattaforma per la verifica dei fatti (e che abbia incontrato sulla sua strada il Corriere della Sera). Mi rallegro che il già innovativo dibattito di Skytg24 con i candidati alle primarie di centrosinistra abbia scelto di integrare una funzione di controllo critico sugli argomenti della serata (pur finendo per dimostrare soprattutto i limiti di un fact checking in tempo reale e spettacolarizzato). Mi piace che nella stessa occasione siano emerse altre iniziative spontanee come Pagella Politica. Tutto bene, tutto bello, tutto utile.

Però mentre ci divertiamo a puntare il dito contro il giornalista distratto o il politico mendace, io guardo soprattutto alla nostra comune consapevolezza. Non vorrei che avessimo trovato solo un modo nuovo per abbaiare al potere e ripulirci la coscienza, perdendo di vista il fatto che il fact checking è soprattutto un’autocritica alla società nel suo complesso. Il principio isolato negli esperimenti di verifica dei fatti stimola ciascuno di noi al rigore degli atti pubblici, alla precisione dei riferimenti, alla ricerca di documentazione affidabile, alla collaborazione con le altre competenze. Dovrebbe costringere il nostro pensiero, soprattutto se esposto in pubblico, a diventare più ecologico: la nostra opinione non vale granché, se non contiene in sé collegamenti riconoscibili ai fatti, ai dati, al percorso intellettuale che l’ha generato. Non basta snocciolare dati per assumere un’aura di rigore: come diremmo sul web, servono i link. E i link devono essere quelli giusti. Possiamo pretendere che comincino politici e giornalisti, ma secondo me facciamo prima se cominciamo a dare, ciascuno nel suo piccolo, il buon esempio.

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