L’augurio di non dovermi vergognare della coalizione che, pur con qualche perplessità, ho contribuito a votare è già stato in più occasioni smentito dai fatti. Se dell’irresponsabilità del centrodestra (o, per lo meno, di un certo centrodestra) pensavo già ogni male possibile, per questo centrosinistra – ingenuo o magari perfino in malafede – provo già imbarazzo con una frequenza che non avrei augurato a questo paese. Pur nell’ordine della ricerca di equilibrio che contraddistingue ogni avvio di legislatura, mi sorprende vedere tanta superficialità nel perdere di vista il senso della rappresentanza, il senso delle regole e il senso della misura.

Spero con tutto il cuore che almeno il moto di rinnovamento che si sta agitando nelle retroguardie meno attempate possa portare a qualche spiraglio di dignità. In realtà quando leggo dell’incontro del 6 maggio a Roma con cui un gruppo eterogeneo di (più e meno) giovani di centrosinistra intende riaprire vigorosamente il dibattito sul ricambio generazionale in politica, a pelle provo due sensazioni poco conciliabili. Da una parte avverto disagio per quella che a me continua a sembrare una forma di dipendenza edipica rispetto agli stessi ambienti stantii che si vogliono contestare (una considerazione, quella per i canali consolidati, che mi trova ahimé nell’età più rivoluzionaria e irrispettosa). Dall’altra, avendo mancato per negligenza altri momenti di risveglio collettivo, provo un impulso non del tutto razionale ad andare a giudicare di persona.

Distanza e impegni non mi consentiranno di essere lì, benché nel dubbio di cui sopra penso che rischiare la delusione sarebbe attitudine assai più adatta a questi tempi balordi, ma seguirò comunque con attenzione e disponibilità. Sarei felice di sapere anche solo che in quell’occasione, per cominciare, saranno ripiegate le bandiere e riposte nell’armadio le magliette di questa o quella associazione, poiché troverei uno spreco inaudito di energie abbattere steccati portando addosso i cancelli con cui sostituirli.