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Tag: hockey su pista

Gennaio 10 2022

Gianni l’avrebbe fatta molto breve. Gli piaceva molto dilungarsi in aneddoti e storie sportive, amava veder riconosciute le sue imprese e quelle della sua società, ma tendeva a rifuggire le cerimonie ufficiali, i discorsi formali, il doversi parlare addosso in giacca e cravatta.

E del resto che cosa possiamo dirci oggi che non ci siamo già detti in quasi sessant’anni di G.S. Hockey Pordenone, Gianni? Abbiamo passato la vita assieme. Come una famiglia, per sessant’anni abbiamo fatto progetti, abbiamo gioito (e quanto abbiamo gioito!), abbiamo allevato ragazzini, abbiamo litigato (spesso), abbiamo tenuto duro. E poi abbiamo ricominciato, più e più volte da capo. Conto almeno dieci generazioni di ragazze e ragazzi che hanno messo i pattini ai piedi e afferrato una stecca, da quando ti sei messo in testa questa cosa dell’hockey, Gianni. Dieci generazioni, alcune delle quali mettono in fila nonno, papà e nipote.

E quanti nipotini oggi in pista, Gianni. A te importava soprattutto vederli grandi e possibilmente forti, lo svezzamento hockeistico lo lasciavi volentieri ad altri. Alla festa di Natale – tu non avevi potuto essere con noi – avresti dovuto vederli, ho fatto giusto in tempo a raccontartelo l’ultima volta che ci siamo visti. Un palazzetto che brulicava di ragazze e ragazzi di tutte le età, felici, divertiti, innamorati dello sport di cui tu ci hai fatto innamorare tutti quanti. Quella pista brulicante, il fermento che viviamo ogni settimana, per cinque giorni alla settimana, ecco, quello credo sia il più bel monumento che ti potremo mai dedicare. L’hockey che continua, lo sport che sopravvive al suo patriarca, il sogno di tornare grandi che si rinnova di anno in anno, di gruppo dirigente in gruppo dirigente.

La tua visione, il tuo sogno sono sempre stati più grandi e hanno alimentato le visioni e i sogni di centinaia e centinaia di persone. Altro che squadra di provincia: tu eri un dirigente di rango internazionale, e non è un caso che per almeno un paio di decenni tu sia stato davvero uno dei personaggi più potenti nell’hockey pista italiano, e non solo italiano. Lo stanno riconoscendo in tanti in queste ore. Eri uno di quegli uomini che, nel dubbio, preme l’acceleratore a tavoletta, piuttosto che tirare il freno. E nella scorribanda gioiosa, entusiasta e visionaria che è stata la tua vita hai trascinato un po’ tutti noi.

C’è solo una parola che manca nella vicenda del GS Hockey, ed è grazie. “Grazie Gianni” l’avremo detto un milione di volte, figurati. Il grazie distratto, frettoloso, circostanziato, di tutti i giorni. Pendeva invece la celebrazione compiuta della tua vicenda sportiva, il riconoscimento collettivo della longevità delle tue idee, l’apprezzamento pubblico per la generosità che hai dimostrato con le ultime tue decisioni da presidente.

Per questo, anche con la scusa dell’ottantesimo compleanno, ti stavamo preparando una sorpresa per l’inizio del campionato. Al contrario, la sorpresa l’hai fatta tu a noi, amara. E oggi, frastornati dalla commozione, non saremo probabilmente capaci di rendere giustizia alla tua carica umana, al tuo continuo incitamento a fare meglio, alla tua determinazione a superare qualunque ostacolo.

Continuare il tuo lavoro, ricordandoci ogni giorno di quell’uomo genuino dai sogni grandi che ci ha indicato la strada, sarà il nostro modo di dirti grazie.

Ciao a te, Giovanni Silvani. Ciao a te.

Luglio 13 2021

Sono convinto che una delle chiavi di lettura di quest’epoca sia la responsabilità: intorno alle responsabilità che decidiamo di prendere, o più spesso di scansare, prende forma la comunità a cui apparteniamo.

Con quest’animo, sebbene non proprio a cuor leggero, lunedì sera ho accettato di diventare presidente del G.S. Hockey Pordenone, storica associazione sportiva che mi ha conosciuto ragazzino negli anni ’80 (nella rarissima foto d’antan, il primo a sinistra) e mi ha ritrovato qualche anno fa genitore e poi dirigente nel settore giovanile.

Per spirito di servizio, e con lo spirito di servizio che ho conosciuto negli occhi di Antonio Santangelo, di Ermenegildo Marrone, di Antonio Aloisi e di tante altre brave persone di buona volontà che per nostra fortuna ancora attraversano il PalaMarrone, mi metto a disposizione di un progetto non soltanto sportivo per i bambini e i ragazzi di Pordenone che si avvicinano all’hockey su pista, evidentemente lo sport più appassionante di tutti i tempi.

Al presidente Giovanni Silvani, che ieri abbiamo all’unanimità eletto presidente onorario, va la gratitudine mia e di tutto il movimento hockeistico pordenonese per aver contribuito a piantare un seme cinquantasette anni fa e aver accudito quel germoglio attraverso trionfi e tempeste fino a farne uno degli alberi più alti e prestigiosi nel bosco sportivo della nostra città.
Io e l’affiatato gruppo di dirigenti che con me oggi riceve il testimone di una gestione storica ne portiamo la consapevolezza e l’orgoglio.

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Il comunicato dell’ASD GS Hockey Pordenone

Luglio 22 2020

Antonio, sei stato l’arbitro di generazioni di hockeisti pordenonesi. Noi, mandati allo sbaraglio contro avversari sempre più forti di noi, le regole di base ancora ben confuse. Tu già le rinforzavi con severità: nel mio ricordo, incutevi un timore e un rispetto fuori scala, i tuoi fischi ancora mi risuonano nelle orecchie.

Molti anni dopo ti ho ritrovato arbitro alle prime partite di mio figlio. Lì ho scoperto la simpatia e la benevolenza che invece animavano quello sguardo. Fischiavi ancora a muso duro di fronte a un fallo, ma poi a noi facevi l’occhiolino divertito.

È stato un onore condividere il tavolo con te in tante partite. Difficilmente ti sfuggiva qualcosa. Dopo decine di referti di gara, ancora riuscivi a cogliermi in fallo. Un errore, una dimenticanza, un’imprecisione. E quel dettaglio, che ai più sembra secondario o trascurabile, per te erano sufficienti a farci ristampare tutto da capo. Non era burocrazia, era – e continuerà a essere, anche senza di te – l’amore per le cose fatte bene fino in fondo, nel rispetto di tutti.

Nel variopinto e spesso disgraziato mondo dell’hockey pordenonese sei stato una presenza oltremodo generosa, operosa, assidua. Una roccia. Il tuo ruolo non ti consentiva di entrare nelle faccende organizzative locali, eppure sapevi essere di supporto senza mai intaccare l’indipendenza e la credibilità. Eri la quintessenza dello sport: in prima linea quando c’era da dare una mano, defilato quando c’era da prendersene il merito.

Le palline continueranno a rotolare al PalaMarrone, anche grazie a te. Ma sarà così strano, senza averti più nei paraggi. Grazie di tutto, Antonio, non lo dimenticheremo.

Aprile 7 2003

Mi scrive Livio, qualche giorno fa:

«complimenti, ma… l’hockey? almeno una citazione, una fotina, un messaggio subliminale, un cuscinetto a sfera»

Ha ragione. Nei miei brevi e presuntuosi appunti autobiografici digitali ho trascurato del tutto un momento importante della sua e della mia infanzia. Non ho affatto dimenticato quel periodo, lo tranquillizzo. Semplicemente non ho trovato importante parlarne. Il motivo per cui mi sbagliavo mi è stato chiaro solo quando ho visto il reperto che il buon Livio si è premurato di spedirmi a stretto giro di e-mail.

Hockey su pista, tanti anni fa

Io, per la cronaca, sono il primo da sinistra. Livio il secondo. Rivedere questa foto – anzi vederla, perché di quell’età non ho mai posseduto nessuna immagine – è stata un’emozione inaspettatamente intensa. Ho rivissuto le stesse sensazioni di quel giorno: l’imbarazzo delle prime partite ufficiali sul campo di casa, il prurito che davano quelle maglie consumate di lana, troppo grandi per noi bambini, lo sguardo degli allenatori appoggiati a braccia incrociate al cancello, le facce dei parenti che ci osservavano dalle tribune di fronte a noi.

Credo fosse il 1983, forse il 1984. Al Palazzetto di Hockey e Pattinaggio di Pordenone. Noi eravamo il primo, timido tentativo di settore giovanile organizzato dalla locale squadra di hockey su pista, l’Hockey Zoppas, a quel tempo una delle maggiori formazioni della serie A1. Io ero irrimediabilmente scarso, né sono mai diventato un bravo sportivo in seguito. Ma quello era ancora un gioco, quasi sempre divertente. E si pattinava un sacco.

Perdevamo anche un sacco. Ed è stato quello il momento in cui ho cominciato a scrivere. Devo molto del lavoro che faccio oggi a una brava persona che un giorno mi disse “Perché non scrivi due righe sulle partite, che le mandiamo ai giornali locali?”. Raccontare gli aspetti positivi di sconfitte talvolta imbarazzanti – ricordo un 36 a 1 rimediato su qualche pista del Veneto – è diventato lo sport in cui riuscivo meglio. Di fronte a tanta faccia tosta, forse trovando qualcosa di poetico nel modo barbaro con cui portavamo i colori cittadini per il Triveneto, i quotidiani della zona non osavano censurarci e, un po’ per volta, io guadagnavo spazio sulle colonne del Gazzettino, del Messaggero e del Piccolo. Poi il resto è venuto da sé.

Altri tempi. Magari un giorno ne riparlo.

Intanto, grazie a Livio (che ai pattini ora preferisce la chitarra).