Il fact checking è un’autocritica

Uno dei problemi del fact checking è che poco si adatta diventare prodotto. Certo, negli Stati Uniti un prodotto lo è già diventato: iniziative come Politifact e FactCheck.org hanno aperto e indicano brillantemente la strada. Ma dal mio punto di vista costituiscono un’eccezione, l’esasperazione di un metodo espulso per contenimento dei costi dal processo produttivo della conoscenza, che  nell’epoca della radicalizzazione dei format rischia di finire presto per fagocitare se stesso. Il fact checking è la certificazione del fallimento di un rapporto di fiducia: significa che il giornalista non ha fatto fino in fondo il suo dovere; che il politico sta effettivamente cercando di fregarci; che il rigore del metodo scientifico non è più un requisito sostanziale. Se abbiamo bisogno di Politifact significa che gli anticorpi della società hanno bisogno di una cura ricostituente. In Italia di antibiotici, probabilmente.

Questo non significa che non apprezzi il fiorire di iniziative anche nel nostro Paese, proprio io che sull’argomento negli anni scorsi ho raccolto e rilanciato appunti con grande entusiasmo. Sono felice che Ahref abbia lanciato la sua piattaforma per la verifica dei fatti (e che abbia incontrato sulla sua strada il Corriere della Sera). Mi rallegro che il già innovativo dibattito di Skytg24 con i candidati alle primarie di centrosinistra abbia scelto di integrare una funzione di controllo critico sugli argomenti della serata (pur finendo per dimostrare soprattutto i limiti di un fact checking in tempo reale e spettacolarizzato). Mi piace che nella stessa occasione siano emerse altre iniziative spontanee come Pagella Politica. Tutto bene, tutto bello, tutto utile.

Però mentre ci divertiamo a puntare il dito contro il giornalista distratto o il politico mendace, io guardo soprattutto alla nostra comune consapevolezza. Non vorrei che avessimo trovato solo un modo nuovo per abbaiare al potere e ripulirci la coscienza, perdendo di vista il fatto che il fact checking è soprattutto un’autocritica alla società nel suo complesso. Il principio isolato negli esperimenti di verifica dei fatti stimola ciascuno di noi al rigore degli atti pubblici, alla precisione dei riferimenti, alla ricerca di documentazione affidabile, alla collaborazione con le altre competenze. Dovrebbe costringere il nostro pensiero, soprattutto se esposto in pubblico, a diventare più ecologico: la nostra opinione non vale granché, se non contiene in sé collegamenti riconoscibili ai fatti, ai dati, al percorso intellettuale che l’ha generato. Non basta snocciolare dati per assumere un’aura di rigore: come diremmo sul web, servono i link. E i link devono essere quelli giusti. Possiamo pretendere che comincino politici e giornalisti, ma secondo me facciamo prima se cominciamo a dare, ciascuno nel suo piccolo, il buon esempio.

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