Un paio di settimane fa me la prendevo con i call center, geniale difesa escogitata dai fornitori di servizi per difendersi dai propri clienti. Un’ora e un quarto è il tempo che ho impiegato stasera per non risolvere affatto un problema (piccolo, per giunta) con FastWeb.

C’è da dire che io con FastWeb ho una storia piuttosto travagliata. Non certo per la navigazione in fibra ottica, che va benone e dà le sue soddisfazioni. È la parte amministrativa che con me ha spesso fatto acqua. A volte non compaio, a volte compaio dove non dovrei essere, a volte compaio con un altro nome. Un anno sono nell’elenco abbonati, un anno no. Le bollette mi arrivano col nome storpiato, ma parlano di un servizio erogato al nome giusto. Ho provato a farlo notare, ma il risultato è che ho rischiato di far uniformare tutto al nome sbagliato. Persa la pazienza e considerata la difficoltà a farsi prendere sul serio, non mi arrischio più a segnalare errori che sarebbe nel loro solo interesse risolvere.

Il problema, questa volta, è stupido. Il modo di affrontarlo altrettanto, a quanto pare. Parte il servizio telefonico supplementare Chi chiama (il caller id sul display del telefono), rimandato per mesi e mesi. Lo attivo sul sito, come previsto, a fine settembre. Viene dato in attivazione sulla mia linea entro 12 ore. Dopo 384 ore di tolleranza mi scoccio e chiamo. Aspetto 25 minuti al telefono per passarne non più di tre in linea con l’operatore. Dice che a loro non risulta nessuna richiesta, che è strano: prende nota e assicura che mi richiameranno.

Oggi, dopo altre 412 ore passate senza un riscontro, mi scoccio un’altra volta e decido di investire ancora un po’ di tempo nella faccenda. Aspetto il mio turno per una buona mezzora, dopodiché l’addetta (molto cordiale) prende nota e conferma che a loro non risulta alcuna richiesta di attivazione per il servizio in questione e che, in effetti, è pendente per questo una segnalazione. Di fronte a una pacata presa d’atto sulla scarsa reattività dell’assistenza, mi risponde testualmente «Chi va piano va sano e va lontano». Siamo a cavallo. Impietosita, decide di «tentare» di mettermi in contatto direttamente con l’assistenza. Onore evidentemente negato ai più.

Mi preparo a un’altra attesa stimata in «oltre dieci minuti», con conto alla rovescia decantato da una voce preregistrata assai poco convinta e interrotta da loop musicali irritanti. Quando la coda di telefonate sembra essere esaurita, inspiegabilmente il conto ricomicia da dieci minuti. Poi resta in sospeso per un’eternità tra sei e sette minuti, avanti e indietro. Quando alla cornetta sento una voce umana è passata un’ora e cinque minuti dall’inizio della chiamata. Rispiego tutto dall’inizio. Il tecnico tace interdetto. Riflette, poi ha il colpo di genio: il telefono non è compatibile. Eccolo là, ci avrei giurato. Il telefono ha poco da essere compatibile finché non c’è un servizio attivo, gli faccio presente. Eh, ma non vuol dire, insiste. Gli chiedo: ma se la richiesta di attivazione non risulta nemmeno presentata, ed è questo l’unico problema, facciamo che me la fate partire da lì, ora, una volta per tutte, e festa finita. Poi tutte le belle ricerche sul perché non ha funzionato ve le fate per conto vostro, che a me non è che interessino così tanto. Ma il tecnico non è convinto, vuole gli estremi del modello di telefono, si premura di sapere come l’ho installato (guardi, una presa è nella corrente e una nella linea telefonica: sono stato bravo?), mi chiede se è dotato di display (no, pensavo che il numero del chiamante me lo venisse a dire il mio vicino, che diamine!). Neanche a dirlo, mi faranno sapere.

Io ho già messo in una busta sigillata la mia previsione sul prossimo sviluppo. Concedo il beneficio del dubbio e me la tengo per me. Vedremo se ho ragione.