Leggere la testimonianza di Fra Aquilino Apassiti, missionario cappuccino ottantaquattrenne in servizio presso la cappella dell’ospedale Giovanni XXIII di Bergamo, che con grande umanità e senso del presente sfida le distanze fisiche per permettere ai parenti dei defunti quell’estremo saluto che la situazione non concede, mi ha avviato uno dei vari smottamenti emotivi di queste ore.

Come la puntina di un vecchio giradischi che reagisce a una scossa, questa storia mi ha fatto fare un balzo allo scorso mese di dicembre. Dicembre per me è stato un mese straordinario, grazie a un particolare groviglio di vicende personali e professionali. Da qualche settimana mi era capitata l’avventura inaspettata e prodigiosa di lavorare dentro un ospedale oncologico. Inoltre, in quei giorni, in quello stesso ospedale, era ricoverata una persona a me molto cara.

Il modo in cui un periodo simbolico come quello dell’Avvento entra in un luogo di frontiera della vita è particolare, fatto di un miscuglio di simboli, eventi, cerimonie, gesti, contiguità, sorrisi, presenze, calore, che prescinde dai percorsi spirituali di ciascuno ed è capace di segnare in profondità l’animo di chiunque abbia la forza di aprire abbastanza il cuore. Per me è stata un’esperienza potente, da cui traggo ancora ispirazione e resilienza.

Alle porte di Natale si tenne un concerto degli alpini della vicina sezione. Era tardi, per gli orari di un ospedale, i pazienti erano ormai tutti già rientrati nelle loro stanze. Così il coro si trovò a cantare davanti a un salone completamente vuoto e in un edificio immerso nel silenzio. Superato il disorientamento, gli alpini si presentarono così: siamo venuti a cantare per voi, non davanti a voi, speriamo che il nostro canto vi raggiunga fin dentro alle vostre stanze, insieme con il nostro augurio di pronta guarigione.

Li guardavo cantare e sentivo le note salire di piano in piano. Nella mia fantasia superavano perfino i rigidi controlli della terapia intensiva, da dove ero appena uscito al termine dell’orario di visita, per portare una carezza anche lì. Fu un momento di sospensione, sostenuto da un canto generoso e sincero. Terminò, vinto qualche tentennamento per il particolare contesto, con Signore delle cime, la struggente preghiera funebre della tradizione alpina che sa farsi inno universale di amicizia, di rispetto, di condivisione, di comunanza. Ognuno di noi probabilmente ha una o più emozioni legate a questa canzone, e a me quella sera uscirono tutte.

Il Coro ANA Aviano mi perdonerà se rubo tre minuti di quella loro esibizione, così preziosa nella mia memoria, per dedicarli idealmente ai morti senza conforto di queste settimane sgarbate. Immaginando che il canto di quella sera possa ripetere il prodigio e raggiungerli fin nei depositi anonimi, nei camion militari, nei cimiteri deserti, nobilitando la distanza fisica e spesso, per difesa, emotiva con cui ci stiamo congedando da loro.