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Gennaio 28 2009

Il punto, rilanciato nei giorni scorsi da New York Times, Columbia Journalism Review, e qui da noi da Giuseppe Granieri e Mario Tedeschini Lalli, è più o meno questo: ora che un governo – come sta concretamente facendo Obama negli Stati Uniti – può parlare direttamente ai cittadini, disintermediando un rapporto che prima passava prevalentemente attraverso giornali e televisioni, chi è la figura terza e indipendente in grado di discriminare le informazioni di pubblica utilità dalla propaganda? Chi si fa garante degli interessi dei cittadini? Può un governo, il cui compito è appunto governare, diventare anche il soggetto deputato a raccontare le proprie gesta senza scadere nella demagogia? Può permettersi di trattare con sufficienza i canali preferenziali con la stampa, non avendo più quell’unica urgenza nello spiegarsi al popolo?

Evidentemente la questione va molto oltre la contingenza delle attività online della nuova amministrazione americana e molto oltre la sfera politica. Ora che internet sta scomparendo dentro la realtà, ora che le tradizionali mediazioni stanno attraversando una crisi epocale, il punto diventa paradossalmente trovare nuove mediazioni, nuovi equilibri per bere dall’idrante personale nel momento in cui non siamo più tenuti a fare la fila al rubinetto pubblico. Non voglio in alcun modo banalizzare una questione che io stesso avverto fondamentale per lo sviluppo futuro del web sociale, com’è quella che mi viene da chiamare la reintermediazione della disintermediazione. Vorrei però annotare alla rinfusa un po’ di pensieri, a mo’ di taccuino per chiarirmi le idee io per primo e scriverne in modo più organico in futuro.

Dove stoltamente ridimensiono il problema. Nell’ultimo decennio, con crescente determinazione, molti di noi hanno auspicato e benedetto la disintermediazione della democrazia (e dell’informazione e del mercato eccetera). Bene: eccola la disintermediazione. Libertà e democrazia emergente nell’accesso alle fonti. Libertà e democrazia emergente nel raccontare le proprie storie. Mille punti di luce laddove c’erano soltanto un paio di lampioni pubblici. Ognuno fa luce dove vuole e quando vuole, rispondendo a se stesso ma anche ai suoi pari, che lo emendano e lo giudicano tutte le volte che accende la propria lampadina. E sì, vale anche per chi gestisce l’illuminazione pubblica e anche per gli inquilini della Casa Bianca, mica soltanto per i post-adolescenti che si riabbracciano incanutiti su Facebook. Ci manca già così tanto la mediazione?

Dove rifletto sulla storia delle mediazioni. Ci scambiavamo informazioni anche prima che esistessero giornali e televisioni. Acquistavano beni anche prima che inventassimo la moneta. Poi il mondo s’è complicato, e per gestire la complessità ci siamo organizzati con tutte le mediazioni del caso. Oggi, per la prima volta, stiamo invertendo la tendenza: grazie ai network digitali ogni cittadino può affrontare la complessità del mondo in cui vive, per lo meno nella sua dimensione informativa e relazionale, dando soddisfazione ai bisogni individuali spesso con maggiore efficacia che attraverso le stanche mediazioni consolidate.

Dove le mediazioni vanno in crisi. Le quali stanche mediazioni consolidate spesso reagiscono giustificando se stesse per il semplice fatto di essere esistite fino ad oggi. E, naturalmente, per l’impatto che un loro abbandono avrebbe sull’economia. Spesso generando per reazione paradossi e giri d’affari artificiali. Il mio preferito è il mercato dell’acqua minerale: le bottiglie che dal nord finiscono al sud, le bottiglie che dal sud vanno al nord. Conviene all’intera filiera del settore, fuorché al consumatore (il quale peraltro potrebbe tranquillamente farne a meno e bere l’acqua del rubinetto, risparmiando e inquinando meno in un sol colpo). Da Obama all’acqua minerale: l’avevo detto che andavo alla rinfusa.

Dove prendo la tangente delle mediazioni giornalistiche. Una delle mediazioni la cui crisi si sta cominciando ad avvertire in modo più drammatico è quella del giornalismo, e lo dico da giornalista e da lettore insieme. Il problema non sono tanto i giornalisti, ma la sovrastruttura editoriale. La sovrastruttura editoriale è moribonda, schiacciata dalla velocità del progresso tecnologico e da un tirare a campare spesso poco coraggioso, quando non anche poco assennato. Il ruolo del giornalista (qui inteso come generico addetto professionale all’informazione, al di là di qualunque inquadramento corporativo) si restringe, in parte perché sostituito da un diffuso fai-da-te nel reperimento e nella digestione delle notizie, in parte perché il lettore medio si sta estinguendo ed è sempre più complicato confezionare un prodotto generalista. Si estende, in compenso, lo spazio del giornalista (o di chi per lui, intendiamoci sui termini), il quale torna utile – se non necessario – nelle mille nuove situazioni in cui sono richieste sintesi, competenza consolidata, verifica accurata delle fonti, velocità e qualità nella confezione. Questo è un vecchio pallino, che mi porto dietro dal 1998: la testata si disgrega, ma il giornalista resta.

Dove torno improvvisamente a bomba. Obama, controllando un canale di comunicazione diretto coi cittadini, può fare la storia dell’amministrazione pubblica, ma può anche scadere nella più bieca demagogia. Davvero? Non mi metto nemmeno a discutere di quanto, poco o tanto che sia, la mia categoria abbia fatto negli ultimi decenni per evitare gli eccessi di propaganda dei regnanti di mezzo mondo, perché è una questione che credo ci porterebbe di molto fuori strada. Il punto, secondo me, è altrove. Il garante tra Obama e il cittadino americano iscritto alla sua mailing list o al social network della Casa Bianca secondo me esiste ed è il cittadino stesso in quando parte di una comunità di suoi pari inserita in un ecosistema ricco di punti di vista (Giuseppe, in proposito, ha avuto in passato efficaci argomenti). La Casa Bianca, per quanta forza mediatica non filtrata possa riuscire a sviluppare sui media digitali, sarà sempre una tra le tante fonti digerite dalla comunità attiva e interconnessa a cui si rivolge. Isole di fanatici acritici esisteranno domani, come del resto esistono oggi pur con tutti i guardiani del potere che tradizione vuole. Dalle stelle alle stalle: che cos’è successo nel momento in cui Beppe Grillo da inaspettato profeta della libertà digitale s’è trasformato, come molti temevano, in una parodia di capopopolo? Che nel giro di pochi mesi una consistente fetta dei suoi ammiratori più attenti l’ha lasciato andare per la sua strada, deluso dai non detti, dalle cause eclatanti ma avventate, dalla comunicazione unidirezionale. Il re è quanto meno poco vestito e il suo popolo, che oggi sarà meno garantito ma in compenso ha una coscienza più distribuita che in passato, se n’è accorto piuttosto in fretta.

Di dove rivaluto l’intelligenza individuale e sociale. Io credo che se il problema esiste – e come nota giustamente Mario non possiamo escluderlo a priori, limitandoci a immaginare che la tecnologia sia buona di per sé – la soluzione non sta nella costruzione di nuove sovrastrutture, ma semmai nel suo opposto. Forse i tempi sono maturi per smettere di ritenere imprescindibili forme aggiornate di balia sociale, che peraltro negli ultimi anni non ci ha risparmiato i peggio scempi politici ed economici, e iniziare invece a scommettere sull’intelligenza individuale e della società nel suo complesso. A cominciare proprio dai mezzi di comunicazione di massa, che se fossero davvero preoccupati delle sorti della loro audience potrebbero piuttosto cominciare a divulgare un po’ di sana cultura digitale e veicolare i primi, fondamentali anticorpi per sopravvivere alle inevitabili storture che qualunque medium porta con sé.

Di dove sbraco citando Facebook. Un banco di prova l’abbiamo avuto negli ultimi mesi con Facebook. Milioni di persone finora impermeabili a qualunque entusiasmo digitale, e parlo per esperienza, si sono gettati senza remore nella mischia diventando da un giorno all’altro i più instancabili tra i dispensatori di link, foto, entusiasmi passeggeri e intime malinconie. Un gioioso e salutare branco di parvenu, che a suo modo sta ridisegnando gli equilibri del social networking. Bene: abbiamo visto di tutto, dai gruppi di sostegno alla mafia alle petizioni razziste, dalle goffaggini degli Obama de noaltri alle vibranti proteste contro il villano di turno. Ma al di là di un po’ di sana caciara, nulla ha ancora spopolato in modo dissennato (neppure il gruppo Scommetto di poter trovare 1.000.000 di utenti che odiano Silvio Berlusconi, fermo dieci volte più lontano dall’obiettivo, ed è tutto dire).

So what? Io credo che chi voleva farsi prendere in giro dal potere (e dai media e dalle aziende eccetera) ha lasciato che questo accadesse già ai tempi dei tradizionalissimi cani da guardia “1.0” della democrazia. Così come chi ritene che la parola di un presidente degli Stati Uniti (e di un amministratore delegato e di un editorialista eccetera) sia solo una delle verità possibili, e nemmeno la più disinteressata delle verità, probabilmente continuerà a incrociare le proprie fonti e a farsi un’idea personale della situazione. Gli ingenui continueranno a farsi prendere in giro, i più smaliziati no. Poiché ho la sensazione che nella maggior parte delle occasioni abbiano fin qui prevalso gli ingenui, non credo che la situazione potrà peggiorare poi di tanto. La differenza, secondo me sostanziale, è che la società nel suo complesso sarà comunque più forte, risvegliata nella sua dimensione attiva e interconnessa da un intreccio di legami forti e deboli. Condivido l’idea che in tutto questo i giornalisti debbano avere ancora un ruolo fondamentale: questa volta non più per difendere il cittadino, ma per armarlo e spronarlo a combattere la battaglia di cui avrebbe dovuto essere sempre il protagonista.

Gennaio 20 2009

Il succo

For as much as government can do and must do, it is ultimately the faith and determination of the American people upon which this nation relies. It is the kindness to take in a stranger when the levees break, the selflessness of workers who would rather cut their hours than see a friend lose their job which sees us through our darkest hours. It is the firefighter’s courage to storm a stairway filled with smoke, but also a parent’s willingness to nurture a child, that finally decides our fate.

Il video. Il testo in inglese. Il testo in italiano.

Dicembre 19 2008

Tanto di cappello alla direzione del Partito Democratico per aver scelto di trasmettere i suoi lavori in diretta (su YouDem, su RedTv e a cascata sui maggiori giornali online). Credo anch’io che, nel suo piccolo, questo esperimento abbia segnato un importante precedente nella storia della politica italiana. Non è tanto la diretta: sono l’apertura, la trasparenza dei lavori, i mille canali spontanei che si generano online, sui quali il partito non ha più il minimo controllo. Fin qui riguardo al processo e alla confezione.

Riguardo ai contenuti devo dire invece che la sensazione, dopo aver seguito in sottofondo diverse ore di interventi, non è molto confortante. Al contrario. Non la faccio lunga, perché non credo di avere titolo e competenze per interpretare le sottigliezze di una discussione che – sebbene resa pubblica e trasparente – resta pur sempre interna al partito, dunque probabilmente confinata entro un recinto di codici e riti per addetti. Resto però allibito dal pressapochismo che ha contraddistinto la gestione dei lavori, dall’incapacità di tenere fede anche solo all’unica regola espressamente condivisa (sette minuti a testa), dalla quantità di interventi incapaci di accendere il benché minimo guizzo o quanto meno di dimostrare che chi parlava aveva effettivamente capito dove si trovava e perché.

Ho sentito ripetere tante volte che tutto sommato gli altri sono peggio, dunque le cose non devono andare poi così male. Per essere a pochi giorni da una batosta elettorale, nel mezzo di un mezzo scandalo giudiziario e nel pieno di una disaffezione che non promette molto di buono alle europee dell’anno prossimo, c’è da complimentarsi per la serenità ostentata dai leader. Alla fine, m’è sembrato soprattutto un gioco a far sfogare ansie e intemperanze degli allarmisti o di quanti necessitassero della dose omeopatica di palcoscenico, per poi ricondurre anche i più esagitati a una rasserenante conclusione zen. Su una trentina abbondante di interventi che ho ascoltato dal vivo, quelli che per idee, toni o ragionamenti m’hanno dato l’impressione di vivere nel mio stesso mondo e nello stesso anno si contano sulla dita di una mano: Reichlin, Bersani, Chiamparino, a modo suo D’Alema.

Alla fine mi resta soprattutto l’immagine della frettolosa votazione del documento generico, consolatorio e rassicurante proposto dalla segreteria del partito. E l’altrettanto frettolosa e nemmeno troppo imbarazzata bocciatura dell’unico documento, messo a forza all’ordine del giorno dai suoi promotori, che scriveva nero su bianco le poche parole che molta gente fuori da quella stanza si aspettava di sentir dire nel corso della giornata. Un mezzo suicidio politico, temo.

Dicembre 13 2008

Per quanto possa sembrare strano oggi, c’è stata un’epoca in cui gli aggregatori e i social network erano applicazioni semplici, amatoriali, realizzate in casa nel tempo libero. Tra questi, il Filter di g.g. è stato un’istituzione per molti di noi. Se non fosse esistito, forse oggi tante più persone concepirebbero il loro blog come un canale televisivo personale piuttosto che come il nodo di una rete sociale. Ora Giuseppe ne annuncia la sospensione per manifesta obsolescenza. Se dicessi che ci mancherà suonerei ipocrita, visto il contributo nullo di contenuti che ho dato al Filter negli ultimi anni. Però lo dico lo stesso: ci mancherà.

Tanto lo so che lui dice così, ma poi ha già in testa la prossima puntata. 😉

Dicembre 11 2008

Oggi hanno cercato di vendermi, non richiesti: un abbonamento alla pay-tv, una fornitura di pannolini per un anno, un’automobile, dei mobili, una carta di credito, un aspirapolvere. Notevole quest’ultimo: il rappresentante di zona ha tentato a lungo di convincermi che, al contrario che con sua moglie, sarebbe stato velocissimo a fare la sua imprescindibile dimostrazione. Io sono stato molto paziente, perché capisco che a fine anno si chiudono i conti e il panico fa compiere azioni affrettate e dire parole non ponderate. Però non so se reggo ancora molto.

Dicembre 10 2008

Visa e PagoBancomat stanno investendo una ventina di milioni di euro in pubblicità e comunicazione per convincere i consumatori a usare le carte di pagamento e di credito per i propri acquisti, perché è più comodo e sicuro. Poi vai in negozio, tu che da sempre sostieni i vantaggi della moneta elettronica, e lì ti fanno spesso mille difficoltà perché considerano inique e svantaggiose le condizioni applicate loro dal sistema bancario e creditizio. A volte non accettano il pagamento con la carta, a volte ti impongono un sovrapprezzo (i benzinai di Milano, remember?), a volte si rimangiano lo sconto se non usi i contanti. Ora, io non so chi voglia fare il furbo con chi, però forse sono l’ultimo con cui dovrebbero parlare.

Dicembre 10 2008

Da quando Telepass ha inaugurato la sua opzione Premium, un canone aggiuntivo che consente di accedere a sconti su diversi servizi autostradali e para-autostradali, stanno provando a convincermi in ogni modo a passare dall’abbonamento normale a quello super. Messaggi di posta elettronica, informative aggiuntive nelle comunicazioni commerciali, bottoni disseminati nel servizio di gestione online, pubblicità ovunque, materiale divulgativo per posta, il tutto abbondantemente nei limiti della correttezza, ma ripetuto con sfinente costanza nei mesi. Ecco, sia chiaro: sempre sia lodato il Telepass, io lo renderei obbligatorio per legge in tutte le auto che viaggiano per la penisola. Però vorrei che ai suoi gestori fosse chiaro: io non ho nessuna intenzione di abbonarmi all’opzione Premium, né oggi né in futuro. Non è che sono incerto e dovete convincermi: non mi interessa, mi basta il servizio minimo, sono contento così. Ora la smettete di chiedere, per favore?

Dicembre 9 2008

Sembra un po’ come quando i pantaloni a zampa d’elefante sono tornati di moda, riesumati dai gloriosi anni Sessanta e Settanta. Dopo mesi e mesi di calma piatta, qui negli ultimi giorni è tutto un tripudio di richieste di scambio link, stimoli ad aderire a network più o meno commerciali, inviti a diffondere campagne, proposte di collaborazione a vario titolo tra il mio sito e altri siti mai visti né considerati. Trovo la tendenza curiosa: non certo nuova, sebbene la cura nella confezione sia molto maggiore rispetto al passato, ma sorprendente nell’improvviso picco. Continuo a non capire che diamine abbiamo da guadagnare dallo scambio di link tra siti che non hanno nulla a che spartire l’uno con l’altro, che non si conoscono, che spesso non si stimano neppure vicendevolmente. Comunque risparmio ai solerti incaricati la fatica: grazie per il pensiero, ma non sono interessato.

Dicembre 6 2008

Dobbiamo lottare per ogni centesimo, ci dicevano oggi nel corso del nostro giro per scuole aperte (materne, nel nostro caso). Tagli su tagli, anno dopo anno. Un continuo lavoro ai fianchi di ogni ente locale, che conosce frequenti sconfitte. Le idee non mancano, la preparazione nemmeno, la passione per il lavoro coi bimbi men che meno. Anche le strutture, in questa parte d’Italia, sono moderne e ben organizzate. Quello che manca sono solo i soldi, laddove la loro mancanza si traduce in attività non realizzate o realizzate a metà, materiali ridotti all’osso, salvadanai per i contributi alle spese extra sotto gli occhi dei genitori, cooperative che coprono a pagamento gli orari lasciati scoperti dalla mancanza di personale. Sempre un passo indietro al possibile.

Ti raccontano come conquiste – e lo sono – il corso di teatro, il ciclo di psicomotricità (10 o 12 incontri durante l’anno, non sappiamo ancora quanti riusciremo a pagarne – ci spiegano), i confronti interculturali tra le storie dei vari bambini della sezione, molti dei quali stranieri. Qui i genitori italiani preferiscono rinchiudere fin da piccoli i loro figli nella scuola privata, possibilmente cattolica, come se quel 40% di bambini stranieri non fosse in fin dei conti l’ultima ricchezza lasciata loro in dote dalla scuola pubblica. Gli stranieri sono considerati un peso: spesso non sanno nemmeno la lingua, sono indisciplinati, non integrati, rallentano il lavoro della classe. Stiamo formando una generazione di italiani forse scolasticamente preparata, forse custode delle tradizioni, ma con la mente ben chiusa dentro una campana di vetro.

L’inglese, chiedi: organizzate mica lezioni di lingua straniera? No, i programmi prevedono altre priorità. Altre priorità, capisci? Nel 2008; nel cuore dell’Europa unita; nell’epoca delle sfide della globalizzazione. Già, a che ci serve, tanto abbiamo i programmi tv doppiati noi. Però c’è l’insegnante di religione, garantito, in ogni sacrosanto istituto di ogni circolo – e tutti i genitori sorridono soddisfatti. Devi portare asciugamani, coperte e fazzoletti da casa, ma almeno una volta alla settimana qualcuno racconterà a mio figlio la storia di Gesù bambino. Ce lo meritiamo l’essere lo zimbello del continente, con indici in decadenza in ogni settore. E questo, ne sono certo, è il meglio che l’istruzione pubblica potrà mai offrire a mio figlio, perché per i più piccoli le attenzioni sono ancora molto elevate.

L’ho detto e pensato mille volte: che razza di stato è uno stato che non investe sui propri figli, che taglia sull’istruzione, che non riserva per loro il meglio della propria ricchezza ed esperienza? Quando dicevo fondi all’istruzione pensavo agli stipendi degli insegnanti, alla manutenzione degli edifici, ai rifornimenti di gessetti e cancellini. Rileggendo oggi questo spaccato di Italia con gli occhi del genitore mi rendo conto che tagli all’istruzione significa deprimere l’ambiente, smorzare gli entusiasmi, limitare le opportunità, costringere al passo chi avrebbe le energie per correre, anno dopo anno, da decenni. Per il motivo più stupido e meno credibile di tutti, in quest’angolo vergognosamente ricco di mondo: perché mancano i soldi. Come se servissero i capitali, per fare una scuola di eccellenza. Come se non fosse il primo tra gli investimenti inderogabili. Se mi guardo in giro, in quest’epoca di ricchezza sprecata ed esibita, mi sembra davvero una clamorosa presa per i fondelli.

La verità è che lo stato (noi) sta (stiamo) rinnegando intere generazioni di suoi (nostri) figli pur andare incontro alla rovina più velocemente e con meno dignità. Certe sere mi sembra davvero insostenibile. Oggi è una di queste.

Dicembre 5 2008

In una discoteca dalle mie parti arriva la bibita che fa digerire la sbornia in mezzora, e poi via in auto senza problemi coi controlli. Un paese propone di pagare duemila euro agli immigrati senza lavoro purché se ne vadano a vivere altrove, perché mantenerli disoccupati costerebbe di più alle casse comunali. La ruota dell’economia mangiasoldi s’è inceppata, i consumatori vengono invitati a spendere con solerzia perché magari girando s’aggiusta. La palla magica per il bucato non è affatto magica, e anzi sarebbe proprio un bidone: lava decentemente perché già la sola azione meccanica dell’acqua in lavatrice fa il suo, ma ai più – sollevati di poter tornare a usare detersivi in eccesso – sfugge la notizia.

Preferiamo concentrarci sulla soluzione piuttosto che sul problema, dice questi giorni in tivù la pubblicità di un farmaco. Ecco, forse il punto è proprio tutto qui.

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