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Marzo 10 2009

È dalla settimana scorsa che mi gira per la testa la notizia dell’introduzione nei programmi scolastici dell’ora di Cittadinanza e Costituzione. Che, in fin dei conti, è solo un restyling pret-a-comuniché della vecchia e sempre trascurata educazione civica. Rilanciarla tanto male non potrà fare. Però. Mi chiedo: non sarebbe meglio insegnare a questi ragazzi la civiltà nella pratica, facendoli sentire cittadini fin dai banchi di scuola? Tu per primo, Stato, tratti da decenni bambini e adolescenti come voce di spesa da contenere, li releghi per buona parte della loro giornata in catapecchie cadenti, offri loro una didattica inadeguata ai tempi che vivono, investi sempre meno nel loro futuro, sei sordo ai loro tentativi di dialogo, permetti ai loro parenti di risolvere ogni ostacolo all’italiana, ma poi gli rifili il pippozzo scolastico sui principi della civiltà a cui dovrebbero attenersi? Se invece questi vengono su arrabbiati, refrattari, sfiduciati e rinchiusi nelle loro tribù, io non mi stupisco.

Né mi stupisco se tornano da una gita scolastica a Roma con la delusione che oggi leggo sul giornale locale, per dire:

Hanno messo giacca a cravatta nello zaino per entrare nella Camera dei deputati, a Roma. Il souvenir di 20 studenti dell’Isa Galvani di Cordenons nel viaggio-premio in Parlamento, è stato lo stupore. «Banchi vuoti nell’emiciclo e pochi deputati presenti attaccati al cellulare o a facebook sul computer portatile: che è ‘sta cosa?». Lo ha chiesto Tobia, al commesso con i guanti bianchi che lo scortava nel tempio della democrazia. «Cari studenti, nel momento delle interrogazioni va chi è interessato – ha scalato la marcia dell’indignazione ingenua, il funzionario -. E’ una prassi». Tribune a sbalzo semi-deserte, però chiassose. «I deputati presenti parlavano, si alzavano e facevano una gran confusione – è stato il report di Stefy, Rita e Athena studenti dell’Isa -. Leggevano giornali, chattavano al computer, telefonavano. L’aula fa impressione, perché sembra un mercato dove non si ascolta chi parla, in quel caso l’unico ministro presente Alfano. Ci siamo rimasti male, perché siamo più educati noi in aula a scuola».

[Messaggero Veneto del 10 marzo, ed. Pordenone, pag. 4 – non online]

Marzo 9 2009

Toh

Anche a Pordenone, dove ieri si sono svolte le primarie del Partito Democratico per la scelta del candidato presidente della provincia, ha vinto l’outsider:

La nostra vittoria alle primarie si colloca nel solco della spinta al rinnovamento di stili e persone che sta attraversando tutto il Partito democratico. Non si tratta, o non si tratta solo, di un rinnovamento generazionale: è la visione del Partito che è diversa e che oggi ha vinto e chiede di avanzare. Un Partito che non ha paura del dibattito interno, ma che sollecita l’espressione di posizioni diverse, salvo poi trovare una sintesi comune. Un Partito che fa uso degli strumenti di comunicazione più moderni, come mezzo per allargare la diffusione delle informazioni e per valorizzare il confronto politico. Un Partito che considera una ricchezza anche la partecipazione saltuaria dei cittadini alla vita interna, e che si sforza di creare coinvolgimento e interesse su iniziative concrete e specifiche. Un Partito che pensa che il suo primo dovere è quello di dare l’esempio ai propri cittadini sulle tematiche di moralità, sobrietà e di utilizzo delle risorse pubbliche.

Marzo 4 2009

Non so quanti, qualche settimana fa, abbiano visto questa puntata di Presa diretta dedicata alla scuola. Più che i soliti casi di frontiera italiani, mi impressionò il reportage girato in Svezia. Dove nelle periferie più povere e sfavorite stanno le scuole migliori, dove l’intero sistema sa che investire su formazione e ricerca è l’unica scommessa possibile per garantire il futuro di un piccolo stato europeo, dove gli immigrati sono messi nelle condizioni di competere con gli autoctoni sulla base del merito, dove l’impressione generale è che un giovane si senta effettivamente accolto e messo nelle condizioni di dare il meglio di sé. Ripensavo a tutto questo leggendo stamattina, sul giornale locale di quest’angolo ancora ricco di nord-est, del commissariamento di un liceo cittadino:

Commissario in arrivo al liceo Grigoletti di Pordenone: il consiglio d’istituto non ha approvato il bilancio 2009. Fumata nera, nella seduta di venerdì scorso: «E’ stata una scelta mirata, quella di non affrontare l’esame del piano annuale 2009 – ha spiegato il presidente dell’organo collegiale Mario Canzi -. In piena coerenza con la nostra battaglia per ottenere l’incasso del credito di 261 mila euro dal ministero dell’Istruzione, maturato dal 2006». Un atto di protesta politica della scuola contro lo Stato insolvente, quindi. […] «Il nostro credito nei confronti del ministero ammonta a 261 mila euro, cumulato dal 2006 al 2008 – ha confermato il direttore dei servizi amministrativi Oscar Poles -. La prima rata di risorse 2009, accreditata dal ministero dell’Istruzione, è di 74 mila 685 euro e permetterà di affrontare le spese di funzionamento per un trimestre. Il rientro dei residui attivi pari a oltre 6 milioni di euro è fondamentale nel Pordenonese, per le casse del liceo e di altre 48 scuole». Il rischio è una scuola con la liquidità e la qualità a terra. Il rischio è di non pagare le supplenze, gli esami di Stato 2009, di aumentare il ticket a mille 300 liceali.

[dal Messaggero Veneto, ed. Pordenone, pag. 1, non online]

Marzo 3 2009

Di questa piccola cosa, tanto per tornare al filone battuto nei giorni scorsi, vado piuttosto orgoglioso. Oggi su Apogeonline abbiamo inaugurato una paginetta agile agile che prova a tener traccia delle leggi italiane destinate a toccare più o meno da vicino internet. Abbiamo cominciato con quelle di stretta attualità (le proposte ancora in discussione Carlucci, D’Alia, Barbareschi, Cassinelli), poi un po’ per volta abbiamo recuperato alcune grandi battaglie del recente passato che ancora attendono perfezionamenti o attuazioni (Gentiloni, Urbani, Pisanu – remember?). In una materia per addetti ai lavori, dove capire che cosa sta succedendo fa tutta la differenza tra contribuire alla causa e accontentarsi di starnazzare, spesso basta un po’ d’ordine e di contesto per inquadrare i piccoli e grandi aggiornamenti che si susseguono nel tempo. E c’è bisogno di sapere quel che sta accandendo, in un momento in cui la corsa a regolamentare internet, spesso senza motivo né competenza, trova tanti sostenitori acritici.

Ovviamente anche questa iniziativa non sarebbe stata possibile senza il contributo, la presenza e l’entusiasmo di Elvira Berlingieri, i cui generosi approfondimenti (oggi è il turno dell’emendamento Cassinelli all’emendamento D’Alia) hanno la capacità di rendere questa materia oltremodo appassionante. La pagina, per ora, è un esperimento in beta, una sorta di numero zero ancora perfezionabile di un modello informativo di servizio che mi piacerebbe approfondire in futuro. Abbiamo chiamato questa sezione in evoluzione “fili rossi” per sottolineare il tentativo di ricostruire una vicenda o un settore secondo una dimensione che sia alternativa tanto all’accumularsi disordinato delle notizie di attualità quanto a quella fotografia di un attimo che resta inevitabilmente anche il miglior approfondimento specialistico. Sintesi prolungate nel tempo che costruiscano ponti tra persone e tra contenuti: certo richiedono tempo, sono faticose, implicano il sostegno di esperti ed esigono disponibilità a mettersi in gioco, ma io credo siano uno spunto su cui cominciare a ripensare il ruolo e il senso stesso del giornalismo.

Marzo 2 2009

La Camera dei Deputati ha aperto un canale su YouTube. Lo inaugura il presidente con un intervento il cui tono tra il cinico e l’informale mi ha in qualche modo divertito. Credo non si aspetti nulla di buono, Fini, e a modo suo lo dimostra. Però a un certo punto butta lì una frase di quelle che dentro c’è tutta internet: «Prima di giudicare, cercate di conoscerci». E se il pensiero valesse vicendevolmente, forse oggi avremmo  fatto un piccolo passo avanti.

Febbraio 27 2009

Per via di uno dei numerosi canali attraverso i quali Sky è solita contattarmi ormai da anni, nel caso specifico un mio vecchio domicilio postale, la direzione marketing della pay tv a cui non ho mai voluto abbonarmi mi manda una curiosa lettera. Dice che, hey, hanno notato il fatto che io non abbia mai risposto alle loro comunicazioni promozionali, neppure quelle che proponevano «offerte anche interessanti». E che allora – vi immagino mentre avete partorito l’idea, creativi – hanno pensato di mandarmi quattro cartoline, ciascuna delle quali propone differenti sfumature di possibilità rispetto a un mio interesse futuro: sì (e Gianluca Vialli se ne compiace nella foto), è probabile (Tom Cruise tra il perplesso e il magnetico incassa la mancata sicurezza), è possibile (William Petersen mi osserva allibito dal set di CSI), no (Garfield il gatto mi pianta il muso, alludendo evidentemente alle opportunità che sto togliendo alla mia prole).

Se rispedisco quella che dice no, l’unica che al momento farebbe al caso mio, promettono di non disturbarmi ulteriormente. La cartolina, da inserire in una busta preaffrancata, richiede soltanto che io inserisca nome, cognome, indirizzo, città, cap, email, telefono e sesso. Infine mi richiede di barrare una casella, accanto alla firma, per confermare di aver letto l’informativa per la privacy e contestualmente autorizzare Sky a contattarmi. Null’altro. Non capisco come mai sono ancora qui a scrivere, quando potrei essere in posta a spedire.

Febbraio 23 2009

Su una cosa ha ragione, secondo me, Francesco Alberoni: ci vuole una moratoria. Ma a differenza di Alberoni, che per salvare gli insulsi giovani d’oggi spegnerebbe per due mesi l’anno YouTube, le chat e le discoteche (e ZetaVu spiega bene perché ha preso una cantonata), penso che a tacere dovrebbero essere, ma tipo per almeno dodici mesi l’anno, tutti coloro che non hanno idea di che cosa stiano parlando (ivi compresi molti miei colleghi giornalisti che rinnegano quotidianamente la loro professione, buona parte degli opinionisti buoni per ogni emozione, gran parte degli esperti di tutto e niente, e la quasi totalità della classe politica contemporanea). Di questi illetterati annacquatori di dibattiti digitali, criminali sabotatori di opportunità democratiche, assassini del buon senso non abbiamo alcun bisogno e io ne provo crescente orrore – appena mitigato nei casi, come credo sia quello di Alberoni, in cui mi immagino lo sforzo che la buona fede deve aver fatto per arginare l’arroganza delle dita mentre battevano sulla tastiera.

Poi se la prendono coi blogger. Ma i blogger – qualunque cosa siano – almeno parlano in rete, lasciando l’iniziativa e il filtro a ciascuno di noi. Siamo noi, immersi in una conversazione ricca e solidale, a contestualizzare e a valutare quel che fa per noi o che riteniamo sensato, paradossalmente arricchendo e non fossilizzando il nostro punto di vista. In tv, in radio, sui quotidiani – ancora molto influenti verso le grandi praterie non ancora connesse – no: il filtro è a priori, si suppone una scrematura della qualità e del pensiero che, quanto meno, dovrebbe ovviare ai deliri e alle distorsioni palesi della realtà (laddove ci si aspetterebbero opportunità divulgative e dibattiti costruttivi tra chi, conoscendo a menadito media digitali e network sociali, legge in modo differente opportunità e rischi). Invece da mesi si spara su internet dicendo, ventilando e legiferando colossali scemenze. Che peraltro non raggiungeranno nemmeno il loro scopo, perché minate alla base dalla stessa mancata comprensione dello strumento che ne ha dato origine. Ma che intanto stanno facendo perdere innumerevoli treni a questa nazione già molto mal consigliata, tra le risatine nemmeno più trattenute di mezzo mondo (perfino uno di solito misurato e accademico come Weinberger, voglio dire). Non è per le risatine, è per il nostro destino miserevole e decadente, che tutti vedono così chiaramente tranne noi che siamo impantanati fino al collo.

Io insisto, per reazione, sulla linea del reality check. Su Apogeonline stiamo provando a darci dentro, come anche oggi sul decreto Carlucci (un monumento a Elvira, si dovrebbe fare). E il reality check prevederebbe il distacco delle emozioni facili e al contrario l’amplificazione dei fatti, capaci da soli, se ascoltati, di far impallidire la reputazione del falsario di turno. Però. Però queste ultime settimane sono state imbarazzanti, umilianti e deprimenti, oltre ogni decenza e con un solo segnale in controtendenza. Questi parlano di cose che non sanno, inseguendo soluzioni che spesso già esistono: si fa quasi fatica a starci dietro, tanto ci si sente accerchiati da ignoranti, pigri e in malafede. E a un certo punto tocca anche dirlo.

Febbraio 17 2009

Trovo significativo che, nel prendersi la briga di rispondere alle critiche contro il famigerato emendamento 50-bis di cui è proponente, il senatore Gianpiero D’Alia abbia trovato il tempo e il modo di distiguere tra gli insulti ma non di rispondere nel merito delle poche e semplici obiezioni tecniche che venivano rivolte alla sua norma. Altrettanto interessante è il rifiuto di partecipare a un confronto aperto con gli argomenti e le esperienze della rete. È un vero peccato, soprattutto perché se la politica non fa la sua parte per uscire dal pantano emotivo e non coglie le occasioni di discutere sui fatti nemmeno nei rari casi in cui ha davanti braccia tese, difficilmente potremo mai tornare a ragionare su nulla in questo paese.

E comunque è già venuto il momento di occuparsi di altro (di molto altro).

Febbraio 9 2009

Stanno accadendo cose sorprendenti e terribili, in Italia, nelle ultime settimane. Ne sono oltremodo preoccupato e indignato. Tuttavia credo che la cosa migliore che si possa fare, più che aggiungere emotività di seconda mano al dibattito (emotività in cui io stesso privatamente indulgo), sia tornare alla realtà. Una delle cose che ho apprezzato della campagna elettorale di Barack Obama è stata la capacità di abbassare i toni e reagire ai peggiori attacchi a colpi di realtà. Reality check, li chiamava: a ogni attacco degli avversari lo staff di Obama rispondeva nel giro di minuti (minuti: non ore o giorni) con minuziose analisi delle dichiarazioni in cui erano evidenziate invenzioni, storture e artifici retorici. Quella che ne usciva era pur sempre una verità di parte, ma la puntualità dell’analisi, la dovizia di riferimenti concreti e il basso profilo adottato sottraevano spesso il candidato a quel ring emotivo che sembrava essere diventata l’unica dimensione possibile per la politica e l’informazione contemporanee.

Reality check. Ecco, secondo me potrebbe essere una buona via d’uscita da questa pericolosa fase della vita democratica italiana, in cui chi parte per la tangente detta le regole del gioco e si porta dietro tutti, invece di essere energicamente richiamato all’ordine. Viviamo una realtà spesso costruita su certezze di terza o quarta mano, abbiamo bisogno di ingenti verifiche di corrispondenza con la realtà. Non saltuarie, ma costanti e distribuite. A cui ciascuno di noi è chiamato contribuire secondo le proprie competenze. Oggi abbiamo la voce pubblica per farlo, abbiamo il canale per mettere a disposizione quanto sappiamo. E penso che il prossimo ciclo politico sarà gestito dalla prima coalizione di volonterosi in grado di raccogliere competenze ed esercitarle in modo rigoroso per allontanarsi dall’attuale arena di eccessi e menzogne.

Un buon esempio di quello che ho in mente è il composto e pacato esame che fa oggi Elvira Berlingeri su Apogeonline a proposito dell’ultimo, maldestro tentativo di regolare la libera espressione dentro internet (dichiaro il conflitto di interessi: lavoro per Apogeonline ed Elvira è una mia diretta collaboratrice). L’emendamento 50-bis inserito al volo dal Senato nel decreto sicurezza del Governo dimostra avventatezza e scarsa conoscenza del funzionamento dei network digitali. Corre il rischio di non risolvere nessuno dei problemi per cui sarebbe stato concepito (impedire il proliferare di gruppi a sostegno di mafiosi e criminali su Facebook) e invece di condizionare pesantemente la libera circolazione delle idee. Peggio ancora, crea un pessimo precedente riguardo alla separazione dei poteri dello Stato, mescolando competenze giudiziarie con iniziative ministeriali in modo irrituale e poco opportuno.

In genere quando si tocca la libertà di espressione su internet si grida subito al complotto e alla censura. E magari sarà anche vero, ma a me pare che si finisca per fare soltanto la fine del coro greco sullo sfondo della tragedia di qualcun altro. Nella maggioranza dei casi invece c’è dietro ignoranza e superficialità, e i fatti nudi e crudi fanno più rumore delle nostre urla scomposte. Farli conoscere e diffonderli con la maggior neutralità e compostezza possibile credo sia oggi il modo migliore per salvare la nostra democrazia. Che si tratti delle reti di comunicazione che innerveranno la nostra società di domani, del rispetto per i ruoli istituzionali o di stabilire gli impegnativi confini tra la vita e la morte sul suolo della repubblica.

Febbraio 8 2009

Ho messo a disposizione su Slideshare le slide che hanno fatto da traccia alla mia lezione di ieri al Master in Digital Marketing & Communication, a Milano. Grazie a chi era presente e mi ha sopportato per sette ore: è stato un piacere passare una giornata in una classe così competente e partecipe.

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