Il blog di Sergio Maistrello dal 2003
Le conseguenze di State of the Net 2018
- LOCATED IN Organizzo
State of the Net – ci strizzava l’occhio Luca De Biase nell’intervento introduttivo di questa edizione – è un metodo culturale: serve guardare oltre, analizzare, non fare sintesi affrettate e confrontarci al di là dell’emotività che ci circonda. Lo abbiamo fatto per la settima volta ed è sempre emozionante e stimolante come la prima, nel 2008. Non è facile, non sempre è popolare, ma da oltre dieci anni è il nostro modo di contribuire ad affrontare questi tempi intricati.
Quest’anno abbiamo parlato di conseguenze, sinonimo di complessità ed ecosistema. Abbiamo dedicato un pomeriggio ad approfondire la gestione dell’innovazione in Italia con i top manager dell’industria privata e rappresentanti di alto profilo della pubblica amministrazione (il ministro del digitale siete voi, per dirla col presidente di Insiel Simone Puksic). E poi un giorno intero ai nostri ospiti internazionali, col grande ritorno di Dave Snowden, Dave Winer, Ton Zijlstra and Gigi Tagliapietra e altrettanto felici incontri come quello con Luigi Zingales, Lorenza Baroncelli o Hossein Derakshan, un ricercatore che ha imparato a soppesare la gravità delle parole in un carcere iraniano.
La registrazione integrale si trova su Facebook in cinque parti: prima e seconda parte di giovedì 14 giugno (in italiano) e prima, seconda e terza parte di venerdì 15 giugno (in inglese). I singoli interventi del primo e del secondo giorno sono già disponibili come sempre su YouTube, insieme all’intera storia di State of the Net.
Abbiamo un grande staff, che rende organizzare questo evento un’esperienza umanamente e professionalmente degna di essere vissuta: a ognuno di loro va il mio ringraziamento. Ma, come sempre, l’ultima parola è per Beniamino Pagliaro, senza il quale State of the Net semplicemente non esisterebbe anno dopo anno, e Paolo Valdemarin, the smartest and the funniest guy in town.
Dai, rifacciamolo ancora.

Per accompagnare un piatto di guancette di maiale in umido, inseguivo un contorno semplice e fresco. Una spadellata veloce, che esaltasse le verdure di stagione e completasse per gusto e consistenze il piatto principale. Ne è venuto fuori un misto croccante di asparagi verdi (500g), bianchi (500g), zucchine (1 grande) e carote (1 grande). Per aggiungere un tocco di fantasia e una nota dolce (che si sposa sempre bene con la carne di maiale), ho pensato di aggiungere anche qualche ciliegia.
Per prima cosa ho scottato al vapore gli asparagi. Un minuto quelli verdi, due minuti quelli bianchi (che erano molto grandi), in modo che rimanessero appena morbidi all’interno ma ancora croccanti all’esterno. A tutti, verdi e bianchi, ho poi tagliato la testa, mettendola da parte per essere successivamente saltata in padella all’ultimo momento. Ho tagliato a metà lo stelo di quelli bianchi e li ho passati alla griglia, per esaltarne il sapore, tagliandoli infine a pezzetti di mezzo centimetro. Gli steli degli asparagi verdi li ho tagliati direttamente a pezzetti.
In padella gli ingredienti vanno aggiunti in base al tempo di cottura. Per prima ho messo la carota: tolta la buccia, la carota va divisa in quarti e i quarti in pezzetti di massimo mezzo centimetro. La carota deve ammorbidirsi ma non lessarsi troppo all’interno: per questo va scottata a fuoco sostenuto per qualche minuto, fino a quando l’esterno non comincia ad abbrustolirti. A quel punto ho aggiunto la zucchina, tagliata in modo simile alla carota. Qualche minuto per scottarla a fuoco sostenuto, poi qualche altro minuto a fuoco basso per completare la cottura.
Quando carote e zucchine hanno raggiunto la cottura ideale, morbida ma ancora molto compatta, ho buttato in padella gli asparagi preparati in precedenza. Con loro una decina di ciliegie precedentemente denocciolate, tagliate a metà e quindi in quarti. Ho saltato il tutto per un paio di minuti, regolato di sale e di pepe e servito in tavola.
La pizza scomposta nel vasetto
- LOCATED IN Cucino

Qualche giorno fa abbiamo festeggiato in famiglia il compleanno di Gea. Come da richiesta della festeggiata, il menu prevedeva pizza fatta in casa. Il tradizionale giropizza della casa prevede una decina di sfornate successive: ogni pizza un gusto diverso, a ciascuno uno spicchio di assaggio. Poiché uno degli invitati doveva evitare i cibi solidi, ho pensato di replicare per lui il gusto di alcune farciture in una sorta di degustazione al cucchiaio.
Sono partito dal pomodoro. Ho usato una salsa molto più gustosa di quella che spalmo di solito sull’impasto della pizza (io mi trovo particolarmente bene con la polpa bio del pastificio Iris), perché in questo caso il pomodoro diventa protagonista e fa da base per le farciture. Ho ristretto la salsa in pentola, l’ho aggiustata di sale e di acidità, infine l’ho condita con un goccio di salsa di soia.
Ho disposto un paio di cucchiaiate abbondanti della riduzione così ottenuta sul fondo di alcuni vasetti del diametro di 6/7 centimetri e dal bordo di 4/5 centimetri. Vanno bene tazzine da caffé o bicchierini di vetro, l’importante è che la base non sia troppo stretta (lo sviluppo in verticale costringerebbe a procedere a strati, perdendo il mix di sapori tipico della pizza) e che il bordo non sia troppo alto (perché il composto deve essere agevole da raggiungere con un cucchiaino).
Ho poi ridotto la mozzarella in coriandoli e ne ho aggiunti alcuni per vasetto sul pomodoro ancora caldo, in modo che cominciasse a sciogliersi naturalmente. Ho passato i vasetti con il loro composto al grill per un paio di minuti per dare alla mozzarella l’aspetto e la consistenza tipici della pizza cotta al forno. Su questa base di margherita ho aggiunto gli ingredienti delle farciture, tutti naturalmente tagliati in proporzione, in modo da renderne il cucchiaino più che sufficiente per il consumo.
In questa occasione ho replicato la pizza alle acciughe (striscioline di cipolla stufata, brandelli di filetti di acciuga, un paio di capperi), la “capricciosa” della casa (striscioline di cipolla stufata, un paio di spicchi di cuore di carciofo sott’olio, un paio di rondelle di olive nere denocciolate, un cappero e una fetta sottile di speck a brandelli) e la pizza alle verdure (rondelle di zucchine precedentemente saltate in padella, una rondella di carota stufata e condita, un quarto di pomodorino fresco). Su tutto una spolverata di origano. Prima di servire, ho ripassato ogni vasetto al grill un altro paio di minuti per scottare gli ingredienti.
L’effetto finale è stato molto credibile e la ricetta ha riscosso entusiasmo. Da tenere presente per un aperitivo o un antipasto diverso dal solito, ma anche per unire i sapori della pizza con pranzi o cene più tradizionali.
Quello alto, beige è il grattacielo in cui ho vissuto l’infanzia. L’edificio ai suoi piedi è il mio “Cinema Paradiso”. Come i paesani di Giancaldo nel film di Tornatore, oggi lo guardo venire giù sotto i colpi delle ruspe con gli occhi lucidi e lo sguardo arreso. Quella palazzina custodiva l’auditorium con le sedie di legno in cui, nelle interminabili domeniche di bambino, ho cominciato ad amare il grande schermo. Ci si trovava dopo pranzo, si faceva scorta di caramelle sfuse nella gelateria della Cesira e poi ci si perdeva nelle ruspanti retrospettive degli anni ’70, immersi nel fresco nella sala buia.
Al cinema vero mi appassionai poi altrove: lì invece cominciai a percepire il fascino che su di me esercita il retro delle quinte, l’organizzazione delle cose, ciò che aiuta la magia a rivelarsi e lo stupore a rimanere sospeso. Perché, dopo le prime stagioni da spettatore, in quell’edificio era naturale cominciare a darsi da fare per farlo funzionare. Non si pagava il biglietto, ma si era tutti coinvolti un po’ per volta nella gestione. Bruno, il mio compagno di giochi e di film della domenica, diventò proiezionista che non eravamo ancora usciti dalle medie. Si andava per divertirsi, ma divertendosi si cominciava a esplorare le proprie vocazioni e il proprio ruolo nella società.
Era l’inizio, quello, di una delle vicende più stupefacenti e tuttavia meno celebrate nella mia città. Per i successivi vent’anni in quell’auditorium, nelle sale gioco al primo piano e nelle aule del secondo piano ora esposte al vento, una manciata di generazioni di giovani pordenonesi è entrata per divertirsi e divertendosi è cresciuta facendosi carico un po’ alla volta del divertimento e della crescita altrui. Universitari che si prendevano cura di adolescenti che a loro volta badavano ai ragazzini. Una scuola di responsabilità e di condivisione del germe della comunità che, con la scusa dei film, dei gruppi di animazione, dei campi estivi e delle serate a tema (discoteca compresa), arrivò a muovere numeri impressionanti e a generare esperienze difficili da etichettare semplicemente come oratorio.
Quello era il San Giorgio di don Felice Bozzet. Sgangherato, anche dopo la parziale ristrutturazione. Rumoroso, per il brulicare di vita che accoglieva a tutte le ore. Talmente fuori dagli schemi, da restare – ieri, come oggi nel ricordo – fuori dai radar della classe dirigente cittadina e in fondo da quello della stessa Curia. Ma fecondo, sereno, indimenticabile per chiunque ci abbia passato anche soltanto qualche ora. Il rudere polveroso e abbandonato da anni, che oggi viene demolito, non era che il fantasma di quell’esperienza. La memoria della vita e dell’esempio di mondo possibile che ha contenuto è ora affidata a tutti noi che sappiamo ancora dare un nome a quei locali sventrati.
(Il post è stato pubblicato originariamente su Facebook. La foto è di Ezio Colombo ed è stata pubblicata dall’autore nel gruppo Sei di Pordenone Se…)
Il grande mercatino dei bambini
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C’è questa cosa che si tiene ogni inizio autunno a Pordenone: il grande mercatino dei bambini. Il gran giorno, fin dalle tre di notte, la piazza deputata si riempie di nugoli di padri, madri, nonni, nonne, variamente ecreativamente attrezzati, tutti alla rincorsa dei posti migliori. Già alle cinque sei relegato ai posti di minor passaggio e destinato a riportare a casa gran parte della mercanzia.
Verso le 8:30, sbadiglianti e con gli occhi a dollaro, arrivano i giovani titolari dei banchetti, pronti a vendere i propri regali reietti, ma soprattutto ad acquistare i reietti regali altrui. Magari pedagogicamente non proprio una faccenda a prova di bomba, ma rivendendola come utile infarinatura commerciale per i figli e pensando allo spazio che ti si libera in casa finisci per chiudere un occhio.
Due cose tuttavia non capisco, giunti alla settordicesima edizione: come non sia possibile assegnare/estrarre/distribuire i posti in modo preventivo, automatico e umano, evitando ai genitori meno entusiasti l’assurdo rito della notte in bianco.
E soprattutto: come mai nessun bar della zona interessata abbia ancora compreso il potenziale economico di far trovare brioches calde e caffè bollenti già a notte fonda a questo esercito di esseri umani degno di miglior causa.
Pordenone ha salutato oggi uno dei suoi padri più recenti e discreti, monsignor Felice Bozzet. Non un capitano d’industria o un campione della politica, ma un umile tessitore di comunità, un incantatore di giovani, colui che forse più di chiunque altro ha saputo illuminare l’adolescenza e la via verso le responsabilità adulte di qualche migliaio di uomini e donne che oggi hanno tra i trenta e i sessant’anni.
Don Felice è stato un prete di strada in centro città, un mistico alla guida di una parrocchia più grande di lui, un gioioso innovatore del messaggio cristiano in un’epoca di grandi aperture e altrettanto rapide chiusure, un sant’uomo senza superpoteri che pure ha saputo compiere opere straordinarie impastando umanità, prossimità e condivisione al volgere di decenni in cui sembrava improvvisamente più semplice procedere da soli.
La sua impronta sociale è riconoscibile oggi in gran parte delle reti che innervano l’economia, la cultura, la politica e la società della Destra Tagliamento. Le testimonianze, addolorate ma al tempo stesso gioiose e grate, che i suoi ragazzi di ogni età gli stanno tributando in queste ore sono il miglior testamento possibile.
Don Felice è stato una presenza ricorrente anche nella mia vita, fin dai banchi di scuola. L’ultimo suo regalo, di certo quello più inaspettato ed emozionante, è stato chiedermi di mettere ordine agli appunti di una vita e distillare una testimonianza di ciò che gli era a cuore. Non ho mai capito perché avesse voluto chiederlo proprio a me, tra tanti che avrebbero potuto rendergli un servizio di certo più ortodosso, ma so che immergermi in quella storia, nelle sue illuminazioni e nelle sue delusioni, nei suoi successi e nelle sue sconfitte, è stata una delle esperienze più coinvolgenti che mi siano capitate. La storia di una vita, di cui pure ero stato almeno in parte testimone, ricostruita nel pieno nella sua complessità. Oggi, più che mai, è un dono che va condiviso.
State of the Net 2016
- LOCATED IN Organizzo
Due giorni ricchi, come sempre, di spunti di riflessione e ah-à moment. Con in più il piacere di essere tornati a casa, a Trieste e in Friuli Venezia Giulia, dopo la trasferta milanese del 2015 in occasione di Expo. A State of the Net 2016 s’è parlato di fatti, della loro abbondanza, del frequente rifiuto e di un possibile superamento al tempo della rete. Di post-verità, un paio di settimane prima che questa diventasse una delle parole simbolo del 2016. Secondo tradizione, tutto resta disponibile e riascoltabile online, sul sito della conferenza e su YouTube. La biblioteca di idee raccolte in sei edizioni dalla conferenza comincia a fare una certa impressione.
Gli occhi di P.
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Nei giorni scorsi abbiamo salutato un amico, che in poche settimane si è dovuto arrendere a una delle più crudeli tra le sfide per la vita. Su invito della famiglia, che ha saputo trasformare una vicenda orribile in una in una celebrazione della vita e del valore della comunità, ho scritto queste righe per lui. Mi piace che ne resti traccia qui.
A P. ho voluto istintivamente bene.
Che cosa ti fa venire in simpatia una persona che puoi dire di conoscere appena e che incontri il più delle volte soltanto per il tempo di un ciao nell’atrio delle scuole dei tuoi figli?
Un modo di stare, un modo di guardare, un modo di ascoltare.
Ci sono occhi – la gran parte – che sono portoni sprangati, indifferenti, rivolti altrove. Altri, più rari, sono finestre tenute appena accostate dal pudore. Dietro una cordialità riservata, gli occhi di P. lasciavano intravedere un mondo ricco. Ricco di contrasti, di differenze, di originalità.
Semplice, ma intenso.
Umile, ma orgoglioso.
Rispettoso, ma indomito.
P. gli occhi te li incollava addosso, se quello che dicevi catturava la sua immaginazione. Grati. Assetati. Quasi avessero saputo di avere poco tempo per capire quel che c’era da capire.
P. un giorno avrò modo di conoscerlo meglio, mi dicevo. Avrò modo di farmi raccontare la sua storia, a cui K. accenna sempre così fiera. Avrò modo di scoprire da dove attingono compostezza e sfumature fuori dal comune i suoi bimbi.
Che sfortuna, P., un’ingiustizia da spezzare il cuore. Ma anche che enorme lezione di vita, di condivisione, di dignità, di gioia nonostante tutto, che ci avete dato in queste poche settimane straordinarie.
Ci lasci una famiglia splendida, a cui volere ancora più bene. E un senso di comunità da accudire, ora anche nel tuo ricordo.
Martedì sera, con un voto del Consiglio comunale, per me si è chiuso di fatto un lungo periodo di lavoro e sperimentazione tra informazione, comunicazione digitale e partecipazione civica nella mia Pordenone. È stato un periodo straordinariamente stimolante e di cui un giorno mi piacerebbe scrivere in modo più approfondito, perché Pordenone è soltanto una delle migliaia di comunità locali che potrebbero imparare a usare le reti in modo più maturo per generare innovazione e valore.
Siamo partiti nel 2007 pensando a come il wifi civico avrebbe potuto sostenere la connessione tra competenze e idee. Nel 2010 abbiamo trasformato il formato assai liso degli stati generali tra portatori di interessi in un racconto aperto e multicanale, aggregando reti dentro e fuori la città per mettere a fuoco nuovi volani di sviluppo. Nel 2011 abbiamo provato a pensare a come la presenza in rete del municipio avrebbe potuto favorire queste logiche, un progetto premiato da fondi europei ma non ancora decollato per complicazioni amministrative.
Inseguendo un metodo smart, nel 2012 abbiamo aperto un grande laboratorio civico al servizio dell’analisi e della pianificazione strategica del territorio, arrivato proprio in questi giorni al capolinea. Nel 2014 abbiamo usato il web e i social network per accelerare la diffusione di informazioni di servizio in occasione di un enorme evento di massa che ha stravolto la routine cittadina per diversi giorni. Quell’evento è stato anche il pretesto per connettere i nodi più attivi della rete cittadina in un social media team diffuso per la promozione del territorio.
Allo stesso modo, abbiamo proposto il conforto della documentazione e dei dati oggettivi quando lo scontro tra opposti interessi rischiava di distrarre la comunità dalla necessità di comprendere di che cosa si stava parlando. Abbiamo incrociato gli hashtag e aggregato flussi di informazione spontanea, cercando di distillare nuove forme di racconto di una città mentre vive. Ci siamo interrogati sulle regole del gioco da inseguire dentro ambienti che sono più veloci e complessi della capacità delle istituzioni di comprenderli. Ci siamo spesi perché si consolidassero luoghi informali di incontro, di collaborazione, dove incubare nuove idee. Abbiamo risposto ai dubbi e consolidato pratiche nei quartieri.
A tenere insieme e a motivare questo fermento è stata la convinzione di vivere anni speciali in un luogo speciale, ricco come pochi di energie, di specializzazioni e di progetti che aspettano soltanto di essere messi in rete per spingere l’intero ecosistema locale a un nuovo livello di consapevolezza e di efficienza.
È stato un ciclo bellissimo, vissuto insieme a splendide e generose persone che tanto mi hanno insegnato su di me, sul mio lavoro, sulla mia città e sulle implicazioni del vivere insieme sopra uno stesso fazzoletto di terra. Ho imparato a riconoscere il valore del servizio civico, l’imprescindibilità dell’interesse generale, il peso morto delle rendite di posizione, la forza senza tempo dei legami tribali, il costo della coerenza in un ecosistema complesso.
Tuttavia è un ciclo che noi pordenonerd sappiamo in cuor nostro essersi sostanzialmente chiuso, per ora. Abbiamo dimostrato opportunità, favorito importanti risultati a beneficio della comunità, raccolto pacche sulle spalle, ma non siamo stati così bravi da instillare il dubbio, la possibilità, l’urgenza là dove il cambiamento potrebbe effettivamente essere accelerato a vantaggio di tutti. Non bastasse la nostra onestà intellettuale, i temi, i formati e i linguaggi su cui sembra essersi assestata la campagna elettorale per le amministrative di primavera sono lì a dimostrarlo.
Serve un nuovo ciclo e servono nuove energie. Chi ha idee si faccia avanti e sfidi le consuetudini con spirito da hacker civico. Io, per il momento, mi faccio da parte e torno dopo dodici anni a Milano, a imparare cose nuove e a inseguire l’innovazione da una prospettiva differente, più concreta. Se la testa per un po’ sarà tutta lì, il cuore, non serve dirlo, resta a Pordenone.
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