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Tag: luca de biase

novembre 17 2014

Un po’ di appunti/presentazioni/segnalazioni raccolti nei giorni scorsi a Varese, durante l’edizione 2014 del festival Glocal News.

  • Federico Badaloni, user experience designer al Gruppo L’Espresso, ha tenuto un laboratorio fuori programma dedicato all’architettura dell’informazione, un generosissimo condensato di un paio di decenni di esperienza sul campo. Le slide non parlano da sole, serve proprio il calore di Federico che le racconta, e tuttavia lasciano una traccia di due ore straordinarie passate in sua compagnia.
  • Nel corso di un dibattito che potrebbe fornire diversi spunti a chi si interessa all’evoluzione dei distretti industriali e alle opportunità del territorio in una prospettiva di rete globale, Luca De Biase se n’è uscito con una delle sue efficaci sintesi: «La fase storica che attraversiamo viene molto spesso definita di crisi. Però è una strana crisi, perché non passerà quando finisce. Io la chiamo crisalide, perché finirà quando ci saremo trasformati e avremo interpretato la transizione».
  • Non sono riuscito a partecipare al loro workshop, ma mi pare che Lelio Simi e Gianpiero Riva abbiano raccolto diverso materiale interessante sulle implicazioni giornalistiche di Instagram.
gennaio 18 2013

A Trento, ospiti di Fondazione Ahref, abbiamo passato una bella giornata a discutere di fact checking (#factchecking su Twitter), allargando lo sguardo dal fenomeno mediatico del momento, molto legato al periodo pre-elettorale che stiamo attraversando, alle sfumature giornalistiche, filosofiche, psicologiche e tecnologiche di questa pratica. Ne è venuto fuori un sano e stimolante esercizio di desemplificazione, nella via verso la costruzione di «uno spazio civico dove condividere un metodo», per dirla con le parole usate da Luca De Biase in apertura dei lavori.

Nei prossimi giorni Fondazione Ahref dovrebbe mettere a disposizione il video degli interventi. Io, intanto, come d’abitudine, metto a disposizione le slide del mio, un’introduzione alle principali esperienze italiane e internazionali e al contesto da cui prende avvio, oggi anche nel nostro paese, il fact checking collaborativo in rete.

Aggiornamento, 25 gennaio: sono disponibili le registrazioni video di tutti gli interventi della conferenza.

luglio 11 2008

Da qualche anno mi ritrovo prudentemente scettico del metodo scientifico a tutti i costi. Non per scarso rispetto della scienza, a cui pure dobbiamo tutto del modo in cui viviamo oggi sulla Terra, ma perché sempre più ho l’impressione che tra le pieghe della scienza si perda qualcosa di essenziale («l’essenziale è invisibile agli occhi, ripeté il Piccolo Principe»). Nell’infinitamente piccolo il mondo occidentale sta perdendo la dimensione d’insieme, la misura d’uomo. Non è la scienza, non è il metodo, d’accordo, è il modo in cui scienza e metodo sono utilizzati e spesso esasperati, fino a ritorcersi contro le intenzioni. Tant’è che dalle non poche discussioni che questo atteggiamento mi ha attirato, esco regolarmente con le ossa rotte (ben mi sta), ma senza riuscire a convincermi del contrario.

Questo per segnalare una provocazione interessante da Chris Anderson (direttore di Wired, autore di The Long Tail eccetera) su Edge:

The Petabyte Age is different because more is different. Kilobytes were stored on floppy disks. Megabytes were stored on hard disks. Terabytes were stored in disk arrays. Petabytes are stored in the cloud. As we moved along that progression, we went from the folder analogy to the file cabinet analogy to the library analogy to — well, at petabytes we ran out of organizational analogies.

Che cosa può imparare la scienza da Google, si chiede Anderson? In sostanza la risposta è che oggi abbiamo una tale abbondanza di dati che gli strumenti matematici e statistici possono superare ogni precedente semplificazione di scala e offrirci nuovi modi per comprendere il mondo. La correlazione sostituisce la relazione di causa ed effetto e la scienza può progredire anche senza modelli coerenti, teorie unificate e meccanismi di spiegazione. Se capisco bene, è l’estensione del modello bottom-up alla scienza, in opposizione a quello top-down classico.

Concordo con Luca De Biase, a cui devo la segnalazione: più che una negazione del metodo scientifico è un’evoluzione dello stesso. Resta uno stimolo utile per ripensare al modo in cui abbiamo interpretato il mondo fino a oggi.