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Archive: marzo 2006

marzo 28 2006

Quello che mi fa impazzire che poi ti abbandonano al tuo destino. Ricevo telefonate periodiche e insistenti da Tele2, che cerca di convincermi ad abbonarmi ai loro servizi di telefonia e Adsl. Poi cedi – sì, ok, questa volta non sulla mia linea, ma questo è un altro discorso ed è tutto sommato ininfluente – e dopo più di un mese ti ritrovi senza alcuna traccia dell’Adsl, nonché appeso alla cornetta a dipendere una volta alla settimana dall’estrosa soluzione dell’addetto di turno al call center.

Funziona così. Per evitare di fare la fila al call center, di cui per esperienze negative con altri gestori concorrenti ti fidi come di un panda nella stagione del letargo, richiedi l’attivazione di una Adsl flat utilizzando la form che compare sul sito della società. La linea in questione risulta coperta dalla rete, si procede: immetti tutti i dati richiesti, controlli e invii il tutto. Tutto ok, dice il servizio automatico, ma per conferma riceverai un’email. Ricevo l’email. Bene, ora non resta che attendere fino a tre settimane (per via del passaggio burocratico attraverso Telecom Italia) perché arrivi la letterina con i codici.

Nel frattempo, si accomodi pure nel pratico servizio di monitoraggio dello stato di evasione della pratica. Magari con l’accortezza di attendere un giorno lavorativo perché sia inserita nel database. Due giorni dopo, niente. Quattro giorni dopo, niente. Una settimana dopo, niente. Chiamo il call center: «Non si preoccupi, quel database non è mai aggiornato». Passano tre settimane: niente database e niente lettera. Richiamo. «Scusi, ma quale richiesta?». E viene fuori che la gestione del servizio di iscrizione via Internet è in carico a una società terza, che evidentemente si è persa per strada i dati. E quindi? «Tocca ricominciare da capo, mi dia i suoi dati». Altre tre settimane? «Provi a chiamare tra una-settimana-dieci-giorni, che magari siamo fortunati e possiamo anticiparle le chiavi di accesso al telefono». Ma la società terza? «Che ci vuole fare…».

Passa una settimana. Le chiavi di accesso? «Acc, qui mi dà un errore, non capisco. Di solito è quando la linea non è coperta dalla nostra Adsl, lei ha controllato che il suo numero fosse raggiunto dal servizio?». Certo, un mese fa. Controlli anche lei. «Sì, è coperto». E quindi? «Mah, non so, aspettiamo ancora qualche giorno e vediamo se si risolve». Aspettiamo ancora qualche giorno e vediamo se si risolve. «No, in effetti la pratica è in errore». E dunque? «I dati corrispondono e la linea è coperta, ma a volte ci si bloccano, non sappiamo perché. L’unica possibilità è ricominciare da capo». Un’altra volta? «Un’altra volta». È la terza, funzionerà? «Speriamo». Riprovo tra una-settimana-dieci-giorni? «Riprovi tra una-settimana-dieci-giorni».

Che, come al solito, chi se ne importa del caso specifico e della società specifica, non è questo il punto. Capita, sfortuna, sprechi solo energie a prenderla sul personale. È che ne senti ogni giorno di casi specifici, per un errore, un imprevisto o un accidente, tanto che ti chiedi quale sia la normalità e se esista. La verità è che, considerando anche solo la mia storia recente di cliente, io un’idea me la sono fatta su come vanno queste cose: non conti nulla. Conti solo finché decidi di abbonarti e poi quando devi pagare: sei solo un’arancia da spremere, in realtà ti detestano, altrimenti non si spiegherebbe. Ma questo i loro spot non lo dicono.

marzo 28 2006

Ho perso l’abitudine di appuntarmi qualche nota sui libri che transitano per casa. È ora di ricominciare, anche se sono giorni intensi che non lasciano molto tempo alle divagazioni extralavorative.

Ho chiuso da poco il nuovo libro di Tiziano Terzani, La fine è il mio inizio, uscito postumo e curato dal figlio Folco. Di Terzani ho già parlato con entusiasmo qualche mese fa, dopo aver letto il meraviglioso Un altro giro di giosta. L’entusiasmo di oggi non è lontano. Il libro è il delicato invito a prendere parte a sorta di testamento spirituale che un padre consegna a suo figlio. C’è la vita del giornalista dall’infanzia agli ultimi giorni, c’è la professione nei suoi tempi d’oro, ci sono gli alti e ci sono i bassi, c’è l’Oriente e c’è l’Occidente, c’è la ricerca di un senso universale e il tentativo (straordinariamente riuscito) di affrontare con serenità la fine imminente. Sui temi della ricerca profonda di sé il libro precedente resta il capolavoro, ma queste nuove pagine, frutto di un dialogo tra Terzani e suo figlio durato settimane, sono qualcos’altro. Sono una visione dall’alto, il racconto a voce alta di un cerchio che si chiude e la testimonianza dal vivo di un’anima che si dona in eredità ad altre vite.

Non suoni troppo irriverente: per qualche strana associazione mentale, mentre leggevo mi è tornato in mente Mork e Mindy, il telefilm anni ’80 interpretato da un giovanissimo Robin Williams. L’extraterreste Mork arriva sulla terra dal pianeta Ork per studiare da vicino i suoi abitanti, salvo poi innamorarsi della bella terrestre che lo ospita eccetera. Mi veniva in mente in particolare il resoconto che alla fine di ogni puntata dello sceneggiato Mork faceva a Orson, il capo del pianeta che l’aveva mandato in missione sulla Terra, raccontando dal suo svagato punto di vista stranezze e tenerezze della vita umana.

Le conversazioni trascritte da Folco Terzani ricordano quei dialoghi in cui l’uomo contemporaneo veniva guardato con lucidità e compassione, per raccontarne i difetti e gli slanci inaspettati. Nelle settimane prima di morire, nell’estare del 2004, Terzani questo faceva, con spessore certo maggiore di un telefilm: un bilancio sulla vita umana con gli occhi distaccati di chi è già altrove, lontano dalle contingenze, trovando il filo rosso – della propria esistenza, certo, ma non solo – da consegnare alla propria famiglia e, tramite questa, a chiunque ne avesse desiderio. Un esempio straordinario, come del resto fuori dall’ordinario è stata la sua vita. Un esempio felice, soprattutto, come felice è un uomo che in punto di morte ha la lucidità e la serenità di raccontarsi, forte della propria compiutezza.

Quello che resta a me è soprattutto la conferma della sensazione che tutto sia ciclico, ripetitivo nel bene e nel male, e che la via di uscita che renderà migliori noi e renderà migliore questo mondo non stia affatto dove oggi ci ostiniamo a cercarla.

marzo 5 2006

Se c’era un convegno legato ai blog in cui mi sarebbe piaciuto andare a sentire che cosa si diceva quest’anno, questo era il seminario dei blog didattici, che da tre anni si tiene a Gubbio a inizio primavera. Provo, infatti, grande curiosità e altrettanto rispetto per quello che alcuni temerari stanno sperimentando tra mille difficoltà all’interno del sistema scolastico italiano. Neanche a farlo apposta, Maria Teresa Bianchi e la Fondazione Mazzatinti hanno anticipato i miei desideri invitandomi a raccontare qualcosa sulla società digitale e sulla parte abitata della Rete. Lo considero un grande onore. Appuntamento a Gubbio il 31 marzo e 1° aprile, come da programma.