La reintermediazione della disintermediazione

Il punto, rilanciato nei giorni scorsi da New York Times, Columbia Journalism Review, e qui da noi da Giuseppe Granieri e Mario Tedeschini Lalli, è più o meno questo: ora che un governo – come sta concretamente facendo Obama negli Stati Uniti – può parlare direttamente ai cittadini, disintermediando un rapporto che prima passava prevalentemente attraverso giornali e televisioni, chi è la figura terza e indipendente in grado di discriminare le informazioni di pubblica utilità dalla propaganda? Chi si fa garante degli interessi dei cittadini? Può un governo, il cui compito è appunto governare, diventare anche il soggetto deputato a raccontare le proprie gesta senza scadere nella demagogia? Può permettersi di trattare con sufficienza i canali preferenziali con la stampa, non avendo più quell’unica urgenza nello spiegarsi al popolo?

Evidentemente la questione va molto oltre la contingenza delle attività online della nuova amministrazione americana e molto oltre la sfera politica. Ora che internet sta scomparendo dentro la realtà, ora che le tradizionali mediazioni stanno attraversando una crisi epocale, il punto diventa paradossalmente trovare nuove mediazioni, nuovi equilibri per bere dall’idrante personale nel momento in cui non siamo più tenuti a fare la fila al rubinetto pubblico. Non voglio in alcun modo banalizzare una questione che io stesso avverto fondamentale per lo sviluppo futuro del web sociale, com’è quella che mi viene da chiamare la reintermediazione della disintermediazione. Vorrei però annotare alla rinfusa un po’ di pensieri, a mo’ di taccuino per chiarirmi le idee io per primo e scriverne in modo più organico in futuro.

Dove stoltamente ridimensiono il problema. Nell’ultimo decennio, con crescente determinazione, molti di noi hanno auspicato e benedetto la disintermediazione della democrazia (e dell’informazione e del mercato eccetera). Bene: eccola la disintermediazione. Libertà e democrazia emergente nell’accesso alle fonti. Libertà e democrazia emergente nel raccontare le proprie storie. Mille punti di luce laddove c’erano soltanto un paio di lampioni pubblici. Ognuno fa luce dove vuole e quando vuole, rispondendo a se stesso ma anche ai suoi pari, che lo emendano e lo giudicano tutte le volte che accende la propria lampadina. E sì, vale anche per chi gestisce l’illuminazione pubblica e anche per gli inquilini della Casa Bianca, mica soltanto per i post-adolescenti che si riabbracciano incanutiti su Facebook. Ci manca già così tanto la mediazione?

Dove rifletto sulla storia delle mediazioni. Ci scambiavamo informazioni anche prima che esistessero giornali e televisioni. Acquistavano beni anche prima che inventassimo la moneta. Poi il mondo s’è complicato, e per gestire la complessità ci siamo organizzati con tutte le mediazioni del caso. Oggi, per la prima volta, stiamo invertendo la tendenza: grazie ai network digitali ogni cittadino può affrontare la complessità del mondo in cui vive, per lo meno nella sua dimensione informativa e relazionale, dando soddisfazione ai bisogni individuali spesso con maggiore efficacia che attraverso le stanche mediazioni consolidate.

Dove le mediazioni vanno in crisi. Le quali stanche mediazioni consolidate spesso reagiscono giustificando se stesse per il semplice fatto di essere esistite fino ad oggi. E, naturalmente, per l’impatto che un loro abbandono avrebbe sull’economia. Spesso generando per reazione paradossi e giri d’affari artificiali. Il mio preferito è il mercato dell’acqua minerale: le bottiglie che dal nord finiscono al sud, le bottiglie che dal sud vanno al nord. Conviene all’intera filiera del settore, fuorché al consumatore (il quale peraltro potrebbe tranquillamente farne a meno e bere l’acqua del rubinetto, risparmiando e inquinando meno in un sol colpo). Da Obama all’acqua minerale: l’avevo detto che andavo alla rinfusa.

Dove prendo la tangente delle mediazioni giornalistiche. Una delle mediazioni la cui crisi si sta cominciando ad avvertire in modo più drammatico è quella del giornalismo, e lo dico da giornalista e da lettore insieme. Il problema non sono tanto i giornalisti, ma la sovrastruttura editoriale. La sovrastruttura editoriale è moribonda, schiacciata dalla velocità del progresso tecnologico e da un tirare a campare spesso poco coraggioso, quando non anche poco assennato. Il ruolo del giornalista (qui inteso come generico addetto professionale all’informazione, al di là di qualunque inquadramento corporativo) si restringe, in parte perché sostituito da un diffuso fai-da-te nel reperimento e nella digestione delle notizie, in parte perché il lettore medio si sta estinguendo ed è sempre più complicato confezionare un prodotto generalista. Si estende, in compenso, lo spazio del giornalista (o di chi per lui, intendiamoci sui termini), il quale torna utile – se non necessario – nelle mille nuove situazioni in cui sono richieste sintesi, competenza consolidata, verifica accurata delle fonti, velocità e qualità nella confezione. Questo è un vecchio pallino, che mi porto dietro dal 1998: la testata si disgrega, ma il giornalista resta.

Dove torno improvvisamente a bomba. Obama, controllando un canale di comunicazione diretto coi cittadini, può fare la storia dell’amministrazione pubblica, ma può anche scadere nella più bieca demagogia. Davvero? Non mi metto nemmeno a discutere di quanto, poco o tanto che sia, la mia categoria abbia fatto negli ultimi decenni per evitare gli eccessi di propaganda dei regnanti di mezzo mondo, perché è una questione che credo ci porterebbe di molto fuori strada. Il punto, secondo me, è altrove. Il garante tra Obama e il cittadino americano iscritto alla sua mailing list o al social network della Casa Bianca secondo me esiste ed è il cittadino stesso in quando parte di una comunità di suoi pari inserita in un ecosistema ricco di punti di vista (Giuseppe, in proposito, ha avuto in passato efficaci argomenti). La Casa Bianca, per quanta forza mediatica non filtrata possa riuscire a sviluppare sui media digitali, sarà sempre una tra le tante fonti digerite dalla comunità attiva e interconnessa a cui si rivolge. Isole di fanatici acritici esisteranno domani, come del resto esistono oggi pur con tutti i guardiani del potere che tradizione vuole. Dalle stelle alle stalle: che cos’è successo nel momento in cui Beppe Grillo da inaspettato profeta della libertà digitale s’è trasformato, come molti temevano, in una parodia di capopopolo? Che nel giro di pochi mesi una consistente fetta dei suoi ammiratori più attenti l’ha lasciato andare per la sua strada, deluso dai non detti, dalle cause eclatanti ma avventate, dalla comunicazione unidirezionale. Il re è quanto meno poco vestito e il suo popolo, che oggi sarà meno garantito ma in compenso ha una coscienza più distribuita che in passato, se n’è accorto piuttosto in fretta.

Di dove rivaluto l’intelligenza individuale e sociale. Io credo che se il problema esiste – e come nota giustamente Mario non possiamo escluderlo a priori, limitandoci a immaginare che la tecnologia sia buona di per sé – la soluzione non sta nella costruzione di nuove sovrastrutture, ma semmai nel suo opposto. Forse i tempi sono maturi per smettere di ritenere imprescindibili forme aggiornate di balia sociale, che peraltro negli ultimi anni non ci ha risparmiato i peggio scempi politici ed economici, e iniziare invece a scommettere sull’intelligenza individuale e della società nel suo complesso. A cominciare proprio dai mezzi di comunicazione di massa, che se fossero davvero preoccupati delle sorti della loro audience potrebbero piuttosto cominciare a divulgare un po’ di sana cultura digitale e veicolare i primi, fondamentali anticorpi per sopravvivere alle inevitabili storture che qualunque medium porta con sé.

Di dove sbraco citando Facebook. Un banco di prova l’abbiamo avuto negli ultimi mesi con Facebook. Milioni di persone finora impermeabili a qualunque entusiasmo digitale, e parlo per esperienza, si sono gettati senza remore nella mischia diventando da un giorno all’altro i più instancabili tra i dispensatori di link, foto, entusiasmi passeggeri e intime malinconie. Un gioioso e salutare branco di parvenu, che a suo modo sta ridisegnando gli equilibri del social networking. Bene: abbiamo visto di tutto, dai gruppi di sostegno alla mafia alle petizioni razziste, dalle goffaggini degli Obama de noaltri alle vibranti proteste contro il villano di turno. Ma al di là di un po’ di sana caciara, nulla ha ancora spopolato in modo dissennato (neppure il gruppo Scommetto di poter trovare 1.000.000 di utenti che odiano Silvio Berlusconi, fermo dieci volte più lontano dall’obiettivo, ed è tutto dire).

So what? Io credo che chi voleva farsi prendere in giro dal potere (e dai media e dalle aziende eccetera) ha lasciato che questo accadesse già ai tempi dei tradizionalissimi cani da guardia “1.0” della democrazia. Così come chi ritene che la parola di un presidente degli Stati Uniti (e di un amministratore delegato e di un editorialista eccetera) sia solo una delle verità possibili, e nemmeno la più disinteressata delle verità, probabilmente continuerà a incrociare le proprie fonti e a farsi un’idea personale della situazione. Gli ingenui continueranno a farsi prendere in giro, i più smaliziati no. Poiché ho la sensazione che nella maggior parte delle occasioni abbiano fin qui prevalso gli ingenui, non credo che la situazione potrà peggiorare poi di tanto. La differenza, secondo me sostanziale, è che la società nel suo complesso sarà comunque più forte, risvegliata nella sua dimensione attiva e interconnessa da un intreccio di legami forti e deboli. Condivido l’idea che in tutto questo i giornalisti debbano avere ancora un ruolo fondamentale: questa volta non più per difendere il cittadino, ma per armarlo e spronarlo a combattere la battaglia di cui avrebbe dovuto essere sempre il protagonista.

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26 pensieri su “La reintermediazione della disintermediazione”

  1. La tua è un’analisi molto lucida e disincantata. La rete oggi offre molta libertà nel costruire palinsesti personali, ma una maggiore liberta impone anche una maggiore responsabilità e lo sviluppo di una coscienza critica. Un ruolo importante dovrebbe averlo la scuola, punto di partenza per insegnare a leggere criticamente le notizie, metterle a confronto e farsi una propria opinione. Se ci si accosta alla rete in modo acritico non si può attribuirle delle responsabilità che oggettivamente non ha. La rete è quello che noi vogliamo che sia.

  2. bello e giusto quello che scrivi ma io penso che qui dentro, che sfrutti questo mezzo per le sue effettive potenzialità -attuali, intendiamoci-, ci sia ancora solo un’elite di persone; spero non occorra ancora molto tempo perchè si raggiunga la massa critica che permetta un prorompente sviluppo di nuove coscienze ad ogni livello

  3. @Maurizio Goetz, sul ruolo della scuola sfondi una porta aperta, sono d’accordo. E anche sulla responsabilità. Però sono abbastanza ottimista, tutto sommato. Se così non fosse, non saremmo davanti ai cambiamenti straordinari a cui stiamo assistendo.

    @marchino, condivido la speranza sulla massa critica, naturalmente. Ma quella delle élite e del divide digitale/culturale è un’obiezione che non mi convince più. Mi sembra sia diventato un alibi per temporeggiare. Seppure in due contesti completamente diversi, ne ho avuto la conferma cin l’elezione di Obama (non l’elezione in sé, ma tutto ciò che l’ha preceduta) e con il boom di Facebook. Tante storie sulle disomogeneità nelle opportunità (innegabili), ma quando poi gruppi sostanziosi di persone finora escluse (per limiti strutturali, economici o di motivazioni) hanno trovato una causa forte in cui credere in America) o per cazzeggiare allegramente (su Facebook), hanno buttato il cuore oltre ogni ostacolo. Questo non significa che non si debba investire in tecnologia e in divulgazione. Ma più che mai credo che andare avanti sia il modo migliore per raggiungere più in fretta la massa critica.

  4. Mi riesce difficile risponderti in maniera sensata per la complessità dell’argomento (che ha risvegliato in me tutte le cose studiate in sociologia della comunicazione) ma cercherò di dare un contibuto.
    Torno da poco dalla manifestazione a piazza Farnese per le famiglie delle vittime della mafia (in quanti lo sapevano? E forse già ho risposto…) dove l’appello è stato di diffondere ciò che si è visto è sentito lì tramite internet perché la tv molto probabilmente avrebbe taciuto.
    Uno che usa molto la comunicazione disintermediata (grazie al supporto dei Casaleggio) è Tonino DiPietro, presente anche lui con la sua claque, pronta a sventolare le bandiere ad ogni minimo accenno. Lo sventolio delle bandiere è avvenuto nonostante gli appelli dei membri dell’associazione avessero esplicitamente richiesto di tenerle basse ed i sodali facevano un gran lavoro, come tante formichine, per rendere visibile il brand del loro leader. Tutto questo perché c’era la signora tv ad inquadrare il tutto.
    Cosa voglio dire? Semplice, la dipendenza dalla tv è ancora alta e ciò che fanno le persone con internet non è detto che si riverberi sulla realtà (e di questo ho avuto conferma dalle parole di Bauman).
    Quelle persone che erano lì contro la mafia stavano a loro volta mettendo in scena un atteggiamento mafioso (inserendo subdolamentee le bandiere del partito tra quelle dell’Italia, le uniche che avrebbero dovuto essere sollevate), cercando di apportare un vantaggio al loro partito prima ancora di sentirsi cittadini liberi e spogli da ogni appartenenza.
    Se non si sanano queste idiosincrasie persino l’attivismo in rete torna inutile, perché, poi, nella realtà i comportamenti sono diversi.
    E non c’è intermediazione o disintermediazione che tenga.

  5. La Rete grazie (o per colpa di…) a Facebook sta diventando autoreferenziale: non ternta più di ‘mirare’ la realtà, si ‘ammira’.
    Dopotutto ‘mirror’ vuol dire specchio.

  6. @Jose, sapevo della manifestazione e già immaginavo le scene che dici anche solo a leggere il post a blog quasi unificati con cui i due alfieri della scuderia Casaleggio (Grillo e Di Pietro, appunto) l’hanno rilanciata anche stamattina in rete. Capisco la tua delusione. Ma io sono ottimista: credo che questo genere di appartenenza politica, così vecchia nella forma e nella sostanza, sarà una delle tante mediazioni di cui un giorno, forse prima di quanto ci aspettiamo, non sentiremo la mancanza.

  7. @luciano bubbola, non sono d’accordo. Prima lo si diceva dei blog, e altrettanto miope era la conclusione. A modo suo, sebbene mi costi un po’ dirlo, visto che non amo troppo lo strumento, sta facendo più Facebook per la società e la cultura digitale che quasi tutto ciò che è stato prima.

  8. No, Sergio non sono deluso ma disilluso. Con ciò non voglio dire che mi arrendo nelle mie battaglie. Anzi, frequentare le manifestazioni mi serve a capire quali sono i modi migliori per approcciare alle persone e/o capire casa pensano/vogliono/credono (o credono di pensare/pensano di credere :D).
    Poi su Facebook e blog applico le mie strategie tartassando tutti 😛
    Rispondo anche io a Luciano. Penso che in parte ci sia gente che si ammira ma è comunque gente che da poco utilizza in maniera massiccia la rete (per colpa di o grazie a Facebook).
    La cosa buona di Facebook è che chi vuole passare messaggi importanti e positivi può farlo sfruttando anche il condizionamento sociale dovuto al fatto che ciò che si condivide è pubblico e quindi è necessaria una reazione (mi dirai che se una cosa la si vuole ignorare lo si fa e basta ma non è sempre così).
    I lati negativi di Facebook sono infiniti(sia onsite che offsite) ed anche il condizionamento sociale di cui parlavo sopra lo è perché scatena atteggiamente incoerenti.
    Per una lunga serie di ragioni in Italia abbiamo imparato e dobbiamo imparare a prendere il buono di ogni cosa, e cercare con le nostre forze di farlo emergere a discapito dei lati negativi.

  9. Pingback: Librishop
  10. @ Sergio e Jose,
    le Vostre analisi sono puntuali e, in larga parte condivisibili, rimango solo perplesso sul fatto che noi Italiani dobbiamo accettare quel po’ di buono (e valido) presente in ogni cosa: si tratta, a parare mio, non di relativismo positivo e costruttivo, ma di pericolosa accettazione del ‘parziale’, inteso come unica categoria rimasta alla libertà di pensiero… sempre che non accettiamo anche di farci ‘orientare’ (come ha recentemente affermato Lucia Annunziata) nelle opinioni e nei pensieri.
    A quando la ‘maggior età’ per i cittadini italiani?
    Saluti
    Luciano Bubbola

  11. Bel post. La necessità di avere una mediazione non è propria di questa elite della quale parliamo? Non parlo solo della differenza tra chi già abita la Rete ed i suoi nuovi inquilini.
    In fondo: solo il 20% della popolazione mondiale è connessa ad Internet (e dunque, tra di loro). Si spinge per allargare questa fetta, fare massa critica, divulgare e diminuire il digital divide: siamo così sicuri però che tutti gli altri vogliano davvero connettersi?

    Pur non volendo “scadere” nel monitorare l’attività della nuova amministrazione americana (si potrebbero citare le richieste di Brunetta su Facebook, i video della Gelmini su YouTube con le materie d’esame) resta importante il diverso aproccio nei confronti degli strumenti: il blog di The White House è quasi una rassegna stampa, chiuso ai commenti, molto formale.
    L’agenda settimanale (che è possibile anche scaricare) di Obama che si distribuisce attraverso YouTube invece annulla questo concetto di distanza mentre Usa.gov mi sembra un ottimo esempio di sito vicino ai cittadini per la quantità di informazioni messe a disposizione (in tutte le salse, addirittura i widget!).

    Il tuo discorso mi piace ma è molto complesso, ci vorrebbero pagine di riflessione specie riguardo il ruolo dell’informazione: credo però sia interessante più mettersi dalla parte delle persone analizzando le ragioni dei troppo fessi e dei dentetori della realtà,il loro scontrarsi comunque su di un terreno comune pur provenendo da realtà diverse. O, in alcuni casi, da spazi e contesti che sembrano lontani dalla realtà.

  12. @Dario Salvelli, il “volersi connettere” secondo me è un falso problema che sarà superato con naturalezza in tempi relativamente brevi. Evidentemente nessuno sarà mai costretto, come non credo nessuno sia mai stato costretto ad avere l’energia elettrica in casa. Però senza energia elettrica non hai il frigorifero, la lavatrice, la televisione, la lampadina: possiamo farne senza, ma quanti nel 2009 concepiscono di privarsene? Altrettanto normale e “invisibile” credo sia destinata a diventare quella sovrastruttura ancora costosa e complicata che oggi chiamiamo internet.

    Quanto a Obama, evidentemente qui stavamo esasperando una tendenza, più che facendo le pulci al singolo sito. Gli articoli che cito all’inizio hanno riferimenti più precisi, soprattutto riguardo alle problematiche della mailing list e del programma Organizing for America – che formalmente non sono e non possono essere iniziative direttamente gestite dalla Casa Bianca.

  13. Sergio, mi fa riflettere il “so what” finale. Credo che sia importante chiarire che la mediazione c’e’ sempre, sia nei media tradizionali che nei media digitali, ma che il funzionamento e le logiche di mediazione possono essere diverse (politiche, economiche, speculative…) e che quindi la responsabilità della selezione e della validazione delle informazioni e delle fonti rimane individuale. Questo mi sembra un punto importante, ma spesso dato per scontato: esistono sempre le persone di buona volontà, le persone con il neurone acceso, le persone intellettualmente oneste e curiose, ma noto che la sfiducia nei confronti di certo giornalismo si accompagna molto spesso a fiducia eccessiva nell’opinione “disinteressata” dei motori di ricerca. Voglio essere ottimista, ma c’e’ tanto da lavorare, perchè tanta responsabilità viene messa sulle spalle dei lettori.

  14. @Paola Dubini, di certo non sarà un passaggio facile per nessuno. Concordo sul lavoro da fare e sulla responsabilità che richiede da parte di tutti. Gli algoritmi disinteressati dei motori di ricerca sono un altro paio di maniche, benché certamente questione contigua e importantissima. Vero anche che una mediazione esisterà sempre: quando parliamo di disintermediazione ci riferiamo in realtà alla possibilità di rimuovere buona parte delle sovrastrutture accumulate negli anni sulla semplicità delle relazioni umane.

  15. non solo il giornalista (in senso lato, ovvio) resta, sergio, ma e’ vieppiu’ importante la sua professionalita’ per, appunto, offire “sintesi, competenza consolidata, verifica accurata delle fonti, velocità e qualità nella confezione”

    in tal senso e’ bene sottolineare come l’uso sempre piu’ orizzontale di internet e la scalata online-offline di obama, con tutte le sue mille diramazioni ben ribadite sopra, abbia ormai messo la parola fine alle false dicotomie tra blogger, citizen-journalist e giornalismo professioniale che giravano tempo fa

    accanto allo “sprone” in tal senso, altrettanto cruciale e’ spingere il “glocale”, ponti continui tra il locale e il globale, che solo l’intelligenza collettiva della rete puo’ garantire – al pari della semrpe piu’ necessaria funzione di ‘controllo’ rispetto a queste spinte potenzialmente riduttive della cyber-presidenza di obama di cui parliamo qui

    c’e’ speranza, insomma, come anche strumenti ed esperienze positive, da una parte e dall’altra dell’oceano 😉

  16. secondo me, il problema non si pone: da un lato cè una disintermediazione (Obama che usa YouTube) ma da un lato c’è una moltiplicazione dei mass media e delle mediazioni. Tanto per fare un esempio stupido: il presidente italiano dal 1949 entra nelle nostre case senza mediazioni il 31 dicembre di ogni anno; ma la maggioranza non vede/ascolta il discorso e molti si affidano alle mediazioni (tg/gr/giornale). Stessa cosa succederà con Obama: può parlare tutto il giorno su YouTube ma (secondo me) le persone continueranno a cercare dei commenti e delle opinioni

  17. Ho letto con molta attenzione il post e i commenti e la mia opinioni che internet mette a disposizione di tutti TUTTA l’informazione, ma diventa sempre più difficile conoscere la VERITA. L’informazione anche su internet, su youtube etc.. viene spesso manipolata da un’elite (come diceva °marchino° in un commento qui sopra). Resta però un dato di fatto importantissimo che oggi giorno possiamo creare una comunicazione dal °basso° e darle un effetto virale.

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