Appunti da Perugia (2)

Luoghi comuni riguardo a internet che mi piacerebbe si estinguessero entro il 2010: la velocità della rete, i navigatori vanno di fretta, la superficialità dei blog, i blog sono/non sono una nuova forma di giornalismo, la non competitività dei blog in fatto di numeri e traffico, il problema dell’information overload.

Se riducessimo il grado di maturità medio dei giornalisti (italiani) rispetto ai processi di rete a una percentuale, io mi immaginavo fossimo arrivati un po’ oltre al 30%. Dopo tre giorni a Perugia riaggiorno la percentuale a un 5% scarso. Lo considero il fallimento di una corporazione che non è più capace di vivere il proprio tempo, ma anche quello di una generazione di divulgatori ed early adopter.

Non è più necessariamente meglio che lavorare. Non mi spiegavo gli scarsi risultati ottenuti fin qui dal giornalismo italiano su internet, nonostante la presenza di alcune professionalità eccellenti. Dopo aver seguito le prime sessioni dedicate ai new media concludo che in realtà il giornalista medio semplicemente non ha voglia. Aveva il suo lavoro, gli bastava quello. A qualcuno tocca fare il giornale online, ma il più delle volte non ha la motivazione, il talento, l’elasticità mentale. Qualuno coglie l’occasione per rimettersi a studiare, ma spesso studia le cose sbagliate oppure capisce proprio male. Chi ha le idee, il talento, la voglia, l’elasticità non è quasi mai nel posto giusto al momento giusto, oppure resta proprio fuori dal sistema. Oggi l’innovazione deve arrivare da fuori, all’esterno dei grandi gruppi editoriali, dove però non ci sono i soldi per costruire modelli che superino la buona volontà delle intenzioni e l’amatorialità dei mezzi.

Un’altra auto-giustificazione che i giornalisti mainstream danno alla loro scarsa reattività, venuta fuori qua e là, è l’idea di trovarsi nel pieno di una fase di transizione, in cui è chiaro quello che non funziona più ma non è ancora chiaro che cosa funzionerà, e tanto vale aspettare. Mentre negli Stati Uniti e in mezzo mondo si stringono i denti e si sperimenta, qui si aspetta. Se e quando qualcosa funzionerà, magari copieremo. Male, come spesso accade.

Ancora più dei vecchi baroni fossilizzati sulla nostaglia del giornale degli anni Settanta e Ottanta, mi fanno impressione i giovani aspiranti giornalisti. Entusiasti, molto attivi, pieni di iniziativa: una ventata salutare di entusiasmo ed energia. Ma nella maggior parte dei casi capaci di riconoscere un solo modello tradizionale di giornalismo e in prima fila quando si tratta di condannare senza pietà la superficialità della rete. Stolti: vi stanno ingannando, vi state facendo ingannare. Se volete lavorare in questo settore dovete abbandonare la nostalgia per il giornale della seconda metà del Novecento. Nel bene e nel male, non esiste più. Spiace un po’ anche a me, ma tocca farsene una ragione. E cominciare a riempire di senso le piattaforme del nostro tempo (sociali, di relazione, prima che di contenuto).

Il festival nel suo complesso è davvero notevole, sono molto colpito dall’efficienza, dalla cura dei particolari, dalla fluidità, con cui tutto procede pacificamente tra formale e informale. Gli organizzatori sono stati capaci di creare un contesto ricco e virtuoso, favorito anche dal catino del centro storico perugina, contenuto e ospitale. Tante persone, tanta partecipazione, molti stimoli. Forse la rassegna potrebbe trovare una dimensione ancora più attiva, mettendo a sistema tutte queste energie e provando a liberarle dalla classica impostazione del convegno. Tanto di cappello ad Arianna Ciccone, anima della festa, ma soprattutto inusuale esempio di organizzatore gioioso e (apparentemente) mai stressato.

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20 pensieri su “Appunti da Perugia (2)”

  1. ciao sono arianna mi piace questa idea di liberare le energie trovando un’alternativa alla forma dei convegni… come possiamo fare? Ci dai una mano? Grazie :)))

  2. @arianna, volentieri, mi faccio venire qualche idea concreta e ne parliamo. intanto complimenti e buona conclusione di festival, mi spiace non essermi potuto fermare più a lungo.

  3. “resta proprio fuori dal sistema”: scrivi bene, Sergio, perché c’è una generazione, anzi forse più di una, che il giornalismo online lo sta già facendo da un bel po’, sui famigerati network di nanopublishing o per editori e testate blasonate o altrove, in maniera semiindipendente ed è una realtà perlopiù avulsa da quella dei giornalisti che descrivi. Diversa per testa fortunatamente ma diversa anche per i pochi diritti, riconoscimenti e prospettive che hanno.

    nda

  4. La fotografia che tu fai la vedo anch’io dal di dentro il mondo dei cosiddetti “mainstream media”.
    Io credo che ci si debba dare la mano, sia quelli che stanno sul web sia quelli che stanno fuori, sia quelli (come me?) che hanno il piede in due staffe…
    Serve un impegno per la crescita culturale di una categoria fin troppo attaccata, sia dal basso che dall’alto. E non so se temere più l’una, l’altra o che l’una fomenti l’altra.
    Per questo credo e spero in un futuro del “giornalismo-giornalismo”, di quello che dà notizie. E nient’altro.

  5. Ciao Sergio, sono Eleonora. Ci siamo conosciuti al festival di Perugia. Sono la ragazza che ha scritto la tesi sul web 2.0 con Liguori. Mi discpiace quel giorno ero super di corsa che dovevo mandare un pezzo…Comunque ti ho mandato una mail con allegata la Tesi come mi avevi chiesto. Fammi sapere se l’hai ricevuta. Ciao e a presto.

  6. @nda, certo, mi riferivo anche alle situazioni che citi

    @andrea, condivido la tua speranza, abbiamo molto bisogno di giornalismo-giornalismo

    @eleonora, ricevuto, grazie! :)

  7. Ciao Sergio (a Perugia non ci siamo incrociati). I giornalisti in Italia aspettano che succeda qualcosa: vero. Gli editori mainstream hanno paura: vero. Nuovi editori aspettano da oltre oceano modelli di business credibili e finanziabili. Se guardi bene, è un contesto ricchissimo di opportunità per fare. Quando vuoi, piacerebbe molto anche a me parlare dell’alternativa ai convegni. A presto.

  8. Giusto per sentirmi libero resto anonimo (ma l’email è quello mio).

    Venerdì abbiamo fatto una conferenza stampa di presentazione del Master che con un anglismo chiamiamo “Master in citizen journalism” nell’Università dove lavoro.

    Le testate locali sono venute tutte (c’era il rinfresco). Ma non hanno capito di cosa si parlava. Proprio non lo hanno capito. Non che fosse difficile ma se sono intellettivamente inabili e sono stati tutti messi lì per cooptazione politica cosa puoi aspettarti?

    Uno lo abbiamo beccato con due tartine in una mano ed un prosecchino nell’altra dire ad un’altra che non aveva capito il motivo della conferenza stampa.

    E infatti il giorno dopo il Master non veniva nominato (incredibile per una conferenza stampa fatta per quello, con tanto di invito che diceva “presentazione del Master in…”) e di me, che avevo fatto l’intervento introduttivo si diceva: “il professor Diego Maradona ha ricordato che nell’università si fa ricerca”.

    Alzo le mani, mi arrendo, chiudo il sito. No future!

  9. Sono arrivata agli “appunti da Perugia” da Manteblog. Ti riporto dunque il mio commento: hai colto nel segno quando scrivi “Chi ha le idee, il talento, la voglia, l’elasticità non è quasi mai nel posto giusto al momento giusto, oppure resta proprio fuori dal sistema.”
    Credo che anche in Italia ci siano le persone con le idee, il talento e tutto il resto, semplicemente non vengono valorizzate.

    Aggiungo che non credo ad una Rete “superficiale”, superficiale è spesso l’atteggiamento mentale di coloro che l’approcciano con “lo sguardo luttuoso verso il cambiamento”.
    Dal punto di vista della comunicazione, la Rete è un media che non “media”: le idee e le informazioni, sono in contatto diretto, immediato ed in tempo reale. Quest’ultima caratteristica è ormai un elemento imprescindibile della comunicazione. Ne risentono i mezzi più “lenti”, quotidiani e riviste, perchè, nel momento in cui vengono distribuiti, consegnano notizie già superate. Ognuno cerca l’informazione “personalizzata”, quella più congeniale, nel momento che lo desidera, cercando un’idea di condivisione, che è alla base dei nuovi mezzi di comunicazione, anche se non molti se ne sono ancora resi conto.
    Inoltre si riscontra sulla rete l’avvicinarsi dei metodi educativi e di crescita a quello della partecipazione ai nuovi media, come i blog; ho visitato molti blog…un mondo tutto da scoprire. I migliori dovrebbero essere quelli dei giornalisti: non è detto, perchè alcuni di loro li vedono come una minaccia all’informazione tradizionale… Ad un mio intervento di ottobre su Zetavu di Vittorio Zambardino, alla domanda (provocatoria) “Quanti blog ci saranno ancora fra sei mesi?” ho risposto “Un numero superiore rispetto a quelli attuali”.

    Grazie per lo spazio e mi scuso per averne preso forse troppo e grazie per il report, sintetico e di grande interesse, a presto
    Grazia

  10. (from sergiomaistrello via manteblog, in Italian)

    […] Avevo avuto la stessa impressione qualche tempo fa, sia pur con qualche eccezione significativa. […]

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