Fargli un monumento

Ma io mi ostino a pensare che questa protesta, geniale e coinvolgente, degli studenti che si prendono i luoghi simbolo d’Italia non sia tanto contro questa riforma e contro questo governo. Quelli sono il pretesto, la notizia buona per i titoli del tg. La scintilla che innesca. Mi piace invece pensare che stiano protestando per lo sfascio, per l’arroganza, per il cinismo, per la miopia che gli ultimi venti o trent’anni di storia italiana, con governi di ogni colore, hanno riservato loro. Per lo stato in cui è ridotto l’intero sistema della formazione nazionale, per la precarietà degli edifici, per la prostrazione degli insegnanti, per la tristezza delle ultime riserve di potere, per il tedio dell’ennesima riforma che sai già destinata a impoverire ancora. Per lo spettacolo disonorevole di questi anni. Mi piace pensare che questi esuberanti giovanotti abbiano trovato il coraggio, la motivazione e l’intuizione per fare quello che noi ex-studenti sfuggiti per un soffio al collasso, noi genitori che portiamo a scuola la carta igienica per i nostri figli, noi adulti tramortiti al pensiero dell’eroismo quotidiano che ci sarebbe richiesto, non siamo stati capaci di fare: ritrovare dignità, alzare la voce, riprenderci – almeno simbolicamente – ciò che ci spetta. Per questo trovo quei monumenti occupati un’immagine potente come non se ne vedevano da anni. Per questo auguro a tutti noi che non si stanchino o non siano distratti troppo presto. E per questo, come altri in queste ore, penso che su quei monumenti dovremmo esserci anche noi.

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10 pensieri su “Fargli un monumento”

  1. Forse se la protesta fosse “per” e non “contro”, e non per partito preso, su quei tetti parecchi di noi vegliardi ci sarebbero saliti. Anche quelli più arrugginiti che hanno perso l’agilità dei vent’anni avrebbero fatto uno sforzo, magari rischiando il colpo della strega (anche solo in senso politico). Ma troppi gli slogan già sentiti, troppo forte la sensazione che tutto si riduca alla difesa (dall’altro verso il basso o viceversa) di diritti consolidati o pretese di nuovi diritti, ma comunque senza realismo e senza accettare doveri.

  2. @Alessandro, gli studenti fanno gli studenti. Noi (quanto meno io, benché poco incline per indole alle barricate) non eravamo meglio. Sono d’accordo che questi tempi richiedano più che mai il pensare per e non contro. Ma a me ha colpito il salto di simbologia, in questo caso: non si sono presi la loro scuola o università, si son presi l’Italia. E non basta, non è così semplice, forse non sanno nemmeno che cosa stanno davvero difendendo, d’accordo, ma io l’ho trovato un guizzo sostanziale. Poi se c’è qualcosa di più di una buona idea di comunicazione lo vedremo. Intanto da soli han fatto forse di più di quanto negli ultimi cinque anni sia stata capace di fare la società civile nel suo insieme di fronte allo scempio della dignità della nostra democrazia.

  3. Sul “salto di simbologia” concordo con te. Se la cosa sia frutto di scelta consapevole e strategica (il che sarebbe già un buon segno) non saprei proprio dirti. Quello che so con certezza è che “ai miei tempi” dentro l’università c’era molto meno e fuori non c’era nulla, men che meno internet, e studiare era immensamente più difficile perchè i mezzi a disposizione (a partire dagli spazi fisici e le attrezzature sino alle fonti di informazione) erano infinitaemnte inferiori e meno accessibili. Voglio sperare, devo sperare, che con tutto ciò che oggi è a portata di mano, anche gli studenti facciano meglio “il loro mestiere”. A cominciare dal portare proposte strutturate e non demagogiche sui tavoli e nelle sedi opportune.

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