Il blog di Sergio Maistrello dal 2003
Davanti al computer con Giorgio
- LOCATED IN Vivo
Qualche giorno fa mio figlio Giorgio, che ha sette anni e va in seconda elementare, è tornato a casa eccitato perché a scuola era stato nell’aula di informatica e la maestra gli aveva spiegato che cos’è, com’è fatto e da dove viene il computer. L’hanno presa un po’ classica – unità centrale, tastiera, mouse, schermo, stampante, videoscrittura – ma ha fatto subito breccia nella sua immaginazione.
Giorgio mi ha sempre visto lavorare su computer, tablet e smartphone, ma finora non ha manifestato in modo evidente i comportamenti precoci che si è soliti attribuire ai nativi digitali. Il suo unico interesse ricorrente sono stati i giochi e le applicazioni ludiche dell’iPhone di sua madre, quando sta con i suoi amici e perché li vede usare ai suoi amici. Io finora non ho promosso alcuna interazione con questi strumenti che non nascesse da una sua richiesta e dal suo percorso di scoperta del mondo.
Quel giorno Giorgio ha unito vari puntini isolati negli anni e ha capito che il pc di suo padre e di suo nonno gli potevano servire, oltre che per vedere cartoni animati a richiesta, per fare delle cose. Per creare lui, prima che per godere delle creazioni altrui. Così quello stesso pomeriggio ha scritto frasi, ha stampato su carta e poi ha mostrato orgoglioso a tutti il risultato. Visto l’improvviso entusiasmo, nei giorni seguenti gli ho proposto di continuare i suoi esperimenti su un vecchio iBook che non ero mai riuscito a dare via e che stava vivendo la sua obsolescenza programmata nell’imballo originale. In un certo senso lo tenevo lì per lui, e lui ne è stato felice.
Dopo aver preso le misure, Giorgio si è chiesto che cosa poteva farne, che cosa poteva scrivere. Gli ho suggerito che invece di scrivere qualcosa, poteva scrivere a qualcuno. Anzi, poiché gli era appena nata l’urgenza di chiedere un’informazione a una persona che non avrebbe incontrato presto di persona, gli ho spiegato che poteva mandargli un messaggio di posta elettronica. La prospettiva l’ha ulteriormente appassionato e in un paio d’ore aveva il suo primo indirizzo email, la prima password da ricordare e un messaggio nella casella della posta inviata. È stato un gran pomeriggio, altroché. Che è proseguito, nei ritagli di tempo dei giorni seguenti, e ha generato nuove conversazioni in rete con amici e parenti lontani.
Riflettevo stasera su quello che sto facendo con Giorgio. Cercavo di guardare questa esperienza con gli occhi di un settenne e di provare a decodificare l’affastellamento di stimoli, le azioni che gli venivano semplici e quelle che invece lo mettevano in difficoltà. Mettevo in discussione la piega che ha preso per me l’accompagnarlo in questa scoperta. Per noi è stato così diverso, ci siamo cresciuti dentro poco alla volta, molto lentamente. Per loro lo stato dell’arte sono aggeggi che stanno in tasca, che si toccano e che hanno imparato a nascondere buona parte della loro complessità, facendoti fare cose complicate senza preoccuparti di che cosa succede sotto quello schermo. Discussioni che, tra genitori nerd, abbiamo già fatto molte volte, esaminandone i pro e i contro.
Alla fine ho capito che stavo impostando male il mio ragionamento. Perché, più o meno consapevolmente, io non stavo già più insegnando a mio figlio a usare il computer. A capire come funziona il computer. Quello verrà da sé, un po’ per volta, assecondando curiosità e opportunità, con me o a scuola o con gli amici geek. In realtà in questi giorni noi due stiamo già facendo tutt’altro: stiamo imparando insieme a costruire e ad estendere la sua rete di relazioni, solo in un modo diverso da quelli che già conosceva. Non lo strumento, ma l’azione sociale. Non tecnologia, ma cultura e umanità. Non il computer: le relazioni.
Che poi è lo stesso scarto mentale che è chiamata a fare la nostra società, e intorno al quale s’è aggrovigliato in questi anni il mio lavoro. Solo che questa sera, grazie a Giorgio, ci sono arrivato attraverso un sentiero nuovo.
Che sia un viaggio d’incanti, Giuliana
- LOCATED IN Ricordo
| Nô che i sin stâts laris di cjariesis, sassins di bausiis, presonîrs di svui, plens di fan di peraulis, cjocs di avignî. Nô, che i vin passât la vite scoltant l’aiar, il cîl, il sunsûr dal timp. Nô, che i vin ingropât il cûr intor di une niule, la anime intor de lune, lis mans intor dal lusôr. Nô, ancjemò no vin pierdût il jessi sium e vele aghe e burlaç bore e cinise baraç e prât. Nô, ultins cingars ultins cjaradôrs ultins contesflocjis. Nô, cumò, ultins sotans di incjants. (Giuliana Pellegrini, Nô…, 2007) |
Noi, che siamo stati ladri di ciliegie, assassini di bugie, prigionieri di voli, affamati di parole, ubriachi di avvenire. Noi, che abbiamo passato la vita ascoltando il vento, il cielo, il rumore del tempo. Noi, che abbiamo annodato il cuore attorno a una nuvola, l’anima attorno alla luna, le mani attorno alla luce. Noi, ancora non abbiamo perso l’essere sogno e vela acqua e tempesta tizzone e cenere rovo e prato. Noi, ultimi zingari ultimi carrettieri ultimi ciarlatani. Noi, ora, ultimi schiavi di incanti
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Giuliana Pellegrini, anima colma di severo splendore, grazie per la bellezza e per le premure. Mi lasci molti più sorrisi di quanti sia riuscito a restituirti. È stato un privilegio, oltre che un inaspettato regalo del caso, conoscerti. I miei pensieri accompagnano questo tuo nuovo viaggio incantato.
Marco e il sapore buono delle persone scoperte un pochettino alla volta.
Marco sbruffone che nascondeva un’umanità grande, umile, generosa.
Marco e quell’abbraccio forte con gli occhi lucidi alla fine di State of the Net 2012.
Marco e questa tristezza improvvisa e mascalzona, che non rende giustizia alla gioia di vivere che ha sempre portato con sé.
Grazie Marco, è stato un privilegio.
La miglior definizione di giornalismo, per come lo avverto, lo vivo e provo a raccontarlo in questi anni di transizione:
Journalism is not content. It is not a noun. It need not be a profession or an industry. It is not the province of a guild. It is not a scarcity to be controlled. It no longer happens in newsrooms. It is no longer confined to narrative form.
So then what the hell is journalism?
It is a service. It is a service whose end, again, is an informed public. For my entrepreneurial journalism students, I give them a broad umbrella of a definition: Journalism helps communities organize their knowledge so they can better organize themselves.
Jeff Jarvis, There are no journalists
Tutto State of the Net 2013
- LOCATED IN Organizzo
Quest’anno State of the Net è stata un’esperienza così intensa che non ne ho nemmeno lasciato traccia qui, ancora. Lo faccio oggi che tutti gli interventi possono essere rivisti integralmente. Per appuntarmi soprattutto la sensazione di arricchimento e di crescita umana e professionale che quest’avventura, nata quasi per caso più di cinque anni fa, mi sta regalando anno dopo anno. Grazie a tutti coloro che hanno dato un’anima a SotN13.
Che cosa ho detto a Perugia
- LOCATED IN Parlo
Sul fact checking vedi anche: Fact checking, una visione d’insieme.
Sull’informazione iperlocale: In cerca di metodo, conoscenza, validazione.
Appunti da IJF 2013
- LOCATED IN Partecipo
Mi porto a casa dai cinque giorni del festival del giornalismo di Perugia due sensazioni forti. La prima è che nel corso di un anno sia aumentata esponenzialmente la consapevolezza della profondità del cambiamento in atto, e che tuttavia a tale consapevolezza non corrisponda ancora alcun progresso sostanziale nelle forme e nelle pratiche del giornalismo (italiano). Sembra sempre tutto uguale a se stesso, pur non essendo affatto uguale: chi sta provando a innovare non ha le risorse per farlo in modo significativo, chi ha le risorse non ha il coraggio di lanciare il cuore oltre l’ostacolo. Il nodo restano gli editori e le strategie di riconversione di un’industria che non può più essere industria. In questo senso il festival di Perugia è destinato per ora a essere il nostro giorno della marmotta professionale, ironizzava qualcuno ieri.
La seconda: nella sensibilità media del giornalista italiano mi pare resti intatto l’apartheid funzionale che separa i giornalisti dai cittadini, questi ultimi considerati ancora pubblico, lettori, utenti. Si rivendica, a ragione, il professionismo nell’approccio all’informazione, ma si coglie a stento la conseguenza della rete nella genesi e nella vita della notizia. I giornalisti, perfino le leve più giovani, si considerano ancora parte di un’entità a sé che immette informazione nella rete, non parte attiva della rete. Sembra una differenza da poco, è invece il nodo della questione: non ci sarà giornalismo se non in mezzo alle persone, con le persone, in quanto persone. Non cambia soltanto la distribuzione, ma il processo nel suo complesso. E in profondità. Il giornalismo rinasce e prospera soltanto se torna a essere sistema nervoso della società, non soltanto il suo specchio.
Per chi non c’era, ma anche per chi c’era e come me ha dovuto fare scelte sofferte tra le decine di appuntamenti simultanei, segnalo le centinaia di ore di registrazione già disponibili su YouTube. Per iniziare, consiglio vivamente a chiunque sia interessato agli studi di rete la bellissima discussione tra Antonio Spadaro, Paul Tighe, Luca De Biase e Mario Tedeschini Lalli sul rapporto tra teologia e rivoluzione digitale, che ha offerto chiavi di lettura per nulla scontate e decisamente stimolanti sulla società in rete, sull’umanità condivisa e sul rapporto tra organizzazioni complesse e dinamiche di rete.
(E un grazie speciale ad Arianna Ciccone e Chris Potter, che insieme a tutti i volontari del festival mettono in piedi ogni anno una cosa bella e rara, in Italia.)
Al festival del giornalismo di Perugia
- LOCATED IN Segnalo
Da mercoledì a domenica mi trasferisco a Perugia per il Festival internazionale del giornalismo, abitudine ormai imprescindibile per fare il punto sulle trasformazioni della nostra professione e scoprire esperienze e pratiche innovative. Io vado soprattutto ad ascoltare e incontrare colleghi vecchi e nuovi. Parteciperò comunque in alcuni appuntamenti del fittissimo programma:
- giovedì 25 aprile alle 12 parliamo di esperienze italiane di fact checking con Nicola Bruno (effecinque), Simonetta Pattuglia (Università di Roma Tor Vergata, coordinatrice del gruppo di lavoro che ha curato i fact check in tempo reale per SkyTg24), Alexios Mantzarlis (Pagella Politica) e Matteo Agnoletto (fondatore de Il Politicometro)
- giovedì 25 aprile alle 16 modero l’incontro dedicato alle notizie iperlocali, a cui partecipano Andrea Iannuzzi (direttore di Agl, agenzia centrale che serve i giornali locali del gruppo Espresso/Repubblica), Charlie Beckett (direttore di Polis) e Steve Buttry (editor di Digital First Media)
- sabato 27 aprile alle 15.30, infine, introduco la presentazione di Anthony De Rosa sull’impatto delle notizie nelle reti sociali, organizzato dal gruppo italiano della Online News Association di cui faccio parte.
Fact checking, una visione d’insieme
- LOCATED IN Scrivo
Sta uscendo in questi giorni nelle principali librerie digitali il mio nuovo ebook dedicato al fact checking. Il fact checking non è altro che la verifica puntigliosa dei fatti, un rinforzo al metodo giornalistico, messo a punto negli Stati Uniti intorno al 1920 per migliorare l’accuratezza dei prodotti editoriali e poi progressivamente abbandonato nelle case editrici. Oggi il fact checking torna di attualità grazie alla moltiplicazione di servizi indipendenti specializzati nella verifica delle affermazioni dei politici (come Politifact in America o Pagella Politica in Italia), ma è interessante, e per questo me ne sono appassionato, soprattutto come proposta di metodo diffuso e collaborativo nel fragile ecosistema della rete, frontiera su cui una piattaforma come Factchecking di Fondazione Ahref è all’avanguardia.
Il libro fa parte della nuova collana digitale Sushi di Apogeo, dentro la quale si trovano anche titoli tra gli altri di Daniele Chieffi, Antonella Napolitano, Marco Massarotto, Alessandra Farabegoli. Il mio libro, in particolare, è disponibile in versione epub senza alcuna forma di Digital Right Management (nemmeno social Drm, per intenderci). Significa che può essere caricato sul proprio lettore digitale o prestato agli amici senza restrizioni particolari (discorso che non vale nel caso di Amazon/Kindle, Apple/iBooks e Mondadori/Kobo, perché le loro politiche commerciali impongono restrizioni alla circolazione).
Di seguito l’introduzione del libro, per mettere a fuoco l’argomento.
Quella del fact checking è una storia americana che arriva in Italia sull’onda del successo di alcuni servizi web specializzati nel fare le pulci alle dichiarazioni dei politici. È una storia americana perché connaturata a una concezione del giornalismo molto più tecnica della nostra e a un’industria dell’informazione assai più strutturata e parcellizzata nelle sue funzioni di quanto mai sarà dalle nostre parti. Per una questione di dimensioni del mercato, banalmente.
Il fact checking racconta dell’espulsione da quell’industria del sovrappiù di procedure di controllo della qualità che faceva la differenza, ma costava troppo, e del suo rientrare in gioco prepotentemente sotto forma di servizi indipendenti a valle del processo, grazie a Internet. È dunque la storia di una rovina e di una possibile rinascita nella qualità del servizio che i giornalisti prestano alla società. Come tale non è più soltanto una storia di rilevanza americana, ma ha una portata universale.
Fact checking sta per verificare i fatti. Dicono spesso: e allora non potevi dirlo in italiano? Ma è talmente scontata e apparentemente anonima, come pratica, che se non le dai nemmeno quella sovrastruttura linguistica sembra tu stia parlando di nulla. Perché verificare i fatti è un’attività editoriale connaturata al metodo giornalistico. Di più: ne è costitutiva. Il giornalista cerca le notizie e verifica i fatti e, soltanto dopo che ha trovato abbastanza fonti attendibili, la racconta. Fin qui la teoria. Non deve essere stato sempre così semplice, se guardiamo alla qualità dell’informazione degli ultimi decenni. Di certo non è facile oggi, che la sfera pubblica si va arricchendo di milioni di voci spontanee e incontrollabili.
Ma proprio questo è il passaggio chiave, per cui è più che mai opportuno approfondire che cosa è stato e che cosa può diventare il fact checking. Con la Rete, com’è ormai evidente, salta ogni filtro editoriale all’origine dei contenuti e tutto diventa disponibile subito e ovunque, per il fatto stesso che qualcuno, da qualche parte nel mondo, ha ritenuto opportuno che così fosse. Il meccanismo del filtro, su Internet, opera a posteriori ed è diffuso, collaborativo, imperfetto e creativo. I giornalisti possono essere ancora utili nell’affiancare e rinforzare questo filtro con l’esperienza della loro professione, ma serve soprattutto che il loro metodo, a cominciare proprio dalla verifica dei fatti, contagi i milioni di nuovi artigiani dell’informazione ed elevi la qualità del loro contributo alla comunità.
Nel Capitolo 1 ricostruiremo la storia e le caratteristiche del fact checking classico, come è stato in principio e fino all’altro ieri. Nel Capitolo 2 capiremo che fine ha fatto il fact checking dopo essere stato espulso dalla maggior parte dei grandi gruppi editoriali e quali forme indipendenti e innovative abbia assunto. Nel Capitolo 3 inseguiremo il fact checking in Paesi e in situazioni meno scontati. Nel Capitolo 4 scopriremo che cosa succede quando il fact checking cessa di essere soltanto una questione tra giornalisti e comincia ad attingere alle competenze delle persone e a servire l’intelligenza collettiva interconnessa. Nel Capitolo 5 faremo il punto sulla situazione italiana, al termine di una campagna elettorale che ha risvegliato un’insospettabile voglia di fatti. In conclusione rifletteremo sulla possibilità che la parabola del fact checking, nel suo incontro con l’ecosistema caotico e fecondo della Rete, diventi veicolo per un metodo condiviso e suggerisca un inedito ribaltamento di ruoli tra gli attori del processo di comunicazione.
Verso State of the Net 2013
- LOCATED IN Organizzo
Stiamo lavorando per la nuova edizione di State of the Net, la conferenza internazionale sullo stato della rete che ho l’onore di organizzare insieme a Beniamino Pagliaro e Paolo Valdemarin. L’edizione 2013 si terrà ancora a Trieste il 31 maggio 1° giugno prossimi. Sabato scorso ci siamo incontrati con il comitato promotore, un gruppo di persone straordinarie per esperienza e dedizione, per definire il programma e visitare la nuova sede (il Molo IV, affacciato su piazza Unità e sul golfo di Trieste).
Le registrazioni alla conferenza sono già aperte e gratuite.
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