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Category: Leggo

Maggio 20 2003

Mondo blog, Eloisa Di RoccoMondo Blog, il libro della Pizia, mi è piaciuto parecchio.
Per diverse ragioni.

Sono convinto che la via sentimentale (e in parte collettiva) scelta dall’autrice sia la più adatta a rendere giustizia ai blog. Descrivere questi particolari siti personali soffermandosi sulla loro tecnologia, come accade spesso, mi fa la stessa impressione che pretendere di spiegare l’anima tracciando una mappa delle terminazioni nervose del corpo umano. Dato per scontato che un blog è un sistema di pubblicazione costituito da un numero “x” di elementi più o meno fondamentali – concetto, del resto, opinabile -, la rivoluzione sta semmai nel modo in cui questo (tutto sommato banale) strumento è stato utilizzato per dare forma a una nuova categoria di contenuti e a un tessuto molto particolare di relazioni sociali. Di questo, pippe sociologiche escluse, parla la Pizia.

Il libro della Pizia mi è piaciuto perché digerisce in 176 pagine molto godibili due anni e mezzo di post e incontri, nati per caso ed evolutisi in modo altrettanto casuale. Sintetizza un mondo intero – virtuale? digitale? parallelo? io dico reale – con scioltezza, acume e, pur essendo coinvolta in prima persona, con discreta obiettività. Racconta, conservando lo stupore e l’ironia, la genesi di un gruppo di persone che ieri erano estranei e oggi attraversano mezza Italia per vedersi di tanto in tanto. Sono solo una delle tante possibili combinazioni di persone che si sono incontrate in modo poco più che fortuito in Rete dal 1999 a oggi attraverso i blog, ma sono probabilmente la combinazione più rappresentativa perché raccoglie buona parte dei pionieri italiani. È la più rappresentativa, dico tra me e me, perché è quella che seguo di più (e qui faccio outing e ammetto di leggere con regolarità, tra gli altri, Leonardo, Blogorroico, la stessa Pizia, Simone, FlamingPxl, Strelnik, Manteblog).

Il libro della Pizia mi è piaciuto perché ho ritrovato nelle sue parole un modo di vedere Internet nel quale mi riconosco senza riserve (ne ho parlato, in un contesto simile, nel 1999) e che fino a qualche tempo fa sembrava essere stato irrimediabilmente soppiantato da portali e imprese commerciali. C’è la rivincita della Rete creativa e umana, quella che privilegia i contenuti, le persone e le idee, dietro al dirompente emergere dei blog. Ed è il motivo per cui, da qualche tempo, mi dichiaro un blog-entusiasta.

Il libro della Pizia mi è piaciuto perché esprime con pudore il timore, per nulla infondato, che il meglio sia già passato, che la spontaneità sia diventata moda, che la dedizione gratuita si sia trasformata in facile ricerca di consenso. Il delizioso racconto conclusivo è una riflessione lucida sulle contraddizioni di uno strumento che vede nelle sue virtù le ragioni del suo possibile tramonto. Ma è anche una metafora di Internet nel suo insieme, un mezzo di comunicazione che non è ancora riuscito a esprimere la sintesi ideale tra le sue qualità locali/intime e le sue aspirazioni globali/collettive su vasta scala.

Il libro della Pizia mi è piaciuto perché non avevo mai pensato al passare da una finestra all’altra di Windows come a una danza. O a un sito personale come un Dolce Forno Harbert.

Maggio 13 2003

Ne avevo letto spesso e lo cercavo da tempo, ma sembrava sconosciuto in Italia. Poi, qualche settimana fa, la folgorazione in una (originale) libreria di Perugia: Einaudi ha appena (ri?)stampato This boy’s life, storia autobiografica dello scrittore Tobias Wolff. È uscito in aprile per la collana Stile Libero con il titolo di Un vero bugiardo. Titolo deludente come pochi, a dirla tutta, pur riconoscendo la difficoltà di resa del riferimento originale a Boy’s Life, la rivista degli scout americani.

Si tratta di uno tra i più popolari e apprezzati romanzi di formazione della letteratura contemporanea americana. Uscito negli Stati Uniti nel 1989, racconta la movimentata vita di un ragazzo di provincia negli anni ’50. Qualcuno lo ricorderà per essere stato d’ispirazione a Voglia di Ricominciare (…a proposito di titoli strampalati), film del 1993 interpretato da Robert De Niro, Ellen Barkin e da un giovane e quanto mai promettente Leonardo DiCaprio.
Il libro è molto scorrevole e gradevole. Racconta con un misto di distacco e compiacimento le vicende di Tobias, adolescente ribelle più per vivacità interiore che per vocazione, al seguito di una madre irrequieta e sfortunata. Film e libro divergono solo per il finale, che sulla carta concede qualcosa in meno al riscatto del protagonista.

Ricordo piuttosto bene il film. Lo ricordo ricco di sfumature, e anche per questo mi sono portato a lungo la curiosità di leggere la storia originale. Poiché, in genere, è tutto grasso che cola se la pellicola conserva almeno il 30% dell’intensità di un romanzo, il libro – pensavo – deve essere davvero notevole. Non posso dire che il libro mi abbia deluso: si legge volentieri, ma senza orecchiette. Di certo ho rivalutato l’interpretazione cinematografica, ricca e fedele come poche volte riesce (almeno nei film made in Hollywood). Magari uno di questi giorni lo rivedo.

Aprile 23 2003

Il gioco preferito, Leonard CohenVi diranno che è un romanzo di formazione, che parla di adolescenza, di amicizia, di scoperte e di amore. Vi diranno che racconta del modo in cui un giovane ebreo benestante e non strettamente osservante vede il mondo. Vi diranno che è autobiografico. Vi diranno che ripercorre l’età in cui New York per un artista era una meta, un luogo da raggiungere per realizzarsi. Vi diranno che questo è uno dei migliori romanzi canadesi di sempre.

Invece Il gioco preferito di Leonard Cohen è una canzone, una canzone lunga 286 pagine. Ed è una bella canzone, se si supera il disorientamento delle prime pagine (che, rilette con la consapevolezza di poi, sono anche le più intense e stupefacenti). Cohen, artista poliedrico e raffinato, lo ha scritto prima di diventare noto come uno dei più sensibili musicisti contemporanei. Introvabile, il testo è stato ristampato con una nuova traduzione nel 2002 da Fazi.

Il gioco preferito ha della canzone la forza espressiva ed evocativa, la capacità di emozionare con un solo inciso, il felice equilibrio tra detto e sottointeso che rende complice l’immaginazione di chi legge. Nella prima parte, in cui i collegamenti tra gli eventi hanno ancora un peso secondario, il libro è un piacevole susseguirsi di impressioni, immagini e intuizioni dominate da stupore e purezza. Poi il racconto si fa più maturo, così come l’età del protagonista, ma non perde mai la meraviglia e il candore. Frammenti di vita, come lo sono molte canzoni del Cohen cantautore: li avete sentiti anche voi gli accordi di chitarra in sottofondo?

Il gioco preferito è Due di due se l’avesse scritto Fabrizio De André.

(Se poi volete leggere un po’ di recensioni serie – perché questo libro ha fatto poco rumore ma ha affascinato molto – il vivace sito di Fazi ne raccoglie un bel po’).

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