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Category: Leggo

Marzo 18 2005

Visto l’argomento, quel paio di cose che avevo da dire su Blog generation, il libro di Giuseppe Granieri, le ho scritte nell’altro sito.

Marzo 8 2005

Sommerso dalla posta arretrata, stavo per lasciarmi sfuggire il fatto che Gianluca Miscione ha scritto un libro. Gianluca – oggi ricercatore presso l’Università di Trento – è stato collaboratore di Internet News dei tempi d’oro: una gran bella testa, molto accademica nelle intuizioni e, talvolta, nello stile. Il libro, a quanto capisco da indice e scheda, è un’approfondita riflessione teorica sulle dinamiche della Rete ed è intitolato Sui limiti della Rete. Leggerò (appena riesco a procurarmi il testo) e farò sapere.

Gennaio 26 2005

Le ombre

Le ombre parlano… Con le ombre ci parlo – dice Fausto – e loro pure parlano a me. Ci sono due specie di ombre. Le ombre delle persone e le ombre delle cose. Le ombre delle persone sono sempre contente. Quando che stanno davanti alla persona pare che guardano dove metterà il piede: su un sasso liscio, su un pezzo di carta o sulla morbida terra. Quando che invece stanno dietro alla persona pare che passano sull’impronte che ha lasciato con una certa curiosa nostalgia. Le ombre delle persone c’hanno rispetto della persona loro! Un rispetto che diventa pure venerazione. Una cosa seria, insomma.
Mentre le ombre delle cose sono tutte differenti. Quello che nelle ombre delle persone è rispetto e venerazione, nelle ombre delle cose diventa rabbia e invidia. Le ombre delle cose odiano le cose, perché delle cose invidiano la loro immobilità. Le cose stanno immobili. A volte ci restano per un vita, per un’eternità… e le ombre delle cose gli si muovono attorno come bestie al guinzaglio. E c’hanno un’invidia terribile dell’immobilità delle cose. Io le ascolto, ci parlo, è una cosa che si capisce.

Ascanio Celestini, Fabbrica, Donzelli Editore 2003 – pag. 51.

Dicembre 20 2004

Una delle cose più belle che mi ha portato il libro è la serie di contatti umani che ne sono conseguiti. Sconosciuti che ti scrivono magari solo per dire che hanno apprezzato il tuo lavoro o che una certa frase che hai buttato lì non è passata inosservata: trattandosi di un banale manualetto che parla di cianfrusaglie tecniche, e non essendo affatto i lettori tenuti a farlo, la gratuità del loro gesto per me conta davvero molto, spesso più di una recensione.

Poi ti succedono anche cose divertenti, piccole scommesse inaspettate come quella che mi ha fatto conoscere Il Bar sotto il Faggio. Nei giorni in cui è uscito Come si fa un blog, Mauro di Polenta&Cammelli (ovvero Polenta; Cammelli è Marco) mi ha scritto proponendomi uno scambio che, in soldoni, diceva così: tu spedisci a me il tuo libro e io in cambio mando a te il nostro romanzo autoprodotto. Non conoscendo il fascino che riscuote in me il baratto (non è bella l’idea di persone che si procurano ciò di cui hanno bisogno scambiandosi i frutti del proprio lavoro?), Mauro si sentì in dovere di aggiungere che non me l’avrebbe proposto affatto se non avesse notato proprio in quei giorni la citazione di un libro di Stephen King sul mio blog e non gli fosse tornato in mente il chiodo su cui lo scrittore da giovane usava impilare le lettere di rifiuto degli editori (ne parla in On writing). «Nel mio c’è posto anche per le e-mail», concludeva, conquistandomi definitivamente.

Lo scambio è avvenuto, il Bar sotto il faggio è arrivato e me lo sono letto in… ok, vorrei dire in un soffio, come meriterebbe, ma per me non è proprio periodo da letture veloci. Ad ogni modo, me lo sono goduto dalla prima all’ultima riga. Mauro e Marco forse non lo sanno nemmeno, ma ne ho parlato con entusiasmo perfino alla radio svizzera, qualche settimana fa, durante un’intervista in cui uno dei conduttori si chiedeva che cosa mai leggesse un blogger. Servita su un piatto d’argento: un libro delizioso che forse mai avrei incontrato sulla mia strada se non mi fossi ritrovato nel mondo dei blog.

Delizioso il libro lo è davvero. Magari qualcuno lo ha già presente, perché i racconti di Polenta&Cammelli sono pubblicati a puntate sul loro blog (questo è il primo a vedere una rilegatura). Io non lo conoscevo e mi ha ricordato l’entusiasmo con cui quindici anni fa mi sono tuffato in Bar Sport di Stefano Benni: non li accomuna solo l’esercizio pubblico nel titolo, ma anche un certo gusto di raccontare l’umanità di un microcosmo e le storie universali che lo attraversano.

Per essere un libro fatto in casa – e con questo intendo dire solo: non sottoposto all’editing profondo con cui una casa editrice è solita trasformare un manoscritto fosse anche meno che decente e pieno di ingenuità in un potenziale bestseller – Il Bar sotto il faggio ha molte virtù e pochissimi vizi. In primo luogo è scritto molto bene. Ho amato molto l’ironia (a tratti è risata pura!), lo stile ricco, l’occhio sensibile a cogliere i particolari, la galleria di personaggi indimenticabili, l’equilibrio nei dialoghi, l’uso creativo del dialetto messo in bocca nel momento giusto alla persona giusta. Per contro – se recensione dev’essere, che lo sia fino in fondo – la storia è forse un po’ sbilanciata a danno dell’economia complessiva del racconto e del ritmo a tratti irregolare: sono gli stessi autori, del resto, a dichiarare nella prefazione che si tratta del frutto di un viaggio a puntate partito senza sapere dove sarebbe poi arrivato.

Per ignoranza (che vedrò di recuperare in fretta), non conosco bene la storia di Polenta&Cammelli. Di certo mi sembrano due autori che hanno parecchio da dire e sono stupito che nessuno abbia ancora dato loro un megafono.

Dicembre 18 2004

Mentre il mio Come si fa un blog continua a vivere la sua vita parallela nell’altro blog (e comincia a contare le sue buone recensioni), nella stessa collana edita da Tecniche Nuove questa settimana abbiamo avuto un altro gioioso evento. È uscito, infatti, Come si fa un video digitale, il libro nato dall’esperienza del collettivo d’assalto cinematografico Bamboo Production, ovvero Pietro Izzo, Lorenzo Corvi e Marco Mion.

Non so se sono la persona giusta per dirlo (ho avuto la mia parte nella lavorazione del prodotto, come accade per alcuni titoli di quella collana), ma io sono molto soddisfatto di com’è venuto. Qualunque argomento, anche il più tecnico, è permeato di una sua – posso azzardare? – cultura: il senso di un libretto tascabile come questo (tascabile poi solo di formato, vista la quantità di parole che offre comunque questa serie) dovrebbe essere prima di tutto quello far entrare per gradi il lettore all’interno di questo contesto, fornendo in modo piacevole e creativo gli stimoli necessari ad avvicinarlo per gradi alla pratica. Ecco: in questo, che poi si chiama buona divulgazione, Pietro, Lorenzo e Marco sono riusciti davvero molto bene.

Il loro libro non si perde in stucchevoli dettagli tecnologici (pur dando tutte le coordinate essenziali), ma racconta prima di tutto di una passione. Lascia intravedere che con un’infarinatura di tecnica cinematografica (trasmessa ricorrendo a esempi d’impatto tratti da numerosi film famosi, con una leggera predilezione per Tarantino) è possibile ottenere risultati di buon livello anche utilizzando la videocamera digitale di casa, adeguando la strumentazione e gli accorgimenti al tipo di ripresa desiderata (dalle cerimonie familiari alla fiction, passando per i ricordi delle vacanze).

Accanto a ciò, Come si fa un video digitale dà altri due preziosi supporti: qualche dritta per affrontare il montaggio sul Pc (hardware, software e trucchi del mestiere) e un utilissimo compendio di risorse per dare una vita al proprio filmato una volta che è stato realizzato, sia per quanto riguarda il formato di distribuzione (Dvd, Rete o quant’altro) sia per quanto riguarda la promozione (siti Web e concorsi per corti, tanto per cominciare). Il tutto è frutto di anni di esperienza sul campo e anche sulla carta (Pietro Izzo, per esempio, ha scritto per anni di questi argomenti su Internet News e ancora continua a farlo su Internet Pro e Dvd Magazine).

A chi fosse attirato, consiglio di sfogliare il libro alla prima occasione (online c’è l’indice) per farsene un’idea: difficile non farsi conquistare dalla simpatia e dalla spontaneità degli autori. È stato davvero un piacere lavorare con loro. A loro buona fortuna!

Novembre 5 2004

L’Insonnia

Ho finalmente finito Insonnia, di Stephen King. Me lo sono trascinato dietro per mesi: credo di averlo cominiciato durante il trasloco, mentre ancora cercavo di chiudere in tempo il libro sui blog. Credo sia stata un’associazione poco conscia, all’epoca, ma in effetti in quel periodo riuscivo a dormire ben poco.

Ora, non sono sicuro che mi sia piaciuto. Adoro King per il suo stile, sempre così vivo e stimolante, e amo i suoi racconti più marginali, ovvero quelli non necessariamente horror (genere di cui non subisco il fascino), tipo Stagioni diverse per intenderci. Insonnia è poco horror, ma la tira terribilmente in lungo (oltre 700 pagine, nella mia edizione supereconomica), a momenti è noioso e – soprattutto nella prima parte – richiede più di un atto di fede al lettore. Però non sono mai riuscito a metterlo da parte.

Il motivo, credo, è che il libro ha il pregio non così frequente di farti entrare in un mondo diverso. Sbagliato: Il Signore degli Anelli ti porta in un mondo diverso. Questo libro di King ti porta dentro il tuo stesso mondo, ma ti dà due occhi diversi per guardarlo e interpretarlo. Utilizza il pretesto di una storia di tensioni antiabortiste in una cittadina americana per introdurre passo per passo il lettore in una dimensione progressivamente dilatata nelle percezioni sensoriali. A metà libro è tutto un parlare di aure, energie e dimensioni superiori: forse non rigoroso come uno studio sulla materia, ma documentato e coerente nel disegno narrativo.

Il risultato è affascinante, e quel che è più divertente condiziona anche il tuo modo di interpretare la realtà: per strada finisci irrimediabilmente per scrutare le persone con maggiore curiosità, i sensi sono pronti a cogliere alterazioni intorno al corpo, interpreti perfino gli stati d’animo sotto forma di colori. Qualcosa di simile mi aveva colpito nel bizzarro Al di là dei sogni, il film di Vincent Ward con Robin Williams.

Il che probabilmente fa di me un gonzo ideale per la vendita porta a porta di prodotti new age di terza mano, ma poco male. Evviva chi ha la mente abbastanza curiosa da non chiudersi a riccio quando arriva ai confini della realtà scientificamente misurabile.

Giugno 28 2004

Luca Masali (foto di Maren Ollman)Di Luca Masali ho sempre ammirato la capacità di rendere divertente – non digeribile: spassoso proprio – un articolo di informatica. Ho condiviso con lui i primi sei mesi degli oltre quattro anni che ho passato nella redazione di Internet News. Ricordo lunghi approfondimenti sulla sicurezza dei Pc o sul sesso dei portali che diventavano piccoli racconti da divorare in un fiato. E mica ci ragionava su delle ore: quante pagine servono?, ti chiedeva la mattina, e di lì a qualche ora avevi la tua novelletta pronta per l’uso, mai meno che vivace e ben documentata.

Bene, ora immaginatevi un talento del genere lasciato libero di scrivere un romanzo. L’ultimo – dei tre che ha già pubblicato – è uscito giusto tre settimane fa da Sironi: L’inglesina in soffitta. Con I biplani di D’Annunzio e La perla alla fine del mondo, che appartengono al filone della fantascienza all’italiana (dalle parti di Valerio Evangelisti, per intenderci), Masali è stato tradotto in mezza Europa e ha vinto anche i suoi bei premi. Con l’Inglesina abbandona la fantascienza e si dà al giallo, un intrigo internazionale al limite della fantastoria ambientato nel 1938 sulla rive del lago di Como. Di che cosa parla (bambini, spie, scienziati, aviatori, maestri d’ascia, contrabbandieri, balilla, ambasciatori, finanzieri, bambinaie, giornalisti, carabinieri), lo si può leggere nella sinossi di Luca, che dice tutto quel che c’è da sapere per non rovinarsi la storia. E, al limite, date un occhio al materiale messo insieme da Giuseppe Genna per i Miserabili.

Io aggiungo che del romanzo, divorato in una manciata di sere, mi è piaciuto soprattutto l’uso della lingua e dei dialoghi: in quattrocento e rotte pagine, Luca mette insieme italiano, laghé, retorica fascista, corruzioni infantili, un po’ d’inglese e (in un unico, fulminante frammento) pure un tocco cockney londinese. Assolutamente consigliato a chi cerca una lettura estiva appassionante, tre parti di commedia e una di tragedia.

Maggio 15 2004

Orecchie lunghe

L'orecchio di DioConsigliato a tutti quelli che sono incuriositi dal mondo dell’intelligence, a chi pensa che chi di dovere ne sappia sempre un po’ più del necessario e a chi si pone spesso domande sui beneficiari dell’evoluzione della politica internazionale.

Io ho acquistato L’orecchio di Dio (Fazi, 2004) perché speravo di trovare qualcosa di specifico su Echelon e sui sistemi di intercettazione elettronica, tema che mi affascina parecchio e di cui mi sono occupato talvolta per lavoro. In realtà, il tomo di James Bamford (poco meno di 700 pagine) delude proprio in questa sezione, l’ultima, quella in cui il ricorso agli archivi storici e lo stretto riserbo che protegge la National Security Agency mettono un drastico freno al condimento di dettagli.

Ne esce, comunque, un quadro ridimensionato delle potenzialità degli strumenti di intercettazione elettronica: potentissimi sì, invasivi anche, ma tutto sommato un po’ meno indiscriminati di quanto si finisce per pensare (la sovrabbondanza di informazioni è un problema per tutti). Il sospetto che resta, invece, è che quanto ci è dato sapere riguardi strumenti ormai datati, mentre il mondo dell’intelligence potrebbe già essere alle prese con aggeggi che non siamo ancora in grado di immaginare. Lo dimostra la sua storia e il fatto che l’inconcepibile è l’unica vera garanzia di segretezza.

La forza del libro – scritto in modo molto piacevole – sta invece nella prima parte, quella che descrive la nascita e lo sviluppo della Nsa negli anni della Guerra fredda. In questo caso i tempi sono maturi per un lavoro di ricostruzione tra documenti declassificati e testimonianze che diventa traccia per una storia critica dell’intelligence (sigint in particolare) e per un dietro le quinte dei maggiori fatti storici tra il 1945 e il 1989.

Si legge, così, di quanto gli Stati Uniti fossero tecnologicamente avanzati in quegli anni e di quanto tale supremazia sia stata molto spesso sprecata in modo goffo per incapacità o per disorganizzazione (fuor di metafora: ci fanno quasi sempre la figura dei fessi). Si apprezzano le storie coraggiose di sperimentatori mandati all’altro capo del mondo e spesso abbandonati senza scrupoli al loro destino (emblematica la storia poco conosciuta della Uss Liberty, abbandonata a un tragico destino davanti alle coste egiziane). Si finisce perfino per guardare la Luna con altri occhi, dopo averla considerata come antenna naturale delle comunicazioni del mondo.

Più di ogni altra cosa, si impara che le amministrazioni americane – e ancor più gli alti comandi dell’esercito statunitense – più volte negli ultimi 50 anni non si sono fatti scrupoli nel progettare e talvolta provocare attentati dentro e fuori gli Stati Uniti al solo scopo di guadagnare il consenso necessario per dichiarare guerre e intervenire militarmente in aree di crisi. E se la storia insegna qualcosa, le ombre sui fatti più recenti (di cui L’orecchio di Dio non parla, perché pubblicato poco prima dell’attacco alle torri gemelle) assumono una credibilità inquietante.

Maggio 11 2004

Verso un'ecologia della mente Ci sono libri che ti aprono la testa e contribuiscono a formare la tua visione del mondo. Uno dei tomi della mia vita – durissimo, a tratti perfino indigesto – è stato Verso un’ecologia della mente di Gregory Bateson, una meravigliosa commistione di antropologia, estetica, epistemologia, semiotica, psicologia, sociologia e quant’altro, uno sguardo dall’alto che ricerca connessioni insolite e utili all’analisi della realtà.

Di Bateson si festeggiano in questi giorni i cento anni dalla nascita (vedi l’Elzeviro di Giorello sul Corriere di oggi – link a scadenza), mentre l’Università di Roma 3 gli dedica un convegno questo fine settimana.

Aggiungo, riprendendo un’ipotesi di lavoro che avevo buttato là anni fa nella mia tesi di laurea, che se ha un senso un’epistemologia di Internet e dei nuovi media, credo non possa prescindere dal modernissimo, ancorché centenario, approccio di Bateson. E lo dimostrano studiosi come Pierre Lévy, che con la sua intelligenza collettiva ripercorre – più o meno consapevolmente – le categorie ecologiche di Bateson per descrivere la vita che c’è dentro il computer.

Maggio 25 2003

In treno

Questa sera eri una quindicenne brufolosa. Venerdì un operaio di quarant’anni. Due settimane fa uno studente venticinquenne. Secondo la mia esperienza di viaggi in treno – un totale di 400 punti maturati quest’inverno sulla IC Card in un triangolo di tratte che ha i vertici in Milano, Bologna e Pordenone – ci sei in quasi due viaggi su tre, senza distinzione tra Eurostar, Intercity e Interregionali. A te chiedo: è proprio necessario che tu ti metta regolarmente ad ascoltare al massimo volume tutte (tutte!) le suonerie del tuo cellulare?

–o–

Divertente è stato, invece, leggere Trenità di Giuseppe Antonelli (edito da peQuod), un libretto che mi è stato istintivamente simpatico non appena visto in libreria e che si poi è rivelato della lunghezza ideale per coprire un tragitto in Eurostar tra Bologna e Milano. Il libro non mi è dispiaciuto affatto: alcune visioni inaspettate, alcune descrizioni e alcuni giochi linguistici sono strepitosi. Tuttavia a mente fredda dico che ha mantenuto solo in parte le suggestioni proposte dalle presentazioni di copertina (dove però è del tutto azzeccata la descrizione di un testo «reticolare, stratificato, ricco di echi e di campionamenti: più che un romanzo, un concept album»).

Trenità è un romanzo, ma apparentemente non ha né capo né coda. Per impostazione e sviluppo, particolare curioso, mi ha fatto pensare spesso a un blog trasposto su carta. Il linguaggio è originale e ricercato, al punto però di arrivare più volte a irritare il lettore per eccesso di ricercatezza e di effetto. I «campionamenti» di cui sopra sono stralci di canzoni appartenenti per (ab)uso all’immaginario collettivo e in quanto tali sono utilizzati come passaggi, raccordi, descrizioni essenziali all’interno del racconto: ottima trovata in un primo tempo, poi però non regge sempre l’alto livello inziale, stanca e lascia pensare a un malriuscito e semiserio tentativo di imitazione del ben più geniale Bergonzoni. Visto il filo conduttore (un uomo sale su un treno deciso a non scendere più – ma il tema principale è poi l’amore, o la sua mancanza), si apprezza soprattutto in viaggio, meglio se in una carrozza a scompartimenti di un Intercity.