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Category: Vivo

Dicembre 1 2003

…poteva piovere. Dichiarazione rilasciata dal sottoscritto al suo arrivo a Quarto Oggiaro, dopo essersela fatta a piedi dall’Arco della Pace sopravvivendo a folle inferocite armate di ombrelli, il tutto perché all’Atm hanno pensato bene di anticipare lo sciopero totale dei mezzi pubblici dalle 8.45 alle 5.30 senza preavviso. Che se non la si butta in ridere, per dirla con l’eleganza di un monologo di Paolini, finisce che uno si mette a pensar male delle mamme che li han fatti e questo non è bello.

Agosto 25 2003
  • L’omino che chiede l’elemosina suonando un buffo violin-corneta, un violino con un corno acustico al posto della cassa armonica, dietro la Bourse di Bruxelles
  • Le multe dei vigili belgi, diligentemente inbustate in un cellophane che le protegge da pioggia e intemperie
  • Le cattedrali nordiche, un misto di gotico e moderno in cui si respira comunità e non distanza
  • L’inaspettata Madonna di Michelangelo nella cattedrale di Bruges e la sensazione travolgente di trovarsi come di fronte a una persona in carne e ossa dentro un museo delle cere
  • La fontana di Brabo nella piazza principale di Anversa, senza recinti né protezioni, e la leggenda della mano gettata
  • Il contrasto tra gli scorci medievali mozzafiato del centro storico di Gent e la desolazione della sua periferia
  • L’abbuffata di mulles a Lille
  • La strana percezione del tempo ne Il Corpo di Kureishi
  • L’Internet café del lido ferrarese, che fa pagare un euro ogni 10 minuti di navigazione
  • Il grande centro commerciale costruito a un paio di chilometri dalle spiagge comacchiesi: un’ora di Milano in 10 giorni di natura
  • Scelte importanti
Maggio 4 2003

Sabato prossimo comincia il Giro d’Italia. Io l’ho anticipato (in macchina): 2.200 chilometri in dieci gironi, approfittando dei ponti festivi. Dalla Lombardia all’Emilia alla Puglia, con ritorno attraverso il Lazio e l’Umbria. Dieci giorni, sei tappe: l’Italia è sempre una scoperta.

Milano-Bologna-San Pietro V.co-Vasanello-Perugia-Bologna-Milano

Per esempio, ho scoperto che:
li pizzicarieddi e il vino Primitivo sono eccezionali;
● in Puglia ti prendono per la gola, e sanno farlo bene;
● la cattedrale di Trani, all’ora di pranzo, è chiusa;
● sugli Apennini laziali si vive che è una meraviglia;
● l’Umbria è talmente bella, che riesce a sorprendermi ogni volta che ci torno;
● viaggiare per la Penisola fa ingrassare.

Aprile 7 2003

Mi scrive Livio, qualche giorno fa:

«complimenti, ma… l’hockey? almeno una citazione, una fotina, un messaggio subliminale, un cuscinetto a sfera»

Ha ragione. Nei miei brevi e presuntuosi appunti autobiografici digitali ho trascurato del tutto un momento importante della sua e della mia infanzia. Non ho affatto dimenticato quel periodo, lo tranquillizzo. Semplicemente non ho trovato importante parlarne. Il motivo per cui mi sbagliavo mi è stato chiaro solo quando ho visto il reperto che il buon Livio si è premurato di spedirmi a stretto giro di e-mail.

Hockey su pista, tanti anni fa

Io, per la cronaca, sono il primo da sinistra. Livio il secondo. Rivedere questa foto – anzi vederla, perché di quell’età non ho mai posseduto nessuna immagine – è stata un’emozione inaspettatamente intensa. Ho rivissuto le stesse sensazioni di quel giorno: l’imbarazzo delle prime partite ufficiali sul campo di casa, il prurito che davano quelle maglie consumate di lana, troppo grandi per noi bambini, lo sguardo degli allenatori appoggiati a braccia incrociate al cancello, le facce dei parenti che ci osservavano dalle tribune di fronte a noi.

Credo fosse il 1983, forse il 1984. Al Palazzetto di Hockey e Pattinaggio di Pordenone. Noi eravamo il primo, timido tentativo di settore giovanile organizzato dalla locale squadra di hockey su pista, l’Hockey Zoppas, a quel tempo una delle maggiori formazioni della serie A1. Io ero irrimediabilmente scarso, né sono mai diventato un bravo sportivo in seguito. Ma quello era ancora un gioco, quasi sempre divertente. E si pattinava un sacco.

Perdevamo anche un sacco. Ed è stato quello il momento in cui ho cominciato a scrivere. Devo molto del lavoro che faccio oggi a una brava persona che un giorno mi disse “Perché non scrivi due righe sulle partite, che le mandiamo ai giornali locali?”. Raccontare gli aspetti positivi di sconfitte talvolta imbarazzanti – ricordo un 36 a 1 rimediato su qualche pista del Veneto – è diventato lo sport in cui riuscivo meglio. Di fronte a tanta faccia tosta, forse trovando qualcosa di poetico nel modo barbaro con cui portavamo i colori cittadini per il Triveneto, i quotidiani della zona non osavano censurarci e, un po’ per volta, io guadagnavo spazio sulle colonne del Gazzettino, del Messaggero e del Piccolo. Poi il resto è venuto da sé.

Altri tempi. Magari un giorno ne riparlo.

Intanto, grazie a Livio (che ai pattini ora preferisce la chitarra).

Marzo 20 2003

Ripensavo a una poesia che mi è rimasta nel cuore.

TESTAMENTO
di Kriton Athanasulis (1916-1979)

Non voglio che tu sia lo zimbello del mondo.

Ti lascio il sole che lasciò mio padre a me.
Le stelle brilleranno uguali, e uguali
t’indurranno le notti a dolce sonno,
il mare t’empirà di sogni.

Ti lascio il mio sorriso amareggiato:
fanne scialo, ma non tradirmi.
Il mondo è povero oggi.
S’è tanto insanguinato questo mondo
ed è rimasto povero. Diventa ricco tu
guadagnando l’amore del mondo.

Ti lascio la mia lotta incompiuta
e l’arma con la canna arroventata.
Non l’appendere al muro
Il mondo ne ha bisogno.

Ti lascio il mio cordoglio. Tanta pena
vinta nelle battaglie del mio tempo.
E ricorda. Quest’ordine ti lascio.
Ricordare vuol dire non morire.

Non dire mai che sono stato indegno,
che disperazione m’ha portato avanti
e son rimasto indietro, al di qua della trincea.
Ho gridato, gridato mille e mille volte no,
ma soffiava un gran vento, e pioggia, e grandine
hanno sepolto la mia voce.

Ti lascio la mia storia
vergata con la mano d’una qualche speranza.
A te finirla.

Ti lascio i simulacri degli eroi
con le mani mozzate, ragazzi che non fecero a tempo
ad assumere austera forma d’uomo,
madri vestite a bruno, fanciulle violentate.

Ti lascio la memoria di Belsen e di Auschwitz.
Fa presto a farti grande. Nutri bene
il tuo gracile cuore con la carne
della pace del mondo, ragazzo.

Impara che milioni di fratelli innocenti
svanirono d’un tratto nelle nevi gelate
in una tomba comune e spregiata.
Si chiamano nemici: già! i nemici dell’odio.

Ti lascio l’indirizzo della tomba
perché tu vada a leggere l’epigrafe.
Ti lascio accampamenti
d’una città con tanti prigionieri:
dicono sempre sì, ma dentro loro mugghia
l’imprigionato no dell’uomo libero.
Anch’io sono di quelli che dicono, di fuori,
il sì della necessità, ma nutro, dentro, il no.

Così è stato il mio tempo. Gira l’occhio
dolce al nostro crepuscolo amaro.
Il pane è fatto pietra, l’acqua fango,
la verità un uccello che non canta.

É questo che ti lascio.
Io conquistai il coraggio d’essere fiero.
Sforzati di vivere.
Salta il fosso da solo e fatti libero.
Attendo nuove. É questo che ti lascio.

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