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Tag: culture digitali

Settembre 8 2003

…la usano come i telegrammi: parole che costano. Chiedi, cercando di non dilungarti oltre il necessario, «Tutto bene? Come sta X? Hai poi combinato quella cosa con Y? Mi confermi l’appuntamento?». La risposta tipo è «Bene» oppure «Ok», seguita dalla firma. È una sorta di passe-partout che soddisfa tutte le domande con una parola sola, oppure la conferma solo alla prima. Ottieni una sola certezza: tu fai troppe domande.

…ce l’hanno ma non la utilizzano affatto, come una segreteria telefonica che fa bella mostra di sé in soggiorno, ma resta sempre disattivata «perché m’impressiona sentire le voci registrate sul nastro». La esibiscono, ma non la usano. Amano essere contattati, ma fanno i preziosi. Li incontri di rado, e in quel caso ti dicono: «Scrivimi!».

…la confondono col diario dell’adolescenza. Alla richiesta «Stai bene?» rispondono con un sunto di psicologia, alla curiosità «Come hai passato il fine settimana?» allegano il depliant turistico, al desiderio «Quando ci vediamo?» uniscono l’ultimo anno di frustrazioni. Aprono il cuore per la dedizione, ma assorbono l’attenzione di una giornata intera.

…la preferiscono alla chat. Una frase, una mail. Due ore di conversazione, tredici mail. Ti chiedi: perché non usiamo il messenger? «No», ti rispondono, «non mi piace chiacchierare via Internet; piuttosto uso il telefono».

…la domano con personalità. Rispondono con misura a tutte le richieste, soddisfano ogni richiesta, spediscono tutto il materiale desiderato. Non prima di due settimane.

Luglio 17 2003

Frammento dell'home page di Corriere.it alle 7 del 17/7

Curioso: che ci faceva la foto di Zeus in persona a corredo di un articolo sullo spamming in prima pagina su Corriere.it (stamattina alle 7)?

Giugno 24 2003
Maggio 20 2003

Mondo blog, Eloisa Di RoccoMondo Blog, il libro della Pizia, mi è piaciuto parecchio.
Per diverse ragioni.

Sono convinto che la via sentimentale (e in parte collettiva) scelta dall’autrice sia la più adatta a rendere giustizia ai blog. Descrivere questi particolari siti personali soffermandosi sulla loro tecnologia, come accade spesso, mi fa la stessa impressione che pretendere di spiegare l’anima tracciando una mappa delle terminazioni nervose del corpo umano. Dato per scontato che un blog è un sistema di pubblicazione costituito da un numero “x” di elementi più o meno fondamentali – concetto, del resto, opinabile -, la rivoluzione sta semmai nel modo in cui questo (tutto sommato banale) strumento è stato utilizzato per dare forma a una nuova categoria di contenuti e a un tessuto molto particolare di relazioni sociali. Di questo, pippe sociologiche escluse, parla la Pizia.

Il libro della Pizia mi è piaciuto perché digerisce in 176 pagine molto godibili due anni e mezzo di post e incontri, nati per caso ed evolutisi in modo altrettanto casuale. Sintetizza un mondo intero – virtuale? digitale? parallelo? io dico reale – con scioltezza, acume e, pur essendo coinvolta in prima persona, con discreta obiettività. Racconta, conservando lo stupore e l’ironia, la genesi di un gruppo di persone che ieri erano estranei e oggi attraversano mezza Italia per vedersi di tanto in tanto. Sono solo una delle tante possibili combinazioni di persone che si sono incontrate in modo poco più che fortuito in Rete dal 1999 a oggi attraverso i blog, ma sono probabilmente la combinazione più rappresentativa perché raccoglie buona parte dei pionieri italiani. È la più rappresentativa, dico tra me e me, perché è quella che seguo di più (e qui faccio outing e ammetto di leggere con regolarità, tra gli altri, Leonardo, Blogorroico, la stessa Pizia, Simone, FlamingPxl, Strelnik, Manteblog).

Il libro della Pizia mi è piaciuto perché ho ritrovato nelle sue parole un modo di vedere Internet nel quale mi riconosco senza riserve (ne ho parlato, in un contesto simile, nel 1999) e che fino a qualche tempo fa sembrava essere stato irrimediabilmente soppiantato da portali e imprese commerciali. C’è la rivincita della Rete creativa e umana, quella che privilegia i contenuti, le persone e le idee, dietro al dirompente emergere dei blog. Ed è il motivo per cui, da qualche tempo, mi dichiaro un blog-entusiasta.

Il libro della Pizia mi è piaciuto perché esprime con pudore il timore, per nulla infondato, che il meglio sia già passato, che la spontaneità sia diventata moda, che la dedizione gratuita si sia trasformata in facile ricerca di consenso. Il delizioso racconto conclusivo è una riflessione lucida sulle contraddizioni di uno strumento che vede nelle sue virtù le ragioni del suo possibile tramonto. Ma è anche una metafora di Internet nel suo insieme, un mezzo di comunicazione che non è ancora riuscito a esprimere la sintesi ideale tra le sue qualità locali/intime e le sue aspirazioni globali/collettive su vasta scala.

Il libro della Pizia mi è piaciuto perché non avevo mai pensato al passare da una finestra all’altra di Windows come a una danza. O a un sito personale come un Dolce Forno Harbert.

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