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Tag: culture digitali

Luglio 5 2011

(Pubblicato originariamente  su Apogeonline)

All’inizio pensavo fosse solo un mio momento di affaticamento oppure una congiuntura poco felice delle mie testate di riferimento. Dopo almeno un anno di disagio manifesto e crescente, prendo atto che forse sta irrimediabilmente cambiando il mio rapporto con l’informazione. Non provo più il piacere irrinunciabile di sfogliare un quotidiano, resto del tutto insensibile al fascino dei settimanali, lascio incellophanati i mensili a cui sono abbonato, non accendo quasi più la televisione. Sono sentimenti per me inediti: sono cresciuto col giornale in casa tutti i giorni, ho passato buona parte della vita guardando due edizioni al giorno di almeno tre telegiornali diversi, osservo con curiosità fin da molto giovane il modo in cui prende forma sulla carta o nell’etere il racconto dell’attualità. Oggi tutto questo non mi gratifica più, talvolta mi dà la sensazione di perdere tempo, molto spesso mi infastidisce. Perché? Mi sono interrogato a lungo, ho scansato con cura i luoghi comuni sulla qualità del giornalismo italiano nell’ultimo decennio (c’entrano, ma non sono il punto) e sono andato in cerca di indizi. Provo a condividerli, anche per la curiosità di capire se è qualcosa di più di una suggestione personale.

Immerso nel flusso

Amo dire che «vivo e lavoro in rete» da oltre quindici anni. Nell’ultimo decennio in particolare, ovvero da quando la nostra umanità e socialità ha cominciato a espandersi in modo significativo sul web attraverso blog e social network, il numero di persone e di idee con cui entro in contatto quotidianamente è cresciuto in modo esponenziale. Mi aggiorno in tempo reale grazie a servizi di informazione online, ma soprattutto attraverso le aggregazioni delle mie fonti preferite, professionali e amatoriali. Quando manco uno spunto che potrebbe essermi utile, il più delle volte l’informazione rientra nel flusso attraverso le condivisioni dei miei contatti su Facebook e Twitter. Flusso è il concetto chiave. Vivo immerso e sono parte di un flusso che scorre ininterrotto, portando con sé in giro per la rete notizie, esperienze, idee, contatti, emozioni. Quando intercetto qualcosa che mi interessa in modo particolare inizio ad andare in profondità: parto dal pretesto che mi ha incuriosito e risalgo la corrente fino alla fonte che ha dato origine a quel concetto o allargo il cerchio fino a farmi un’idea soddisfacente dell’argomento o della vicenda.

Il flusso non è un tritatutto unidimensionale, al contrario contiene in sé – grazie ai link, ai like, alle innumerevoli forme in cui in rete si generano relazioni tra persone e contenuti – tutti gli appigli per muoversi, ciascuno contemporaneamente, in grande libertà nel tempo e nello spazio. Ai miei studenti spiego che internet è un sistema operativo: ecco, io uso questo sistema operativo per decodificare la complessità secondo i miei bisogni contingenti. Uso internet per informarmi meglio, quando mi serve, per quello che mi serve. Uso internet per vivere meglio e avere le risposte che cerco nel momento in cui le cerco. Uso internet per lavorare in modo più efficace e dare spessore agli argomenti di cui sono chiamato a interessarmi. Tutto ciò contribuisce a fare di me un lettore per certi versi di frontiera nelle pratiche ed evidentemente sempre più frustrato da quanto non si plasma in tempo reale sulle sue esigenze e necessità. Non parlo solo di giornali: detesto anche i menu al ristorante, quando mi obbligano a chiedere chiarimenti a un cameriere distratto.

Raccontami, non raccontarmela. 

La prima risposta alle domande da cui sono partito, dunque, è scontata e ancora superficiale: internet è più comoda, più potente, più presente e più personalizzabile. Quando leggo un giornale soffro la superficialità di un articolo che si ferma a troppi passi da quello che intravedo come il nocciolo della questione e mi abbandona a me stesso dopo l’ultima parola. Quando leggo un periodico constato una ricorrente difficoltà a rientrare nel target al quale la redazione fa riferimento per massimizzare le entrate pubblicitarie e le vendite. Quando guardo la televisione unisco le due sensazioni e tendo a moltiplicarle. Ma c’è di più, secondo me. Per esempio, mi scopro intollerante alla messa in scena delle notizie: l’impaginazione eclatante, la presentazione che gronda retorica, la semplificazione eccessiva e talvolta irrispettosa dell’intelligenza del lettore.

Per loro costituzione, i mezzi di comunicazione di massa dispensano conoscenza da un palcoscenico: ci sono gli attori e c’è il pubblico. Per sua costituzione, internet abbatte quel palcoscenico, lasciando che i ruoli semplicemente si definiscano spontaneamente in base ai contesti. Quello che vale dentro internet non deve valere necessariamente per carta e etere, ma è inevitabile che col tempo le abitudini e le sensibilità di un numero crescente di persone ne escano ridisegnate. Tutto ciò che ricalca la supremazia del palcoscenico sui contenuti stessi – e spesso le gabbie, i progetti grafici, le scenografie più recenti sembrano esasperare questo concetto, quasi in forma di estrema difesa – finisce progressivamente per apparire stonato, artificiale, autoreferenziale, distante dalla realtà. Vorrei la notizia, l’idea, il commento, senza troppi giri di parole, senza immagini inutili, senza le calcificazioni ideologiche, di contesto e di stile che oggi caratterizzano molti giornalisti e molti progetti editoriali di successo.

Unità di senso

Non ne faccio affatto una questione di lunghezza. Considero un falso mito della rete la necessità di produrre testi asciutti, brevi, addirittura scomposti in più pagine se superano un taglio gestibile a colpo d’occhio. L’esperienza maturata negli ultimi cinque anni proprio qui su Apogeonline, che certo non si nega d’esser rivista di nicchia, mi racconta il contrario: la lunghezza è per definizione q.b., quanto basta, sta poi a chi scrive sostenere col proprio stile e col giusto equilibrio di sintesi e dettaglio l’attenzione e il giudizio del lettore. L’articolo torna a essere strumento di una relazione tra chi legge e chi scrive, non il mero prodotto finito di progetto editoriale. Il fatto è che una porzione consistente delle variabili che nel sistema tradizionale sono stati riserva del giornalista e delle redazioni finiscono in modo naturale e quasi trasparente nella disponibilità di chi usufruisce di contenuti attraverso la rete: la gerarchizzazione delle notizie, lo spazio e il livello di approfondimento destinati a ogni argomento dipendono dalle scelte di ciascun lettore, che può passare indifferentemente da un articolo a un altro, da un sito all’altro, avendo a cuore non certo il target, non certo la testata, non certo il piano editoriale, ma soltanto le sue esigenze contingenti e la sua curiosità.

Il lettore in rete non cerca la messa in scena del contenuto, cerca il contenuto e lo cerca all’altezza, altrimenti va altrove. Io, come lettore, mi sto abituando a scomporre la complessità in unità di senso, servendomi di ogni fonte disponibile. Cerco l’articolo prima che il giornale, il post prima che il blog, il messaggio di stato prima che il social network. Il processo di accesso all’informazione è capovolto e procede per ricombinazioni personali e non preventivabili all’origine. Non sto affatto insinuando che il giornale, la trasmissione, il palinsesto nel loro passaggio alla rete vengano superati, quanto piuttosto che diventano strumenti abilitanti al servizio dei contenuti. I nostri siti gravitano ancora concettualmente sulla home page, mentre l’esperienza del web contemporaneo ci sta dicendo che il baricentro si è spostato progressivamente nelle pagine interne e dunque, per come sono fatti gran parte dei siti più recenti, sulle unità di contenuto che quel sito ha da offrire alla rete. Non si spiegherebbe altrimenti perché, esempio tra i più efficaci di una tendenza consolidata nei siti di news statunitensi, CNN avrebbe ridotto la propria pagina principale a un anonimo elenco di link e spostato ogni cura all’interno delle ricchissime pagine interne.

Desemplificare i fatti

Io come lettore compio, insomma, una costante e consapevole opera di desemplificazione, laddove il ruolo dei giornali è stato fin qui soprattutto quello di semplificare e rendere accessibili questioni complesse. Ho più che mai bisogno dell’esperienza e della capacità divulgativa altrui, ma sono io a scegliere chi, quando e come. È il motivo per cui, anche tra i giornali online, scelgo soprattutto quelli che per vocazione si cimentano soltanto in questioni in cui sono in grado di fornire un consistente valore aggiunto, seminando il web di unità di contenuto di qualità, o quelli che per contro svolgono la meritoria funzione di ricostruzione del contesto nelle vicende più complicate, fornendo utili appigli per la selezione delle fonti più degne di interesse. Salvo da questo processo di disgregazione delle testate e dei contenitori il libro, a prescindere dalla sua progressiva (e irrilevante, da questo punto di vista) digitalizzazione in ebook, perché lo riconosco nella maggior parte dei casi compatibile con la ricerca di unità di contenuto sulle quali basare i miei percorsi di approfondimento personale.

Infine, sono un lettore alla disperata ricerca di fatti, di dati di fatto, di verità oggettive e sopra le parti. Ho la necessità di capire e di verificare, di giudicare potendo osservare il mondo intorno a me soltanto dopo aver appoggiato entrambi i piedi su un terreno consistente. Per questo mi sento tradito più volte al giorno da chi lo dovrebbe fare per me (insieme a me) e invece continua a ragionare più facilmente per battute, cartelle,pagine che per peso specifico di un articolo. Questo rende la necessità del fai-da-te o della ricombinazione personale dei testi e delle fonti più che mai necessaria e urgente, almeno quanto urgente è affrancare il filtro comunitario dei social media dalle emozioni e dalle urla di parte. Sono tutti processi complicati, che richiedono tempo e fatica, ma che avverto irrimediabilmente avviati, benché lontani da un approdo certo e rassicurante. So di non essere più il lettore di prima, non so ancora quale lettore sarò. Ma avverto la responsabilità di vivere in modo più che mai consapevole questo percorso.

Aprile 6 2011

Mercoledì prossimo comincia il Festival internazionale del giornalismo di Perugia. Io, se tutto va per il verso giusto, sarò lì da giovedì sera tardi e ci rimarrò fino a domenica mattina. Il programma, come al solito, è talmente ricco di temi e di nomi imprescindibili da generare ansia per le scelte da fare e rabbia per gli incontri che sarò costretto a saltare. Quest’anno sono stato coinvolto in alcuni panel, a diverso titolo.

Venerdì 15 aprile alle 10 partecipo a un incontro organizzato dalla Columbia Journalism Review su The news frontier: piccoli che fanno grandi storie, con Claudio Giua (direttore sviluppo e innovazione Gruppo Espresso), Charles Lewis (giornalista investigativo, fondatore del Center for Public Integrity), Justin Peters (direttore CJR online) e Paul Staines (Guido Fawkes blog).

Sempre venerdì 15 alle 16 partecipo alla cerimonia di premiazione del Premio Eretici Digitali, di cui sono giurato con Angelo Agostini, Sebastiano Caccialanza, Luca De Biase, Anna Masera, Marco Pratellesi e Mario Tedeschini Lalli.

Poco dopo, alle 17.30, modero un panel su Factchecking, il giornalismo che si ferma ai fatti, al quale partecipano Bill Adair (fondatore e direttore di PoliFact), Hauke Janssen (direttore del settore factchecking di Der Spiegel) e Luca Sofri (fondatore e direttore de Il Post).

Alle 19 c’è la presentazione dell’Online News Association, di cui sono diventato membro proprio quest’anno e che sta mettendo insieme un piccolo gruppo operativo anche in Italia (ricorderete l’incontro di novembre sul giornalismo iperlocale). Coordina Mario Tedeschini Lalli (direzione sviluppo e innovazione Gruppo Espresso) e partecipano gli ospiti internazionali che daranno vita a Perugia a una serie di tavole rotonde e workshop su cui torno tra un attimo.

Sabato 16 aprile alle 17.30, infine, partecipo a un panel su Open data e informazione: il mondo sta per essere sommerso di dati, i giornalisti sapranno dargli un senso? a cui prendono parte Ernesto Belisario (presidente dell’Associazione Italiana per l’Open Government), Jonathan Gray (coordinatore della community di Open Knowledge Foundation), Simon Rogers direttore del  Datablog e del Datastore di The Guardian). Modera Diego Galli, responsabile del sito di Radio Radicale.

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Per quanto riguarda gli incontri organizzati dall’Online News Association segnalo, oltre al già citato incontro di venerdì sera, due tavole rotonde e quattro workshop. Venerdì 15 alle 10.30 tavola rotonda sull’editorial cartooning con Maurizio Boscarol, Makkox, Mark Fiore (Premio Pulitzer 2010) e Dan Perkins. Domenica 17 alle 16 Elvira Berlingieri, Jon Hart, Guido Scorza e Mark Stephens (avvocato di Julian Assange) discutono di libertà di stampa e libertà di espressione.  I workshop sono dedicati alle narrazioni non lineari (venerdì alle 15), agli strumenti digitali gratuiti per il giornalismo (venerdì alle 17), allo smartphone come strumento per cronisti (sabato alle 9.30) e ai social media come strumenti per i cronisti (sabato alle 15). Sulla neonata pagina Facebook di ONA Italia, che segnalo a chi si occupa di giornalismo in ambito digitale, si trovano già i relativi eventi.

Novembre 4 2010

Segnalo – e mi riconosco in ispirazione e sensibilità – due iniziative attigue, entrambe animate da amici e compagni di viaggio di lungo corso. La prima è SpaghettiOpenData, un luogo di aggregazione di pensiero, di strumenti e di esperienze legate all’idea che i dati pubblici debbano essere rilasciati in formati aperti e facilmente accessibili.  Si tratta, peraltro, di un tema fondamentale anche per il giornalismo digitale che verrà (e che altrove nel mondo spesso già è ). La seconda iniziativa è la nascita dell’Associazione italiana per l’Open Government, che si presenta in questi giorni con un manifesto sull’open government ancora in beta, che mi permetto di rilanciare anche qu:

1 – Governare con le persone
La partecipazione attiva è un diritto e un dovere di ogni cittadino. L’Open Government si propone di creare le condizioni organizzative, culturali e politiche affinché questo venga esercitato con pari opportunità per tutti.

2- Governare con la rete
La Pubblica Amministrazione deve far riferimento a un nuovo modello organizzativo che abbandoni la logica burocratica verticale di gestione dei servizi pubblici a favore di una logica orizzontale, in grado di coinvolgere i diversi attori pubblici, privati e del non profit, nel raggiungimento di un obiettivo comune. Tale obiettivo può essere perseguito attraverso un efficace uso della Rete.

3 – Creare un nuovo modello di trasparenza
L’Amministrazione deve agire in modo da garantire sempre la più completa trasparenza dell’attività di governo e la pubblicità di tutto ciò che è relativo al settore pubblico. Fornire ai cittadini tutte le informazioni sull’operato dell’Amministrazione è indispensabile per realizzare un controllo diffuso sulle attività di governo e sulla gestione della cosa pubblica.

4 – Trattare l’informazione come infrastruttura
I dati delle Pubbliche Amministrazioni devono essere accessibili a tutti sul Web in formato aperto, gratuitamente ove possibile, e – in ogni caso – con licenze idonee a consentire la più ampia e libera utilizzazione. La disponibilità di dati aperti è, di fatto, l’infrastruttura digitale sulla quale sviluppare l’economia immateriale. Le Pubbliche Amministrazioni, liberando i dati che gestiscono per conto di cittadini e imprese, possono favorire lo sviluppo di soluzioni da parte di soggetti terzi e contribuire in modo strategico, allo sviluppo economico dei territori dalle stesse amministrati.

5 – Liberare i dati pubblici per lo sviluppo economico del terzo millennio
Le Pubbliche Amministrazioni devono concentrarsi sulla produzione, classificazione e pubblicazione di dati e informazioni grezzi e disaggregati, lasciando, salvo eccezioni espressamente previste dalla legge, all’iniziativa privata lo sviluppo di applicazioni ed interfacce per la loro rielaborazione, consultazione e fruizione. Un orientamento della Pubblica Amministrazione verso l’Open Data offre nuove opportunità a chi investe nella Rete, incentivando la crescita di nuovi distretti dell’economia immateriale che rappresenterebbero un nuovo modello di produzione da affiancare a quello tradizionale oggi in crisi e, troppo spesso, sostenuto dagli aiuti di stato.

6 – Informare, coinvolgere, partecipare per valorizzare l’intelligenza collettiva
La rete moltiplica il potenziale delle intelligenze coinvolte e aumenta l’efficacia dell’azione amministrativa. Le dinamiche organizzative ed i procedimenti della Pubblica Amministrazione vanno ripensati per  migliorare la qualità dei processi di informazione,  facilitare il coinvolgimento e la partecipazione di tutti i cittadini, diffondere la cultura dell’Open Governement anche attraverso i social media e le tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

7 – Educare alla partecipazione
Lo  Pubblica Amministrazione promuove la partecipazione di tutti i cittadini alla gestione  della cosa pubblica anche attraverso il ricorso alle tecnologie dell’informazione, eliminando ogni discriminazione culturale, sociale, economica, infrastrutturale o geografica ed educando alla partecipazione come diritto e dovere civico di ogni cittadino.

8 – Promuovere l’accesso alla Rete
La tecnologia, ed in particolare internet e gli strumenti di accesso alla Rete, sono elementi abilitanti ai processi di partecipazione. Per questo motivo è dovere dello Stato consentire a tutti i cittadini di accedervi e promuoverne la cultura d’uso.

9 – Costruire la fiducia e aumentare la credibilità della PA
La conoscenza e la partecipazione ai processi decisionali sono strumenti di costruzione della fiducia in un rapporto tra pari che coinvolge Amministrazione e Cittadini rendendo inutili gli attuali livelli di mediazione. L’appartenenza agli stessi ecosistemi (digitali e non), la pratica delle stesse dinamiche sociali e servizi efficaci costruiti intorno al cittadino e alle sue esigenze aiutano ad accrescere la fiducia, la credibilità dell’Amministrazione e la condivisione degli obiettivi.

10 – Promuovere l’innovazione permanente nella pubblica amministrazione
La costruzione di servizi deve essere sempre realizzata in modalità condivisa e sviluppata, pensando l’utente al centro del sistema e mantenendo aperta la possibilità di far evolvere i sistemi. Una innovazione permanente per garantire una revisione continua, nelle forme di utilizzo, negli adeguamenti tecnici, funzionali ed organizzativi sempre in linea con l’evoluzione dei paradigmi della Rete.

Luglio 2 2010

A Firenze sono andato e tornato talmente di corsa che non ho proprio fatto in tempo a godermela. Però ToscanaLab mi è sembrato un luogo interessante, ricco di energia e di buon umore. Ospitato in una sede talmente improbabile, la gipsoteca dell’Istituto d’arte, da sembrare azzeccata: parlavano perfino i muri. Io ero inserito all’interno del percorso dedicato a internet come strumento per il miglioramento della società, percorso che univa politica e informazione. È stato piacevole confrontarsi una volta di più con Antonio, Antonella e Livia, ma è stato ancor più interessante conoscere Dino Amenduni, una delle menti dietro i più interessanti progetti online della politica pugliese, ed Ernesto Belisario, che ha approfondito in modo molto stimolante gli open data (discorso che si interseca con discussioni recenti anche in campo giornalistico). Il mio contributo è stato minimo, ho raccolto quattro idee su un tema che m’intriga molto da qualche tempo: l’iperlocalità come dimensione operativa a disposizione dell’informazione e del governo del territorio. Ci sono le slide, ma non sono molto parlanti in questa versione.

Più interessante è semmai il testo che riassume gli approfondimenti del nostro panel. L’idea era che ogni gruppo di lavoro producesse un documento di sintesi da portare poi nella sessione plenaria di chiusura. Questo è quello che è uscito dal nostro, per merito soprattutto di Antonio Sofi (approfondimenti su SpinDoc):

Trasparenza e fiducia
La società digitale è trasparente e translucida: ci si vede (ci si deve vedere) attraverso. La spinta verso la massima trasparenza vale per la politica e per la pubblica amministrazione, per il giornalismo e l’informazione, per il pubblico e i cittadini. Una nuova negoziazione che produce una nuova opinione pubblica: più informata e attiva, in cui nessuno può nascondere niente o avere rendite di posizione. Una nuova negoziazione fiduciaria. Il termine è inoltre legato a doppio filo all’attività della Pubblica Amministrazione: la trasparenza degli atti amministrativi può essere realizzata solo e unicamente tramite le nuove tecnologie. Per rendere noti decisioni e risultati; per migliorare il rapporto dei cittadini con la burocrazia e la competitività delle scelte delle aziende.

Ascolto e condivisione
Più che per parlare, i nuovi media servono per ascoltare gli altri. Il pubblico ha subito una mutazione antropologica: non è più audience muta, ma è composta di persone che possono pubblicare e si aggregano intorno a un bisogno o un contenuto. Una propensione all’ascolto e all’apertura verso l’esterno è sempre più il presupposto per poi dire con sensatezza. All’ascolto si lega l’idea di condivisione – che chiama in causa tutti i soggetti interessati nessuno escluso. Non è un flusso che viene dall’alto, ma un meccanismo circolare attivato da tutti i nodi che stanno in rete: ogni pezzo di contenuto e informazione condiviso migliora la vita di chi viene in contatto con esso.

Riscoperta del territorio e senso di comunità
I nuovi media non sono solo fattore di globalizzazione. Ma sempre più una riscoperta del territorio e del locale, grazie a comunità di persone che trovano online gli strumenti per conoscersi, far conoscere i propri bisogni, attivarsi e organizzarsi. Le comunità che si creano online (anche se non hanno una base geolocalizzata) hanno un forte senso di appartenenza e adesione – che può diventare anche il vero valore aggiunto per l’innovazione e il cambiamento.

Impegno “grassroots” e approfondimento narrativo
I nuovi spazi digitali consentono e aprono alla progettazione, produzione e distribuzione di contenuti dal basso (“grassroots”) che aggirano le logiche mediali tradizionali e si caratterizzano per un maggiore impegno. Una propensione (spesso multimediale) legata alla ricerca dell’approfondimento, della narrazione, della profondità dello sguardo sui fatti e sugli eventi.

Sincronizzazione e “bridging” tra diverse velocità
In contesti in cui esistono varie e diverse sensibilità, tradizioni, velocità e esperienze (pe l’Unione Europea), il web può servire per “sincronizzare” i vari punti di vista e fare da ponte (“bridge”). Sia per la costruzione di una identità comune, sia – più pragmaticamente – per concordare delle politiche efficaci e condivise.

Giugno 9 2010

Da questa mattina dovrebbe essere disponibile in buona parte delle librerie italiane Giornalismo e nuovi media. L’informazione al tempo del citizen journalism, il mio nuovo libro dedicato all’evoluzione della mia professione nel mondo di internet. Per vuole approfondire, oltre alla scheda su questo mio sito, sono disponibili anche una scheda su Apogeonline, dove si possono leggere sommario e introduzione, e una pagina di social-cose su Facebook.

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Giugno 4 2010

Credo accada un po’ a tutti noi che “viviamo online” da un numero ormai ragguardevole di anni. Molti tra i miei più cari amici, che pure seguono da anni quello che faccio per lavoro e hanno una copia dei miei libri in casa, hanno sempre sdegnosamente ignorato il mondo dei blog e della condivisione in rete. Fino a Facebook. Dentro Facebook, per una serie di motivi che non ho ancora del tutto messo a fuoco, ci si sono tuffati senza alcuna remora o prudenza. Ora sono loro i fanatici della condivisione, ben più di me. Sono loro che segnalano a me le pratiche e gli strumenti che io a suo tempo proponevo loro. Perfino chi non condivideva la mia serenità nel mostrare in rete le foto di mio figlio che cresce oggi è il più incallito tra i dispensatori di aneddoti sulla propria famiglia. Al punto che non pubblicano più soltanto le immagini dei propri figli, ma anche dei miei figli. E non pubblicano solo le loro foto, ma anche le mie foto. Tanto lo fai già tu, mi rispondono: è vero, ma in modi che poi io posso gestire e controllare direttamente e comunque all’interno delle mie reti sociali.

C’è un aspetto che mi rende felice, in tutto questo: sono arrivati a ciò che a suo tempo proponevo loro attraverso i propri percorsi personali, e questo è un bene. Ma c’è un aspetto che mi spaventa: ci sono milioni di persone, là fuori, che pensano di guidare un triciclo al parco giochi e non si rendono conto di essere invece al volante di un bolide in autostrada. Possono farsi male e possono fare del male agli altri. Nella più assoluta buona fede, sono inconsapevoli della dimensione in cui stanno operando e delle ripercussioni delle loro azioni sociali. Strumenti come Facebook richiedono ai loro utenti di maturare in pochi giorni un’alfabetizzazione alla socialità digitale che noi più fortunati pionieri della socialità digitale abbiamo invece avuto modo di sviluppare nel corso degli anni.

Non c’è alcun merito nell’essere arrivati prima, non è questo il punto. Il punto è che pensavo bastassero generosi dosi di buon senso, ma alla prova dei fatti o il buon senso è un bene particolarmente scarso in natura oppure semplicemente non è sufficiente. E, nella faglia culturale che ormai divide le istituzioni deputate (famiglie, scuole, amministrazioni pubbliche, luoghi di condivisione di esperienza) dal mondo contemporaneo, io continuo a vedere fior di professionisti mettere la faccia su opinioni formulate in modo diffamatorio, ingiurioso, violento; ragazzini sputtanarsi la propria reputazione personale e professionale prima ancora di aver cominciato a metterla in gioco; intimità messe in piazza senza il minimo filtro. A me sta bene tutto, sono un sostenitore della prima ora della possibilità per chiunque di mettersi in gioco liberamente, raggiungendo la piena espressione della propria personalità e del proprio talento. Penso che, comunque vada, sarà più il bene che ne verrà. L’unico cruccio che mi faccio è che diventi al più presto per tutti una scelta consapevole, informata, digerita riguardo alle implicazioni di ciò che si sta facendo.

Io detesto i decaloghi. E detesto due volte quelli che mettono in guardia dai rischi del mondo digitale. Ma da tempo ne rimugino uno, che metto nero su bianco in una sua beta ancora tutta da rodare. L’ho pensato per i miei amici, ma magari può essere utile anche a qualcun altro:

  1. Sii consapevole che tutto quello che scrivi e che condividi riguardo a te e ai tuoi amici potrebbe sfuggire al tuo controllo. Dentro ambienti come Facebook, il tuo controllo sui contenuti finisce sostanzialmente nel momento in cui pubblichi un contenuto. Non è sempre così, ma sii preparato al fatto che potrebbe anche essere così.
  2. Sii consapevole che potresti essere chiamato a rispondere di qualunque cosa tu abbia scritto o condiviso, anche molto tempo dopo che l’hai pubblicata. I reati esistono anche dentro internet e sono gli stessi che regolano qualunque convivenza sociale: passato lo spaesamento per la novità dell’ambiente, le querele aumenteranno.
  3. E nel caso ti rimanesse il dubbio: no, anche se non ti firmi con nome e cognome dentro internet non sei mai del tutto anonimo. Ogni tua azione lascia tracce a qualche livello. Se necessario, può essere più facile di quanto tu creda risalire alla tua identità.
  4. La differenza tra l’espressione legittima delle tue idee e l’ingiuria o la diffamazione è spesso soltanto una questione di formulazione del pensiero e di stile nel confezionarlo. Puoi pensare che Tizio sia un cretino, ma non puoi dargli semplicemente del cretino. La libertà di opinione e di espressione non implica la libertà di insulto. Questa non è educazione a internet, questa è educazione civica.
  5. Sii lungimirante: se pensi che un contenuto, tolto dal suo contesto originale, un giorno potrebbe nuocere a te o alle altre persone coinvolte, evita di pubblicarlo. Tieni sempre in mente il fatto che stai giocando con la reputazione e la dignità tua, dei tuoi amici e di tutte le persone con cui ti capita di interagire.
  6. Non pubblicare o condividere mai nulla che riguardi anche altri senza avere l’esplicito consenso di tutte persone coinvolte. Ci sono persone che non gradiscono affatto che in rete circolino le loro foto o si parli di loro ed è giusto rispettare la loro sensibilità: non sono loro a dover manifestare la loro preferenza a pubblicazione avvenuta, sei tu che devi verificarla preventivamente. L’attenzione deve essere ancora maggiore quando i contenuti riguardano minorenni, a maggior ragione se non si tratta dei propri figli.
  7. Assicurati di essere legittimato a pubblicare contenuti che non siano prodotti da te: se pubblichi foto di altre persone devi avere il loro consenso, altrimenti ti stai appropriando di una creazione intellettuale altrui. Se vuoi rilanciare un contenuto che ti è piaciuto molto, un estratto con un link alla fonte originaria è altrettanto efficace e molto più rispettoso del funzionamento di internet.
  8. Se decidi di rilanciare appelli, campagne di opinione e altri contenuti “virali” assicurati di non contribuire alla propagazione di bufale o di palesi falsità. Più un contenuto è soprendente e basato su presupposti emotivi più è probabile che sia artefatto, superficiale o disonesto: condividendolo ne sottoscrivi implicitamente i limiti e i fini. Se contribuisci a diffondere falsità e bufale manifesti platealmente la tua ignoranza (e gli altri sono autorizzati a fartelo notare). La rete offre molti strumenti per fare verifiche preventive, usali.
  9. Sei nodo in una rete, anello in una catena. Ogni tua azione ha una conseguenza, seppur minima, a livello di sistema. Sei libero di pensare, esprimere e condividere quello che ti pare: quello che ci si aspetta da te è che sia quanto meno un’azione consapevole e ponderata.
  10. È troppo facile esprimersi per lo più contro qualcosa o contro qualcuno, a maggior ragione oggi che tutti possono diffondere con facilità le proprie idee. Costringiti a discutere sempre e soltanto le idee, mai le persone. Costringiti a essere positivo, propositivo. Da grandi abilità derivano grandi responsabilità. Oggi non hai più scuse per non contribuire a migliorare il mondo. Comincia migliorando le tue idee, il modo in cui le presenti e l’impatto che possono avere nella tua rete sociale.
Marzo 1 2010

Mercoledì prossimo, 3 marzo, sono ospite di Ustation e dell’Università di Trieste per un dibattito sugli ebook e sulla scrittura al tempo dei nuovi media. Partecipano all’incontro Giulia Blasi (blogger e scrittrice), Ivano Costa (Market&Product Innovation di Telecom Italia), Francesco Forlani (redattore di Nazione Indiana), Oliviero Ponte Di Pino (direttore editoriale di Garzanti), Vittorio Pasteris (giornalista ed esperto di scritture per il web), Giuseppe Battelli (preside della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Trieste) e Roberto Toffolutti (responsabile dell’emittente universitaria Radio InCorso). Appuntamento alle 14.30 in Aula Magna (sede centrale). Gli organizzatori fanno sapere che il dibattito sarà trasmesso anche in diretta streaming. Mi sembra interessante segnalare che all’iniziativa di Ustation è collegato un concorso sul giornalismo partecipativo per studenti universitari e neolaureati, in scadenza il 14 marzo.

Febbraio 1 2010

Linguaggi digitali per il turismo Qualche tempo fa l’APT Basilicata organizzò un convegno a Matera per parlare di grammatiche digitali nel settore del turismo, parecchio prima che l’argomento cominciasse a guadagnare credito all’interno delle amministrazioni pubbliche. Fu un bell’incontro, denso di stimoli e ricco di contaminazioni tra specializzazioni differenti, reso infine memorabile da una fitta nevicata che fece ancor più magica la cornice dei sassi (e piuttosto periglioso il rientro). A quel convegno parteciparono tra gli altri Derrick de Kerckhove, Bruce Sterling, Giampiero Perri, Giuseppe Granieri, Mauro Lupi, Roberta Milano, Antonio Sofi, Giovanni Boccia Artieri. Molti se ne interessarono in seguito, chiedendo che fossero resi disponibili gli atti. Da quel materiale oggi è stato finalmente tratto un libro, Linguaggi digitali per il turismo, che esce in questi giorni nella collana dei saggi di Apogeo a cura di Giuseppe Granieri e Gianpiero Perri. Dentro c’è anche un mio intervento che prova a raccontare “quello che i turisti raccontano alla rete e  quello che la Rete racconta ai turisti”.

Questo è l’indice, per chi fosse interessato:

Prefazione – Il turista digitale non improvvisa
di Derrick de Kerckove

Introduzione – Sul perché e su alcune ragioni
di Giuseppe Granieri

La comunicazione per individui e non per masse
di Sergio Maistrello

L’accesso alla conoscenza turistica sul web: i motori di ricerca e le loro logiche
di Mauro Lupi

Il marketing turistico nell’era del web: nuovi approcci e nuove opportunità
di Roberta Milano

Cosa fare e cosa non fare nella Rete turistica. Il caso Italia.it
di Antonio Sofi

L’esperienza del territorio e lo spazio digitale
di Giovanni Boccia Artieri

La grande trasformazione
di Giampiero Perri

Appendice – L’esperienza del territorio in Second Life
di Giovanni Boccia Artieri, Laura Gemini, Valentina Orsucci

PS- Ne parla anche Roberta Milano.

Novembre 21 2009

Appunti veramente sparsi e ancora incompleti, oggi. E’ stata una giornata altalentante, quella conclusiva al Personal Democracy Forum di Barcellona: sono mancati i grandi interventi di visione e anche la coralità e coerenza dei panel talvolta ha lasciato a desiderare. Decisamente meglio il pomeriggio della mattina: da recuperare in video, quando ce ne sarà l’occasione, l’intervento di Tom Steinberg (mysociety) e del fondatore di Meet Up Scott Heiferman in Reinventing Goverment e i panel Transparency and Participation: Changing the Equation e Can Social Media Create a European Union?. Notevole, ma da analizzare con calma, il modello di mediasfera e di hub management proposto da Vincent Ducrey in Adapting e Thriving in the New Media Environment. Di rilievo la presentazione di Antonio Sofi, che numeri alla mano ha fatto vedere come, soprattutto in Italia, i politici abbiano saltato il blog e siano approdati direttamente su Facebook, più che altro perché spinti dai propri elettori. Per via dei percorsi paralleli della conferenza ho perso purtroppo la presentazione di Alberto Cottica sul Progetto Kublai, che le voci di Twitter definiscono inspiring. Anche questa da recuperare in video appena possibile.

Nel corso della giornata sono emersi soprattutto quelli che Micah Sifry in apertura di giornata ha definito metahacker, piccoli e grandi abilitatori dell’hacker del processo di sintesi civica che risiede potenzialmente in ciascuno di noi. Me li appunto come promemoria sotto forma di link, alcuni già noti, da sviluppare semmai in seguito:

Novembre 20 2009

Il primo giorno del Personal Democracy Forum Europe, qui a Barcellona, si è aperto con una conversazione tra Micah Sifry e Charlie Leadbeater tutta giocata sulla suggestione della cloud culture. Un numero maggiore di persone ha accesso a molti più strumenti creativi. Le nuvole sono una buona metafora del mondo verso cui stiamo andando: come in cielo, ce ne sono di tanti tipi, sono diverse tra loro, stratificate; il processo di aggregazione funziona come i cumulonembi. Leadbeater ridefinisce il modello bottom-up e top-down sotto forma di confronto tra cloudmaker e clockmaker, inserendo informazione e politica tradizionali nel secondo gruppo. Il problema dei giornali, dice Leadbeater, è che non hanno fatto abbastanza, si sono fermati alle pratiche di vent’anni fa. I politici invece dovrebbero preoccuparsi di guadagnare credito, piuttosto che di condividere semplicemente informazioni. Lasciare che le nuvole si formino liberamente sarà la sfida per i governi del mondo, e in questo senso i paesi occidentali dovrebbero farsi esempio trainante, piuttosto che tentare per primi di controllare il processo.

Da Anthony Hamelle di Linkfluence è arrivato uno studio molto interessante sulla “eurosfera”, la nuvola di contenuti e link del continente, per il momento limitata a quattro paesi: Germania, Olanda, Francia e Italia. Lo scopo era monitorare come le diverse blogosfere/infosfere nazionali si confrontassero vicendevolmente e soprattutto rispetto ai temi di attualità continentale. Particolarmente interessante è il caso italiano, che appare molto isolato, rinchiuso in se stesso, sostanzialmente disinteressato rispetto all’agenda dell’Unione e pesantemente incline alle opinioni personali piuttosto che alle analisi politiche. Da studiare il grafo sociale presentato, anche se non credo che la versione interattiva mostrata oggi sia messa a disposizione del pubblico.

Le sessioni più interessanti della prima giornata sono state quelle dedicate al caso Obama e alla sua potenziale riproducibilità nel Vecchio Continente. Joe Rospars, responsabile delle strategie sui nuovi media della vincente campagna presidenziale, ha insistito sulla relazione con gli attivisti, relazione che non aveva tanto a che fare con il candidato Obama in sé quanto con le persone stesse che lo sostenevano. Le persone erano ispirate da Barack Obama, ma erano motivate dal vedersi reciprocamente impegnati nella causa. I grandi eventi di massa sono stati soprattutto occasioni di contatto con i simpatizzanti, un contatto che poi, grazie a telefonate, email e social network, è continuato nel tempo con lo scopo di informare, stimolare l’attivismo locale e soprattutto far incontrare tra loro le persone. L’idea di fondo della campagna è stata abbassare le barriere alla partecipazione spontanea. Il risultato in soldoni parla di 13 milioni di persone contattate, dalle quali sono nati 45.000 gruppi locali autoorganizzati, 200.000 eventi sul territorio e naturalmente i famosi 500 milioni abbondanti di dollari in micro-donazioni spontanee. Ma anche il fundrising è stato concepito più in una chiave di relazione col candidato e con le idee condivise tra i sostenitori, piuttosto che una mera compartecipazione alle spese. Durante la campagna di Obama sono stati prodotti 1,2 miliardi di video, dei quali soltanto un decimo prodotti dallo staff ufficiale. Tre sono stati i principi ispiratori della campagna 2008, spiega Rospars: trasparenza, autenticità e partecipazione.

Quanto di tutto ciò può essere applicato in Europa? Obama è stato un candidato eccezionale in un momento eccezionale, dice Dominique Piotet, che pertanto è scettico sulla possibilità che il suo modello sia facilmente importabile al di qua dell’oceano. La campagna di Obama è stata la prima campagna del XXI secolo, così come quella di McCain è stata forse l’ultima del XX: Obama ha sfruttato il vantaggio di chi fa la prima mossa. E poi ci sono motivi strutturali profondi, sostiene Piotet: ci sono effettivamente comunità in Europa? Ci sono campagne? Abbiamo dei movimenti, ma i movimenti non sono campagne. Non abbiamo abbastanza movimenti spontanei, dal basso. Non abbiamo nemmeno una sinistra europea univoca, ma tanti piccoli schieramenti frammentati e incompatibili su scala continentale. Infine, non abbiamo ancora la necessaria predisposizione alla trasparenza. Guardate il calcio, ironizza il francese Piotet riferendosi implicitamente alla qualificazione mondiale della sua nazionale: vi pare che siamo pronti per la trasparenza? E l’elezione del presidente dell’Unione vi è sembrata una dimostrazione di trasparenza? No, Obama non può essere un modello per l’Europa, ma quanto meno una favolosa fonte di ispirazione.

Internet non è soltanto uno spazio pubblico, ma come dimostra Obama anche uno straordinario strumento di organizzazione, aggiunge Benoit Thieulin. In questo senso l’Europa deve sviluppare un’attitudine molto più professionalie. Tuttavia quello che ha fatto Obama rispetto alla gestione dei contatti dei sostenitori da noi non è pensabile, abbiamo tutt’altra propensione rispetto all’uso delle informazioni personali. Parere su cui non è d’accordo Rospars: non è poi così diversa la sensibilità, forse sono semplicemente le organizzazioni europee ad avere fatto finora un pessimo lavoro in questo senso. In Europa avete una dedizione al partito che negli Stati Uniti non esiste: è folle non metterlo a sistema. E non vi illudete rispetto alla congiuntura eccezionale in cui è stato eletto Obama, conclude: vi assicuro che portare alla Casa Bianca un afroamericano con un nome iracheno è stato tutto fuorché semplice.

Nel pomeriggio il programma si è spezzettato in diversi percorsi paralleli. Quelli che ho seguito io (l’uso del video a supporto di cause e candidati, con il caso tutto italiano di Diego Bianchi, e le strategie per la mass mobilitation) non sono andati molto oltre il già noto o la presentazione di strumenti e attività. Da recuperare in video (saranno messi a disposizione a breve) il panel su come i blog stanno trasformando la politica (moderato da Antonella Napolitano): a quanto pare le diverse esperienze messe a confronto hanno prodotto un’ora di contenuti molto stimolanti. Le sessioni nella sala principale, ad ogni modo, sono trasmessi in diretta streaming. Da seguire anche la cronaca collaborativa che emerge da Twitter.

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