Il fatto che Bill Gates scelga di uscire da Facebook per manifesta ingestibilità del suo profilo a me, con buona pace degli editorialisti oggi scatenati, conferma soltanto l’idea che questo strumento – non Facebook, internet – sta ridefinendo le priorità quantitative della società. È l’apologia dei piccoli numeri che scrivevo altrove. Sei una star? Fai il pieno di contatti? Bravo, non ti serve a nulla. Anzi, ti fa perdere qualcosa. Sei buono solo per far titoli sul giornale, per far la gara con Oprah e Ashton Kutcher. Ed è un problema, chiaro: ma non per i comuni mortali, che in barba alla compassione dei media stanno mettendo a frutto le loro insignificanti reti; quanto per le star, che rischiano di restar confinate nella loro realtà virtuale. Le relazioni mediate dalla rete premiano la normalità, il basso profilo, la quotidianità, i pochi ma buoni. Strano che ci si stia mettendo così tanto a comprenderlo.
Tag: culture digitali
Umanità accresciuta
- LOCATED IN Leggo
In questi giorni mi sono riletto Umanità accresciuta, il nuovo saggio di Giuseppe Granieri. Da qualche tempo ho preso l’abitudine di parlare dei libri che leggo su aNobii, ma in questo caso vorrei parlarne soprattutto qui. I libri di Giuseppe, infatti, sono il distillato di un percorso di maturazione sulle implicazioni dei network digitali, un punto di arrivo più che un punto di partenza: lui studia, confronta, raccoglie, giunge a una visione organica, quindi ne fa sinstesi e traspone il tutto sulla carta (con una facilità che gli ho sempre invidiato). I suoi libri sono il racconto in bella dei nostri anni passati in rete, motivo per il quale sono anche i primi titoli che consiglio a quanti arrivano oggi sul web, magari attraverso a Facebook. È difficile spiegare tutto quanto sta dietro le banalizzazioni di un social network di successo, lo scenario complessivo: Giuseppe ci riesce in poche decine di pagine.
Il pregio più incisivo di Umanità accresciuta, dal mio punto di vista, è il registro scelto da Giuseppe: parla di scenari tecnologici evoluti, e non ancora del tutto assimilati nelle cronache contemporanee, con le parole della normalizzazione. Superata la suddivisione rigida tra reale e virturale, tra online e offline, che ci portiamo dietro fin dagli anni Ottanta, in Umanità accresciuta la parola “rete” scompare progressivamente dentro “società”. Le persone stanno spostando una parte significativa della loro vita dentro uno spazio sociale, culturale, politico che non è più caratterizzato dalla presenza fisica. Non è necessariamente bene, non è necessariamente male: è; accade; è sotto ai nostri occhi. Il punto, semmai, è l’accelerazione, l’aumento di scala, il cambiamento di paradigmi e regole, di cui dobbiamo cominciare a prendere le misure con serenità e spirito contemporaneo. Non è più una questione di futuro, scrive Giuseppe.
Piuttosto l’accelerazione sta mettendo in discussione la biologia umana come limite, da qui l’idea di umanità accresciuta. Nella selva di letteratura cyber-qualcosa, avanguardie trans-umaniste, severità estropiane – un dibattito che non è ancora riuscito ad affascinarmi – Giuseppe sceglie una vita intermedia e ragionevole, constatazione non di uno stravolgimento del rapporto tra uomo e tecnologia, ma di uno spostamento dell’equilibrio tra biologia e cultura. Siamo e continuiamo a essere uomini, ma in modo diverso: non c’è via d’uscita, semmai la necessità di allargare lo sguardo, saper gestire uno squilibrio che si annuncia permanente, «navigare a vista governando la nave». Su chi debba governare quella nave, per lo meno a livello micro, Giorgio Jannis proponeva già alcune riflessioni interessanti.
Questo doveva essere il libro di Giuseppe dedicato in qualche modo a Second Life e ai mondi metaforici, ambiente di sperimentazione e ricerca che ha lo entusiasmato – più di chiunque altro nella rete sociale dei pionieri dei blog – nell’ultimo paio d’anni. In realtà quell’esperienza è semplicemente funzionale al disegno complessivo del libro, in quanto passaggio concettuale notevole, «come principio e non come piattaforma». Second Life, come ha scritto spesso, è la «protostoria di una fase nuova».
Resta la transizione da qui a lì, una transizione che secondo Vittorio Zambardino ignora il conflitto e che invece Giuseppe fa rientrare in un naturale processo di assestamento: «Tutto, nei network, mette in contatto persone, e milioni di persione connesse ridisegnano gli equilibri e le relazioni tra loro continuamente. Non è tanto una questione di dare giudizi etici e morali, quanto di prendere atto che le società umane si stanno confrontando con nuove frontiere nei rapporti di condivisione, di complicità, di intimità con l’altro. E che ciascuno di noi reagisce ed agisce in base ai propri valori». Il che rende migrante (opposto ai nativi o comunque agli integrati della società digitale) soltanto colui che «non si sforza di capire il nuovo e tenta di piegarlo alle convinzioni che aveva prima».
Temo che i libri di Granieri abbiano il difetto di piombare come macigni dentro dibattiti sulla tecnologia spesso non ancora abbastanza maturi. Il tempo dirà se Giuseppe legge i segnali deboli meglio di altri oppure merita il biasimo preventivo e spesso sgarbato di chi oggi lo taccia di costruire scenari ideologici. Mi pare tuttavia che l’accelerazione con cui la società evolve (oppure, laddove non evolve, implode) porti parecchia acqua alle tesi sostenute nei suoi libri precedenti, Blog generation e La società digitale. Quest’ultimo, in particolare, resta secondo me resta la cosa migliore che sia stata scritta in italiano per raccontare in modo sistematico lo scenario che sta dietro alla disintermediazione di massa dei processi di convivenza e di cittadinanza. Se uscisse oggi, tre anni e diverse diversi milioni di iscrizioni ai social network dopo, con tutto quel che ne consegue in fatto di aumento di scala e di consapevolezza, sono certo godrebbe di migliore considerazione.
(Non ho detto chiaramente che Giuseppe è un amico, un compagno di viaggio in rete eccetera eccetera eccetera, insomma la solita avvertenza sul conflitto d’interesse rispetto a ciò di cui parlo che ormai m’è venuta perfino un po’ a noia.)
L’epoca dei lumi spenti
- LOCATED IN Segnalo
Trovo irritante che il dibattito sul blocco o meno di Facebook nelle pubbliche amministrazioni sia diventato un argomento della campagna elettorale, per lo meno qui in Friuli. Ad ogni modo prendo nota che su quattro candidati alle provinciali di Pordenone, tutti e quattro – interpellati oggi dal Gazzettino – si sono espressi a favore dell’oscuramento di Facebook. Chi più chi meno, chi con fermezza e chi ventilando distinguo, tuttavia nessuno si è detto chiaramente contrario. Non stiamo più nemmeno discutendo se sia giusto (e utile, e opportuno) filtrare e bloccare, stiamo direttamente contrattando i particolari di come sarà fatto.
Detta in altri termini
- LOCATED IN Parlo
Dree Venier mi avvisa che ora è disponibile anche online un’intervista che mi aveva fatto qualche settimana fa per il numero di marzo del mensile La Patrie dal Friul, tutto dedicato alla rete.
A fâi cuintri a dutis chestis bielis robis al è il pês dal Digital Divide (vâl a dî, il divari digjitâl fra cui che al à a disposizion lis gnovis tecnologjiis, tant che internet, e cui no)… Tu tu âs ancje colaborât come consulent al progjet wi-fi (acès libar ae rêt cence fîl) dal Comun di Pordenon. Cemût ise la situazion in Friûl?
Plui che il divari digjitâl «tecnic» al è penç il divari digjitâl «culturâl». A son inmò zonis li che no rive la rêt, ma planc a planc chest si è daûr a superâlu: ogni dì o lei di sindics e di ditis che a protestin par jessi colegadis e duncje e je cussience de situazion, che e je daûr a comedâsi.
Ancje il wi-fi forsit nol è cussì eficaç come che o pensavi, stant che al è avonde dispendiôs: par rimedeâ ae mancjance di colegament di une part de popolazion si podarès pensâ a intervents smirâts che a domandin mancul bêçs.
Ancora sui ripensamenti
- LOCATED IN Dico la mia
Segnalo che contributi interessanti a proposito di WiFi cittadine stanno arrivando dai post (e dai relativi commenti) di Alfonso Fuggetta, Massimo Mantellini e Gigi Tagliapietra. Quest’ultimo, in particolare, richiama suggestioni di quindici anni fa che suonano ancora sorprendentemente attuali e stimolanti: da leggere e digerire. Fa un po’ impressione pensare a quanto tempo sia passato da quel primo “rinascimento civico”, che ricordo molto bene, e a quanto poco tutto sommato quell’entusiasmo abbia poi inciso sui processi che animano le comunità locali. Altri tempi, altri strumenti, altre dimensioni, forse. Sempre Tagliapietra suggerisce come probabilmente non sia sensato scindere le azioni di stimolo sui processi civici dagli interventi sulla tecnologia. E io credo che in termini assoluti abbia ragione, se non fosse che raramente un’amministrazione locale – oggi – ha le energie, le risorse e la visione per procedere su più fronti contemporaneamente. Dovendo scegliere, al momento sceglie ancora la via più facile, ovvero l’investimento che ha la maggior resa di fronte ai media e ai propri elettori. Comprensibile, ma miope.
Segnalo anche che nel frattempo è uscito il bando con cui l’amministrazione della mia città intende affidare uno studio di fattibilità sulla copertura wireless del territorio comunale. Bando dei cui contenuti nulla sapevo nel momento in cui ho scritto il post precedente, aggiungo a scanso di equivoci. Mi sembra molto impegnativo, abbastanza da tagliare fuori sia i piccoli studi professionali sia i grandi operatori. Non mi è chiaro chi sia il soggetto intermedio che potrebbe essere interessato a procedere su questo fronte. E stiamo parlando soltanto di una valutazione delle condizioni di base, non già della creazione della rete. Di fatto si riparte da zero. L’ipotesi di lavoro parla di una banda minima garantita per utente di 128 kbps, con canale Voip, casella di posta, hosting web, eventualmente integrabile a pagamento dai cittadini interessati ad avere migliori prestazioni.
Appunti da Perugia (1)
- LOCATED IN Partecipo
Il giornalismo non è un prodotto, è un processo (lo ha detto John Byrne, direttore dell’edizione online di Business Week)
Da studiare l’interazione coi lettori promossa da Business Week: ascolto strutturato, community editor, collaborazione attiva a più livelli da parte dei lettori, i lettori “con la faccia”.
Il “pubblico” sta subendo una modificazione genetica. Un po’ come Spiderman: ci ha morsi il ragno della rete e ora stiamo sviluppando superpoteri. (quel fumettaro di Antonio Sofi)
Credo che sul problema del filtro sia necessario essere molto drastici e molto chiari, senza tentennamenti. Se non si capisce il filtro diffuso e spontaneo non si capisce internet. Non è possibile sentire ancora nel 2009 giornalisti, dunque persone immerse nella comunicazione, che pongono il problema dell’overload informativo, soprattutto se sono giovani giornalisti. Non è possibile negoziare, nelle risposte, concedendo qualcosa per cortesia o prudenza alla presunta enormità del problema. Il filtro è ciascuno di noi: la responsabilità (ma anche l’opportunità) di mediare spetta a ciascuno di noi. Punto.
Continuo ad avere la sensazione che il giornalista, anche quando parla di apertura al pubblico, rinegoziazione del processo, necessità di scendere dal piedistallo, continui comunque a considerarsi protetto da un recinto invalicabile. È come se dicesse: ok, siete entrati in redazione, ma il mio ufficio ve lo scordate. Io non credo basterà. Non credo basterà chiamare “cittadini” i lettori, se poi non ci si considera cittadini a propria volta. Ritengo restino ampi spazi per l’esercizio professionale del processo giornalistico, ma non credo troveremo nessun nuovo modello di informazione finché l’informazione non sarà profondamente peer to peer.
Il confronto tra le industrie editoriali e giornalistiche di mezzo mondo e quella italiana si fa sempre più impietoso. Mi sto interrogando sui motivi, sto chiedendo in giro a colleghi che hanno visioni di sistema più ampie delle mie. Le prime risposte dicono che il giornalista italiano non studia più, una volta arrivato al suo posto. Persino le scuole di formazione creano professionisti fermi al secolo scorso. Non si investe in ricerca e sviluppo, nel giornalismo italiano. Dirigenti ed editori sono anche meno visionari. Si fa così perché in fondo è l’unica cosa che sappiamo fare. Il polso con cui un direttore americano impone nuovi processi e nuovi strumenti qui è sconosciuto. Me lo spiego in tempi di vacche grasse, ma oggi che sta chiaramente venendo giù l’intonaco quale alternativa abbiamo? Si perdono soldi per l’incapacità di innovare: perdite per perdite, perché non investire anche solo una piccola parte di quei soldi in laboratori creativi ed esperimenti digitali?
Partita Iva 01537680934 • Trasparenza • Privacy Policy • Licenza contenuti: Creative Commons BY-NC-SA • Per comunicazioni: sm@sergiomaistrello.it