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Tag: culture digitali

Febbraio 8 2009

Ho messo a disposizione su Slideshare le slide che hanno fatto da traccia alla mia lezione di ieri al Master in Digital Marketing & Communication, a Milano. Grazie a chi era presente e mi ha sopportato per sette ore: è stato un piacere passare una giornata in una classe così competente e partecipe.

Dicembre 13 2008

Per quanto possa sembrare strano oggi, c’è stata un’epoca in cui gli aggregatori e i social network erano applicazioni semplici, amatoriali, realizzate in casa nel tempo libero. Tra questi, il Filter di g.g. è stato un’istituzione per molti di noi. Se non fosse esistito, forse oggi tante più persone concepirebbero il loro blog come un canale televisivo personale piuttosto che come il nodo di una rete sociale. Ora Giuseppe ne annuncia la sospensione per manifesta obsolescenza. Se dicessi che ci mancherà suonerei ipocrita, visto il contributo nullo di contenuti che ho dato al Filter negli ultimi anni. Però lo dico lo stesso: ci mancherà.

Tanto lo so che lui dice così, ma poi ha già in testa la prossima puntata. 😉

Novembre 24 2008

Nel corso dei due convegni a cui ho preso parte la scorsa settimana ho sentito prima il presidente del polo tecnologico di Pordenone, che è anche amministratore delegato di una società che in zona brilla per innovazione, nonché uno dei fautori del distretto del multimediale su cui intende scommettere in futuro la città in cui vivo, dire che questa cosa delle relazioni in Rete potrà anche essere affascinante, ma che è bene rimanere alle relazioni in carne e ossa, che tutta questa virtualità della Rete non è cosa. Poi un consulente di sistemi informativi per la pubblica amministrazione affermare che è essenziale dividere Internet in due, una parte lasciata a disposizione della libera e prorompente creatività delle persone, ma l’altra necessariamente riservata alle informazioni certificate, affidabili, garantite, se no sono guai. La conclusione che ne traggo la prendo a prestito da Luca De Biase:

Ho l’impressione che la consapevolezza di questo rovesciamento delle gerarchie nella circolazione delle idee sia una sorta di nuovo digital divide culturale: c’è un’enormità di persone, ai vertici delle vecchie gerarchie, che non hanno ancora compreso la nuova dinamica e che la ritengono una questione di poco conto.

[Per chi c’era e fosse interessato, le slide di entrambi i miei interventi sono disponibili su Slideshare. E grazie a Mauro del Pup esiste una registrazione video di quello che ho raccontato a Pordenone martedì scorso.]
Novembre 14 2008

Martedì mattina, 18 novembre, sono ospite del Centro Culturale Antonio Zanussi di Pordenone – per noi tutti qui la “casa dello studente” – per partecipare al convegno Internet Quotidiano. Città nella rete: nuovi scenari sociali e culturali. La volontà dell’Istituto Regionale di Studi Europei, che organizza l’incontro, è di partire dalle ipotesi di sperimentazione internettose locali (ne abbiamo parlato spesso qui) sia per fare il punto della situazione (con il sindaco della città Bolzonello e l’assessore competente Zanolin) sia per fare rete tra esperienze italiane e attori del territorio particolarmente recettivi. Interviene, tra gli altri, Luca Tremolada della redazione di Nova24. Insieme a Enrico Maria Milič, io prendo parte a un segmento – moderato da Piervincenzo Di Terlizzi – dedicato a identità, comunicazione e storie in Rete.

Venerdì pomeriggio, 21 novembre, sono invece a Milano – meglio: all’Hotel Expo Fiera di Pero – per intervenire al convegno di apertura dell’assemblea nazionale dell’Associazione Nazionale Stampa Online. Tema dell’incontro, dal sapore vagamente batesoniano: Per un’ecologia dell’informazione. Sono in buona compagnia: oltre al presidente Luca Lorenzetti, intervengono Sara Bragonzi dell’ufficio stampa Wwf e il buon Antonio Tombolini. L’evento ha un suo riferimento anche su Facebook, per i maniaci di quell’aggeggio infernale. Per quest’occasione, mi piacerebbe riuscire a mettere a fuoco un po’ di idee raccolte nel tempo a proposito del giornalismo online, anche e soprattutto sulla base dell’esperienza maturata con Apogeonline.

Settembre 4 2008

Beppe Caravita spiega bene sul Sole perché i servizi civici su Internet, tanto strombazzati, di fatto non sono ancora decollati. E come potrebbero migliorare le cose in futuro.

Giugno 24 2008

18.30, Postilla
Lascio l’ultima parola a un twit che trovo particolarmente azzeccato: “No need to wait for the next president to open things. Act locally – get our local and state governments to act now”.

18.20, In fin dei conti
Distesa sessione conclusiva con Scott Heiferman (Meetup), Craig Newmark (Craiglist), Brian Behlendorf (Mozilla Foundation) e Gina Cooper (Netroots Nation). Jeff Jarvis fa lo steward, portando il microfono per la sala. In sostanza: grandi opportunità, grandi speranze, grandi esperimenti, grande mobilitazione, grande ottimismo. Ma ancora molto da dimostrare nella pratica. Soprattutto quando gli entusiasmi della lunga campagna elettorale lasceranno spazio alla routine della politica. E, con questo, credo sia tutto da New York.

17.30, P come Partecipata
Andrew Rasiej e Micah Sifry raccolgono al volo l’invito di stamattina da parte di Douglas Rushkoff. D’ora in poi PDF starà per Partecipatory Democracy Forum.

17.20, Chi l’ha detto?
Breve spazio a disposizione di nuove applicazioni web al servizio della politica. Qualche aggiunta alle già innumerevoli funzioni di OpenCongress. Particolarmente interessante la banca dati di MetaVid, che raccoglie un patrimonio di dichiarazioni e discorsi in video dal 2006 in poi. Colpiscono in particolare le funzioni di ricerca molto avanzate e il servizio di montaggio video integrato, con cui ciascuno può prodursi un montaggio personale.

17.00, The Twitter Song
Intermezzo musicale, tra il serio e il faceto, prima della sessione plenaria conclusiva. Sul palco jazzosamente prestigioso del Lincoln Center, Mary Hodder e Josh Levy cantano If I Had a Twitter. Il video è già su YouTube. Su Twitter gira l’espressione jumped the shark. 🙂

16.20, Il segreto del successo
Nella sessione dedicata al viral-qualunquecosa, Jonah Perretti (BuzzFeed) ha definito il target di riferimento: il network-dei-lavoratori-annoiati. Ma serve del gran seed marketing. Ecco.

15.40, Second Nothing
Magari mi sarà sfuggito qualcosa, ma in due giorni di incontri non mi è ancora capitato di sentir nominare Second Life. Curioso.

15.05, Caricare prima che scaricare
Della conversazione tra addetti ai lavori sulle politiche per far aumentare la diffusione della banda larga (consideriamola una public utility, pensiamo alla Rete come alle strade, dice Cerf), mi resta soprattutto un passaggio che completa il ragionamento di Gilberto Gil stamattina, un collaboratore del quale al momento è sul palco. Bene la cultura peer to peer, e pure quella peeracy che pure suona tanto come piracy. Però insegnamo ai ragazzi a caricare prima che a scaricare.

14.45, Pensavo parlassimo di processi
Credevo fosse una prerogativa molto italiana drammatizzare oltre il ragionevole ogni situazione in una chiave politica competitiva, destra contro sinistra (e viceversa). Da due giorni, appena il contesto si riferisce in modo specifico agli affari correnti statunitensi, in sala e su Twitter parte il coro delle strumentalizzazioni e delle dietrologie all’italiana. Al momento, per esempio, l’Obama guy sul palco della sala principale è accusato di essere troppo Obama guy e buonanotte all’imparzialità del dibattito. L’impressione è che i repubblicani soffrano oltremodo qualunque frase in cui compaiono contemporaneamente le parole Obama e Internet.

14.20, Se fossi il presidente
Sei il nuovo presidente degli Stati Uniti, qual è il primo atto del tuo mandato? Vint Cerf: abolirei la Federal Communication Commission. Josh Silver: proporrei un bill of rights per l’Internet Protocol. Claudio Prado: darei al governo una settimana per comprendere il Dna della Rete.

14.05, Uh… a proposito
Qui, nella culla delle paranoie antiterrorismo, sono collegato da due giorni alla rete WiFi aperta della conferenza. La Rose Hall, che ospita la conferenza, ha un’altra rete, lentissima, che permette l’accesso agli ospiti. Nei dintorni dell’albergo c’è un benedetto router aperto che copre anche le nostre esigenze serali e mattutine (curiosamente, è l’unico aperto che Antonio e io abbiamo trovato finora in giro per Manhattan, ma tant’è). Da quando sono qui non ho lasciato le mie generalità a nessuno per connettermi e scrivere queste poche parole. Per dire, invece, in Italia.

14.00, Internet per tutti
A margine della conferenza è stato presentato Internet for all, una sorta di consorzio di operatori pubblici e privati di buona volontà che credono nella diffusione dell’accesso a banda larga alla Rete come volano di sviluppo e opportunità. Internet non più come bene di lusso, ma come lifeline per l’intera comunità americana. Di fatto un gruppo di pressione specializzato che premerà sul Congresso e sulla Presidenza per dare vita ai suoi principi.

12.40, Hyperpolitics, hyperpeople
La sessione conclusiva della mattina è di Mark Pesce, una lunga carrellata di suggestioni che partono dalle origini della civiltà, passano per Gutenberg e toccano la crescita esplosiva della comunicazione e della conoscenza di questi anni. E il cui punto di arrivo sostanzialmente dice che la condivisione è una minaccia per chi detiene il potere. E che la democrazia è superata da questa forma esasperata di iperconnessione globale.

12.20, Peeracy
Sessione a più voci sull’uso della tecnologia nella soluzione dei problemi globali. Robin Chase (GoLoco e ZipCar) riflette su scarsità e abbondanza, laddove spesso l’una e l’altra sono soltanto un punto di vista limitato sulla realtà e sulle opportunità che ci si presentano. Gilberto Gil, ministro brasiliano della cultura, saluta con benevolenza la pacifica rivoluzione della cultura peer to peer, spendendo addirittura un neologismo: peeracy. Van Jones (Greenforall) richiama l’urgenza di una economia a basso impatto ambientale.

11.30, Civic Technology
Jonathan Zittrain (The Future of the Internet. And How to Stop It) gioca in modo molto efficace con la tecnologia buona e la tecnologia cattiva. Ovvero la tecnologia che serve le persone ed è controllata dalle persone e la tecnologia che si chiude, sfugge al controllo e serve interessi spesso deprecabili o incomprensibili.

10.30, The delete botton on democracy
Seguono tre interventi minori, tutti basati sulla critica più o meno costruttiva all’amministrazione pubblica americana. Il governo dovrebbe investire di più sulla banda larga (Jonathan Adelstein, Fcc). Il governo non spinge abbastanza sulla democrazia e dovrebbe adottare strumenti per ascoltare di più e meglio i cittadini (Steven Clift, e-democracy.org). Carrellata sui servizi utili che il governo potrebbe incentivare e promuovere sul web – dove apparently si scopre che l’e-government negli Stati Uniti non è poi così avanti né pervasivo quanto penseremmo in Italia (Sheila Campbell, USA.gov).

10.00, Lessig
Gran presentazione di Lawrence Lessig. Lo scopo era promuovere Change Congress, iniziativa sua e di Joe Trippi. Dice, in estrema sintesi, Lessig: l’indipendenza dichiarata dai padri fondatori è diventata dipendenza. Dipendenza dai soldi, dal potere, dalla festosa sceneggiata che ogni quattro anni celebra la democrazia. Questa dipendenza sta facendo grandi danni, ma il peggiore è che ha minato la fiducia. La soluzione è rompere la dipendenza del potere dal denaro. Non è il problema peggiore, ma è il primo problema da affrontare.

9.30, Decide la millennium generation
Interessante lettura di Morley Winograd, basata sul suo libro Millennial Makeover, sulla politica americana in termini di spinte generazionali. La quarta, quella che deciderà le sorti politiche del paese quest’anno, è la millennium generation, la più numerosa e multietnica della storia americana.

9.00, Il nuovo rinascimento
L’apertura del secondo giorno qui al Personal Democracy Forum di New York è dedicata al nuovo rinascimento. Douglas Rushkoff, autore fra l’altro di Open Source Democracy, si sbraccia per dire che personal democracy è un ossimoro. La democrazia e l’individuo sono inscindibili. Ma se il primo rinascimento aveva a che fare con la scoperta dell’individuo, il nuovo rinascimento riguarderà la comunità, sarà un rinascimento di gruppo. Finora abbiamo mancato le opportunità offerte dai media: la scrittura, il broadcast. Le persone non hanno imparato a leggere, hanno imparato ad ascoltare. Potevamo avere una nazione di persone che leggono, abbiamo una nazione di eroi. Così oggi abbiamo una nuova opportunità; ma non ha più a che fare con la scrittura, quella è storia passata. L’opportunità di oggi è partecipare attivamente alla riprogrammazione della cultura. La democrazia è un evento collettivo.

[Gli appunti di ieri, qui]
Giugno 23 2008
[Gli appunti del secondo giorno sono qui]

18.20, Liberi tutti
Giornata ricca e stimolante. Finisce con le note a tutto volume di McCainiac. Ora cocktail di fine giornata. A domani.

18.15, Cara, sono a casa
Via vai in casa Edwards. John è tornato a casa e si siede a sua volta sul divano a fiori. Ilarità generale. Ma conversazione calda e piacevole. Di cui si può leggere più o meno tutto su Twitter, in questo momento.

17.15, Merenda a casa di Elisabeth
Doveva essere qui in teatro, ma pare che dal North Carolina non sia partito un aereo nelle ultime 24 ore. Così il teatro va a casa sua. Lunga panoramica sul soggiorno di casa Edwards, poi entrata trionfale della padrona di casa, che ora sta conversando con Andrew Rasiej.

16.45, Ognuno al suo posto
La discussione si è definitivamente spostata dai processi politici ai processi dell’informazione legati alla politica (e non solo alla politica). Nel teatro, dove tra gli altri c’è Jay Rosen, e sugli spazi digitali, dove tiene banco Jason Calacanis, è in corso una discussione sugli spazi del giornalismo e quelli del crowdsourcing. Blog e giornalisti devono negoziare il proprio rapporto? Devono farsi ciascuno gli affari propri? Pensate tutte le possibili posizioni intermedie e avrete un’idea di quel che si sta dicendo.

15.10, Non è tutto network quello che è social
Dice Shirky che MyBarackObama sembra un social network, ma in effetti non lo è: la confezione è quella, ma sviluppa pochissima conversazione.

15.00, Vargas dixit
In compenso mi è piaciuto Jose Vargas, giovane giornalista del Washington Post. Quando la conversazione ha preso una piega molto squilibrata sugli strumenti (messenger? Facebook? MySpace?) ha tagliato corto: “it’s just people“. Secondo Vargas “everybody is a journalist”, e comunque poco importa, perché “people decide what is relevant”.

14.50, Giornaché?
La sensazione è che non sia affatto chiaro quale impatto avrà la tecnologia sulla politica e l’informazione, tuttavia non sembrano esserci molti dubbi sulla crisi dei giornali (più che dei giornalisti). E pensare che qui negli Stati Uniti non hanno nemmeno l’Ordine, tsé.

14.00, Odio scegliere
Il programma del pomeriggio impone la scelta tra sei sale in cui si terranno sessioni parallele. Ne seguirei almeno tre. Alla fine vince la clickocracy del teatro principale, con Jeff Jarvis.

12.30, Campagne impettite
La sessione che sulla carta prometteva più spunti, quella che vede sul palco sei protagonisti delle campagne web dei candidati alle primarie, è al momento la meno efficace. Tutti estremamente formali e sottotono, attenti a una cortesia e a un equilibrio che non permettono di sbilanciarsi troppo. Certo grasso che cola, se pensiamo all’Italia: questi parlano di social network con la scioltezza con cui da noi si parlerebbe di mailing list.

11.40, Here Comes Clay Shirky
Cita decine di iniziative per raccontare il web come un luogo azione collettiva. Il mezzo di comunicazione diventa sempre più un luogo di azione. Ovunque trovi persone che iniziano a fare qualcosa o costruiscono qualcosa. L’open source indica la strada: la chiave non è tanto nello strumento, ma nella licenza, nelle istruzioni che permettono a tante persone di attivarsi in modo veloce, distribuito, organizzato.

11.25, Democrazia imbottigliata
Comincia Chuck Defeo: i nuovi media sono vino nuovo in una botte nuova oppure vino vecchio con una nuova confezione? Di certo una nuova bottiglia, ma è giusto che il vino non sia del tutto nuovo, gli risponde Arianna Huffington.

11.15, Arianna Huffington
Bell’intervento, efficace, dritto al punto. Affidabilità, trasparenza, ricerca della verità. Non possiamo più raccontare il mondo mettendo semplicemente le due facce di una medaglia una accanto all’altra, col giornalista in mezzo a dirigere il traffico. Bisogna ricercare la verità, ci sono informazioni vere e informazioni non vere, quelle non vere non devono più passare. Il racconto della verità oggi non è più affidabile. I giornalisti hanno pieno accesso al potere, ma la storia gli passa sotto il naso (cita pesantemente Bob Woodward). La peggiore tradizione del giornalismo è quella che riporta dichiarazioni e azioni altrui in modo acritico. I blog potranno migliorare le cose, quando avranno pieno accesso diretto al potere – per esempio, alla Casa Bianca o al Congresso. Non serve buttare via tutto: abbiamo tutto l’interesse a recuperare il meglio degli old media.

10.55, Frasi
Non ci serve mobilitazione, ci serve organizzazione (Zephyr Teachout)
Il sistema che stiamo creando è di gran lunga più aperto del sistema dei media (Micah Sifry)
La sfida è usare il nuovo sistema per costruire una nuova agenda, un crowdsourced wikified new contract for America (Patrick Ruffini)

10.50, HRC
Un messaggio da Hillary Rodham Clinton sullo schermo. Un’imitazione, ovviamente. Gli americani in sala se la ridono. Dice che farà uno reality show su YouTube in cui lei sarà la presidentessa degli Stati Uniti, live 24/7.

10:45, Mappe
Finora abbiamo visto molta cartografia della blogosfera. Le più interessanti da qui. Un bel modellino sulla propagazione dei messaggi all’interno della blogosfera americana lo ha mostrato Matthew Hurst di Microsoft. Tutti brevi sguardi, ci sarebbe molto da approfondire. L’impressione in generale è che lo studio dei processi sia cresciuto molto, ma che si limiti ancora all’osservazione. Come dire: conosciamo meglio l’acquario e i movimenti dei pesci, ma non ragioniamo ancora come pesci. Il che è strettamente collegato con le benedette metriche della Rete.


Vedi anche il live blogging di Antonio Sofi
Gli orari indicati sono, of course, GMT-5.

Maggio 2 2008

Non è sempre così, ma così è in molti casi. Le redazioni online – meglio: le redazioni delle riviste online – non sono sempre un luogo fisico e al contrario vivono soprattutto negli spazi sociali della Rete. Per Apogeonline, per esempio, succede qualcosa di simile: il quartier generale, motore principe delle idee apogeiche, sta certamente nella sede della casa editrice a Milano ed è sempre in fermento. Ma la maggior parte delle persone che contribuiscono a dare vita al sito – io per primo che lo coordino, aggiungo a mo’ di disclaimer – sono sparse per l’Italia e per il mondo, e si  incontrano, si accordano sui contenuti, gestiscono fisicamente i contenuti dalle località più disparate. Una redazione c’è e della redazione ha tutte le caratteristiche fondamentali, ma non quella dello spazio comune dove trovarsi e incontrarsi faccia a faccia giorno per giorno.

Tutto ciò evidentemente ha una serie di pro e una serie di contro. Un potenziale limite mi piacerebbe approfondirlo, ed è la mancanza di un luogo fisico permanente in cui, come si dice, insegnare il mestiere a chi abbia voglia di mettersi alla prova. Le vecchie redazioni dei giornali erano anche questo – oggi lo sono molto meno, per noiosi limiti industriali e sindacali. Grazie alla posta elettronica e agli instant messenger, dentro la Rete il contatto è perfino più immediato, ma la trasmissione dell’esperienza è una pratica che richiede sempre più autonomia e iniziativa da parte dell’inesperto (il che non è sempre un male, per carità: seleziona rapidamente i perditempo). Tuttavia, mentre con una mano toglie fisicità, con l’altra Internet regala in continuazione nuove risorse. Second Life, per esempio, è uno spazio di interazione/socializzazione/approfondimento ancora da esplorare in questo campo.

Tutto questo per segnalare una prima iniziativa in imminente partenza, organizzata da Apogeonline e da unAcademy: un laboratorio pratico di giornalismo online attraverso cui vorremmo provare a raccontare qualcosa di questo mestiere e, nello stesso tempo, aprire a chi si vuole mettere in gioco le porte di una testata di primo piano nel settore dell’informazione tecnologica italiana. Un po’ di teoria e molta pratica: ai partecipanti saranno assegnati dei compiti a casa, ovvero un articolo giornalistico su uno o più temi dati. Tutti gli articoli saranno pubblicati sul sito dell’Accademia, ma il migliore della settimana finirà direttamente in prima pagina su Apogeonline e, opportunamente contestualizzato, sarà aperto al commento dei lettori. Un’opportunità e un’esperienza. E chissà, magari un’occasione felice di incontro tra la rivista e nuovi suoi potenziali collaboratori. Tutte le informazioni e le iscrizioni qui e qui.

Aggiungo: i posti disponibili sono dieci, più altri cinque per chi partecipa ai soli incontri in aula. Gli interessati non si facciano scoraggiare dalla lista già abbastanza nutrita: tra uditori, persone che già collaborano con Apogeonline (che verranno classificati d’ufficio come uditori) e iscritti da confermare, dovrebbero esserci ancora diversi posti disponibili. Senza contare che unAcademy, che pure ha i suoi buoni motivi tecnologici per limitare l’accesso, è in genere piuttosto incline alle eccezioni su questo fronte.

Febbraio 27 2008

Mi piace, questo NetMonitor. Dicevo ieri sera in unAcademy, nel corso dell’incontro con Mario Tedeschini Lalli, di come le imminenti elezioni potrebbero essere un bel momento per far dialogare di più e meglio i vari ambiti della Rete. Quest’iniziativa di Repubblica.it mi sembra un bel segnale proprio in questa direzione. Nulla di innovativo nel formato, magari: la digestione e il rilancio dei contenuti emersi spontaneamente in Rete è una pratica che Giuseppe Granieri inaugurò sul vecchio sito di Internet Pro (teneva la rubrica un giovane Luca Conti), che oggi esercitiamo ancora su Apogeonline grazie al lavoro puntuale di Federico Fasce e che viene utilizzata in declinazioni e contesti peculiari tutte le volte che si cerchi di costruire ponti tra diversi arcipelaghi di Internet.

Ma sarebbe sciocco non percepire come questo passo contenuto per la Rete sia in realtà un salto enorme per un grande giornale online in Italia, dove il racconto di massa dell’attualità spesso non sa riconoscere e altrettanto di frequente fraintende le voci libere delle persone che si esprimono attraverso la Rete. Di più, secondo me, ed è questa è la sfida più difficile che dovrà affrontare Vittorio Zambardino nel gestire i contenuti di NetMonitor: Repubblica.it ha scelto di adottare un registro ancora non usuale nel linguaggio giornalistico, intercettando questi segnali in un formato e in un contesto che da quelle stesse voci libere assimila molto. Mi sembra una bella contaminazione, positiva, contagiosa – peraltro strillata con coraggio in prima pagina da ieri pomeriggio e non imboscata tra le rubriche di secondo piano tanto per vedere che effetto fa.

Se funzionerà, se il giornale saprà farne tesoro, se i lettori sapranno intravederne l’utilità – e il mio consiglio è stato solo uno: allargate il più possibile il campo di osservazione, superate ogni steccato o divisione tradizionale (destra-centro-sinistra, ma anche amici fidati-nemici impenitenti) – potrebbe diventare un bello strumento per il rilancio nell’agenda elettorale di opinioni e di percezioni di nicchia, così come uno specchio utile a valutare come sono assimilate e magari rigettate le badilate di marketing politico unidirezionale su cui da qualche anno di troppo si decidono i destini della nazione. Buon lavoro, dunque.

-°-

Sempre in tema di risorse utili per decifrare tutte le campagne che ci circondano (e ancora abbiamo visto poco), ne approfitto per recuperare una citazione orgogliosa dell’ottimo lavoro che stanno facendo Antonio Sofi e soci su Spindoc. Ma diverse iniziative, in questo momento, attirano la mia attenzione e cerco di approfondire. Wikidemocracy, per esempio, di cui intuisco le buone intenzioni, ma del quale per il momento subisco molto la rigida frammentazione secondo schieramenti tradizionali. Il circolo online del Partito Democratico, impegnato per ora soprattutto a farsi ascoltare dai propri vertici romani, ma ottima pista da aprire ed esplorare per un partito politico. E poi ancora i titubanti Cittadini Digitali, l’analitico OpenPolis e tutti i fermenti che in tanti provano a modo loro a raccogliere e ordinare. Curioso come fin qui, se perfino l’elefantiaca informazione di massa sembra essersi data una scossa, proprio gli obsoleti apparati di partito non abbiano dimostrato la benché minima intenzione di sperimentare alcunché.

Febbraio 14 2008

Enzo Rullani prende spunto da State of the Net per raccontare su First Draft i network sociali a modo suo:

All’inizio siamo soltanto individui in cerca di porto. Ma diventiamo popolo non appena si comincia a parlare di noi e a dare nome a quello che facciamo, o che possiamo fare. Ecco le comunità emergenti, ecco il gioco, lo scambio, l’utilità, l’inutilità, la sottile febbre del dileguarsi e la solida voglia del permanere. Tutto e di più, purché lo si faccia insieme, cercando un nome a quello che si sta facendo. […] Il mondo è già cambiato da tempo, nei suoi fondamentali. Ma prima era uno spazio per smanettoni e anime perse. Oggi comincia ad essere un pianeta abitabile da tanti o forse tutti (qualche riserva indiana appassionata della non-rete ci sarà sempre, bisognerà salvaguardarla assegnandola alle cure del WWF). E in questo tipo di pianeta le cose non sono frutto di una lenta e razionale pianificazione, ma di una scoperta forsennata. Emergono, ci sono, ci meravigliano col loro esistere senza che noi – i creatori inconsapevoli – sappiamo nemmeno di averle create. Non siamo diventati più bravi o diversi dai nostri nonni. Semplicemente abitiamo un pianeta diverso.

[leggi tutto l’articolo su First Draft]
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