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Tag: culture digitali

Novembre 19 2009

Sono in partenza per Barcellona, dove venerdì e sabato si tiene la prima edizione europea del Personal Democracy Forum (nel 2008 sono stato invece all’edizione madre di New York). I temi sono quelli usuali: internet, social media, collaborazione, partecipazione, democrazia emergente, implicazioni sulla società. In questo caso però sono molto curioso di vedere all’opera una rete di persone e di esperienze di stampo e sensibilità tutto continentale. Tra l’altro non sono pochi gli italiani inseriti in programma (day 1, day 2): Antonella Napolitano, Antonio Sofi, Diego Bianchi e Alberto Cottica. Per quanto possibile, raccoglierò e rilancerò segnali.

Al Pdf Europe dovrebbe anche essere presentata la bozza definitiva della Dichiarazione aperta sui servizi pubblici europei, un documento collaborativo messo a punto nei mesi scorsi con il quale si vorrebbe sensibilizzare i governi dell’Unione – riuniti a Malmo negli stessi giorni – al ripensamento delle amministrazioni in chiave di trasparenza, di partecipazione e di abilitazione dei cittadini (empowerment). Questo è il testo (nel sito è disponibile anche una traduzione italiana):

An Open Declaration on European Public Services

The needs of today’s society are too complex to be met by government alone. While traditional government policies sought to automate public services and encourage self-service, the biggest impact of the web will be in improving services through collaboration, transparency and knowledge-sharing.

Europe should grasp this opportunity and rebuild the relationship between citizens and the state by opening up public institutions and by empowering citizens to take a more active role in public services.

As citizens, we want full insight into all the activities undertaken on our behalf. We want to be able to contribute to public policies as they are developed, implemented, and reviewed. We want to be actively involved in designing and providing public services with extensive scope to contribute our views and with more and more decisions in our hands. We want the whole spectrum of government information from draft legislation to budget data to be easy for citizens to access, understand, reuse, and remix. This is not because we want to reduce government’s role, but because open collaboration will make public services better and improve the quality of decision-making.

Against this background, we propose three core principles for European public services:

1.       Transparency:  all public sector organisations should be “transparent by default” and should provide the public with clear, regularly-updated information on all aspects of their operations and decision-making processes. There should also be robust mechanisms for citizens to highlight areas where they would like to see further transparency. When providing information, public sector organisations should do so in open, standard and reusable formats (with, of course, full regard to privacy issues).

2.       Participation: government should pro-actively seek citizen input in all its activities from user involvement in shaping services to public participation in policy-making. This input should be public for other citizens to view and government should publicly respond to it. The capacity to collaborate with citizens should become a core competence of government.

3.       Empowerment: public institutions should seek to act as platforms for public value creation. In particular, government data and government services should be made available in ways that others can easily build on. Public organisations should enable all citizens to solve their problems for themselves by providing tools, skills and resources. They should also treat citizens as owners of their own personal data and enable them to monitor and control how these data are shared.

We recognise that implementing these principles will take time and resources as governance mechanisms will have to be adapted, but we believe they should be at the heart of efforts to transform government. Citizens are already acting on these ideas and transforming public services “from the outside”, but governments should support and accelerate this process.

We call on European governments and the European Commission to incorporate these principles in their eGovernment action plans and ensure that Europe’s citizens enjoy the benefits of transparent, participative, empowering government as soon as possible.

Per chi fosse interessato, sono aperte le sottoscrizioni al documento.  Lo scopo degli organizzatori naturalmente è quello di raggiungere il più ampio supporto possibile da parte dei cittadini. Come spiega David Osimo, che ha coordinato il progetto, «we manage to get the endorsement of gov2.0 enthusiasts (the Lisa Simpson) but struggled to involve the wider public (Bart Simpson)».

Novembre 2 2009

Nei giorni scorsi hanno visto la luce due progetti a cui sto dedicando parte del mio tempo. Il primo è Filtr, per usare le parole di Giuseppe Granieri, che ora l’ha creato, «un posto in cui chi ha gli strumenti per informarsi mette la sua informazione a disposizione di chi è interessato ad averla». È un esperimento, un numero zero, un prototipo ancora largamente incompleto di funzionalità e di energie redazionali, ma cresce giorno dopo giorno. L’idea in soldoni è che alla rete in questo momento più che un nuovo giornale online manca un luogo di digestione sociale dell’attualità, che macini informazione su carta, etere e bit e la rimetta in circolo in un formato facilmente accessibile e adeguato alle grammatiche della rete. Chi ha considerevole esperienza di vita e navigazione dentro internet è spesso in grado di fare da sé, grazie alle proprie ramificazioni di fonti e di relazioni. E tuttavia esiste un’ampia frangia di nuovi arrivati che da una spinterella verso le potenzialità informative della internet può trarre giovamento. Come, quanto e se evolverà è presto per dirlo, al momento è soprattutto un esperimento sul campo. Filtr prevede anche alcune ramificazioni tecnologiche “social”, di cui il bottone sotto a questo post (utile per segnalare alla redazione articoli e post interessanti) è un primo esempio.

L’altro progetto è FactCheck.it, un piccolo blog collettivo nel quale mi piacerebbe fare il punto sul fact checking in Italia. Chi legge queste pagine ricorda forse la mia recente fissazione rispetto alla necessità di tornare ai fatti nel racconto della realtà. Dopo le prime sommarie ricerche di questi mesi, mi sono reso conto che la tradizione anglosassone del reality check non trova quasi sponda qui da noi. Posto che il buon giornalismo è per definizione una forma rigorosa di factchecking, ma senza voler sfondare nel più ampio dibattito sulla qualità e sui problemi dell’informazione, mi piacerebbe raccogliere esperienze, fissare paletti, promuovere stumenti in grado di aiutarci a recuperare una certa ecologia dell’informazione. Il blog nasce come blocco pubblico di appunti, ma prima ancora che lo presentassi (questa è la prima volta che ne parlo in pubblico) ha già riscosso inaspettata attenzione da parte di diversi colleghi e amici, molti dei quali si son resi disponibili a collaborare. Anche in questo caso navighiamo a vista, ma l’interesse intorno a questo tema è ulteriormente stimolante.

Luglio 28 2009

Il fatto che Bill Gates scelga di uscire da Facebook per manifesta ingestibilità del suo profilo a me, con buona pace degli editorialisti oggi scatenati, conferma soltanto l’idea che questo strumento – non Facebook, internet – sta ridefinendo le priorità quantitative della società. È l’apologia dei piccoli numeri che scrivevo altrove. Sei una star? Fai il pieno di contatti? Bravo, non ti serve a nulla. Anzi, ti fa perdere qualcosa. Sei buono solo per far titoli sul giornale, per far la gara con Oprah e Ashton Kutcher. Ed è un problema, chiaro: ma non per i comuni mortali, che in barba alla compassione dei media stanno mettendo a frutto le loro insignificanti reti; quanto per le star, che rischiano di restar confinate nella loro realtà virtuale. Le relazioni mediate dalla rete premiano la normalità, il basso profilo, la quotidianità, i pochi ma buoni. Strano che ci si stia mettendo così tanto a comprenderlo.

Maggio 27 2009

In questi giorni mi sono riletto Umanità accresciuta, il nuovo saggio di Giuseppe Granieri. Da qualche tempo ho preso l’abitudine di parlare dei libri che leggo su aNobii, ma in questo caso vorrei parlarne soprattutto qui. I libri di Giuseppe, infatti, sono il distillato di un percorso di maturazione sulle implicazioni dei network digitali, un punto di arrivo più che un punto di partenza: lui studia, confronta, raccoglie, giunge a una visione organica, quindi ne fa sinstesi e traspone il tutto sulla carta (con una facilità che gli ho sempre invidiato). I suoi libri sono il racconto in bella dei nostri anni passati in rete, motivo per il quale sono anche i primi titoli che consiglio a quanti arrivano oggi sul web, magari attraverso a Facebook. È difficile spiegare tutto quanto sta dietro le banalizzazioni di un social network di successo, lo scenario complessivo: Giuseppe ci riesce in poche decine di pagine.

Il pregio più incisivo di Umanità accresciuta, dal mio punto di vista, è il registro scelto da Giuseppe: parla di scenari tecnologici evoluti, e non ancora del tutto assimilati nelle cronache contemporanee, con le parole della normalizzazione. Superata la suddivisione rigida tra reale e virturale, tra online e offline, che ci portiamo dietro fin dagli anni Ottanta, in Umanità accresciuta la parola “rete” scompare progressivamente dentro “società”. Le persone stanno spostando una parte significativa della loro vita  dentro uno spazio sociale, culturale, politico che non è più caratterizzato dalla presenza fisica. Non è necessariamente bene, non è necessariamente male: è; accade; è sotto ai nostri occhi. Il punto, semmai, è l’accelerazione, l’aumento di scala, il cambiamento di paradigmi e regole, di cui dobbiamo cominciare a prendere le misure con serenità e spirito contemporaneo. Non è più una questione di futuro, scrive Giuseppe.

Piuttosto l’accelerazione sta mettendo in discussione la biologia umana come limite, da qui l’idea di umanità accresciuta. Nella selva di letteratura cyber-qualcosa, avanguardie trans-umaniste, severità estropiane – un dibattito che non è ancora riuscito ad affascinarmi – Giuseppe sceglie una vita intermedia e ragionevole, constatazione non di uno stravolgimento del rapporto tra uomo e tecnologia, ma di uno spostamento dell’equilibrio tra biologia e cultura. Siamo e continuiamo a essere uomini, ma in modo diverso: non c’è via d’uscita, semmai la necessità di allargare lo sguardo, saper gestire uno squilibrio che si annuncia permanente, «navigare a vista governando la nave». Su chi debba governare quella nave, per lo meno a livello micro, Giorgio Jannis proponeva già alcune riflessioni interessanti.

Questo doveva essere il libro di Giuseppe dedicato in qualche modo a Second Life e ai mondi metaforici, ambiente di sperimentazione e ricerca che ha lo entusiasmato – più di chiunque altro nella rete sociale dei pionieri dei blog – nell’ultimo paio d’anni. In realtà quell’esperienza è semplicemente funzionale al disegno complessivo del libro, in quanto passaggio concettuale notevole, «come principio e non come piattaforma». Second Life, come ha scritto spesso, è la «protostoria di una fase nuova».

Resta la transizione da qui a lì, una transizione che secondo Vittorio Zambardino ignora il conflitto e che invece Giuseppe fa rientrare in un naturale processo di assestamento: «Tutto, nei network, mette in contatto persone, e milioni di persione connesse ridisegnano gli equilibri e le relazioni tra loro continuamente. Non è tanto una questione di dare giudizi etici e morali, quanto di prendere atto che le società umane si stanno confrontando con nuove frontiere nei rapporti di condivisione, di complicità, di intimità con l’altro. E che ciascuno di noi reagisce ed agisce in base ai propri valori». Il che rende migrante (opposto ai nativi o comunque agli integrati della società digitale) soltanto colui che «non si sforza di capire il nuovo e tenta di piegarlo alle convinzioni che aveva prima».

Temo che i libri di Granieri abbiano il difetto di piombare come macigni dentro dibattiti sulla tecnologia spesso non ancora abbastanza maturi. Il tempo dirà se Giuseppe legge i segnali deboli meglio di altri oppure merita il biasimo preventivo e spesso sgarbato di chi oggi lo taccia di costruire scenari ideologici. Mi pare tuttavia che l’accelerazione con cui la società evolve (oppure, laddove non evolve, implode) porti parecchia acqua alle tesi sostenute nei suoi libri precedenti, Blog generation e La società digitale. Quest’ultimo, in particolare, resta secondo me resta la cosa migliore che sia stata scritta in italiano per raccontare in modo sistematico lo scenario che sta dietro alla disintermediazione di massa dei processi di convivenza e di cittadinanza. Se uscisse oggi, tre anni e diverse diversi milioni di iscrizioni ai social network dopo, con tutto quel che ne consegue in fatto di aumento di scala e di consapevolezza, sono certo godrebbe di migliore considerazione.

(Non ho detto chiaramente che Giuseppe è un amico, un compagno di viaggio in rete eccetera eccetera eccetera, insomma la solita avvertenza sul conflitto d’interesse rispetto a ciò di cui parlo che ormai m’è venuta perfino un po’ a noia.)

Maggio 20 2009

Trovo irritante che il dibattito sul blocco o meno di Facebook nelle pubbliche amministrazioni sia diventato un argomento della campagna elettorale, per lo meno qui in Friuli. Ad ogni modo prendo nota che su quattro candidati alle provinciali di Pordenone, tutti e quattro – interpellati oggi dal Gazzettino – si sono espressi a favore dell’oscuramento di Facebook. Chi più chi meno, chi con fermezza e chi ventilando distinguo, tuttavia nessuno si è detto chiaramente contrario. Non stiamo più nemmeno discutendo se sia giusto (e utile, e opportuno) filtrare e bloccare, stiamo direttamente contrattando i particolari di come sarà fatto.

Maggio 12 2009

È quasi divertente vedere come la Regione Friuli-Venezia Giulia stia affrontando il caso Facebook, che certo non le ha portato molta visibilità positiva. Oggi sul giornale locale si parla addirittura di vertici organizzati per trovare una soluzione, con due linee possibili verso il disgelo: la prima, caldeggiata dallo stesso governatore Tondo (a modo suo blogger entusiasta), prende in considerazione il libero accesso durante la pausa pranzo; la seconda ipotizza l’individuazione di figure privilegiate a cui consentire il libero uso per ragioni di impegno politico o di servizio. Il tutto viene condito da curiose dichiarazioni dell’assessore al personale e ai sistemi informativi De Anna, secondo il quale (leggo sul Messaggero Veneto di oggi) «oltretutto Facebook non è completamente gratuito e [che] questo potrebbe creare, dunque, problemi di ordine giuridico».

Tempo fa Diletta Parlangeli mi chiese un parere per DNews sui filtri aziendali, in seguito alla pubblicazione di una ricerca australiana dalla quale emergeva un aumento della produttività laddove i dipendenti fossero stati lasciati liberi di usare il web anche per scopi personali. Un po’ quel che molti studi dicono riguardo alla musica piratata: il maggior consumo, seppure illegale, rende le persone maggiori e migliori consumatori di musica. Riprendo allora, completandola, la mia opinione:

  • i filtri sulla navigazione web sono una pessima idea, a prescindere;
  • dimostrano il fallimento della struttura gerarchica aziendale: un buon coordinatore dovrebbe saper riconoscere e prevenire gli abusi, senza la necessità di restrizioni indiscriminate;
  • la partecipazione ai social network in orario di lavoro, anche laddove sono utilizzati per incontrare gli amici e non per scopi professionali, sono probabilmente l’unica formazione ai social media che quei dipendenti riceveranno mai: riparliamone quando quelle stesse aziende si accorgeranno di averne bisogno e saranno disposte a strapagare una qualche multinazionale della formazione aziendale pur di recuperare il tempo perso;
  • la maggior parte delle aziende e delle pubbliche amministrazioni che ho conosciuto sono monumenti alla frustrazione sociale e alla rinuncia alle ambizioni personali: in caso di abusi Facebook forse è il sintomo, non il problema.
Maggio 7 2009

Massimo Russo e Vittorio Zambardino hanno iniziato a lavorare a un interessante manifesto che ha come obiettivo mettere in discussione il modo in cui si pensano la rete e i media qui in Italia. Mi sembra un passo avanti importante rispetto a posizioni cristallizzate tanto dentro la comunità giornalistica quanto dentro la parte abitata della rete. Io resto forse un po’ più fiducioso di loro sull’evoluzione di lungo termine (è cambiato tanto, tanto cambierà), ma per ora ho trovato salutare la composta severità con cui loro giudicano rischi e occasioni mancate.

Oggi, incidentalmente, ho intervistato gli eretici digitali su Apogeonline.

(Mi tocca aggiungere, per correttezza, che il progetto di Massimo e Vittorio è sostenuto da Apogeo, casa editrice con cui collaboro, e di conseguenza mi coinvolge anche un po’ professionalmente. Qui ne parlo e ne parlerò evidentemente non per promozione, ma per interesse consolidato verso questi temi.)

Aprile 17 2009

Dree Venier mi avvisa che ora è disponibile anche online un’intervista che mi aveva fatto qualche settimana fa per il numero di marzo del mensile La Patrie dal Friul, tutto dedicato alla rete.

A fâi cuintri a dutis chestis bielis robis al è il pês dal Digital Divide (vâl a dî, il divari digjitâl fra cui che al à a disposizion lis gnovis tecnologjiis, tant che internet, e cui no)… Tu tu âs ancje colaborât come consulent al progjet wi-fi (acès libar ae rêt cence fîl) dal Comun di Pordenon. Cemût ise la situazion in Friûl?
Plui che il divari digjitâl «tecnic» al è penç il divari digjitâl «culturâl». A son inmò zonis li che no rive la rêt, ma planc a planc chest si è daûr a superâlu: ogni dì o lei di sindics e di ditis che a protestin par jessi colegadis e duncje e je cussience de situazion, che e je daûr a comedâsi.
Ancje il wi-fi forsit nol è cussì eficaç come che o pensavi, stant che al è avonde dispendiôs: par rimedeâ ae mancjance di colegament di une part de popolazion si podarès pensâ a intervents smirâts che a domandin mancul bêçs.

Aprile 16 2009

Segnalo che contributi interessanti a proposito di WiFi cittadine stanno arrivando dai post  (e dai relativi commenti) di Alfonso Fuggetta, Massimo Mantellini e Gigi Tagliapietra. Quest’ultimo, in particolare, richiama suggestioni di quindici anni fa che suonano ancora sorprendentemente attuali e stimolanti: da leggere e digerire. Fa un po’ impressione pensare a quanto tempo sia passato da quel primo “rinascimento civico”, che ricordo molto bene, e a quanto poco tutto sommato quell’entusiasmo abbia poi inciso sui processi che animano le comunità locali. Altri tempi, altri strumenti, altre dimensioni, forse. Sempre Tagliapietra suggerisce come probabilmente non sia sensato scindere le azioni di stimolo sui processi civici dagli interventi sulla tecnologia. E io credo che in termini assoluti abbia ragione, se non fosse che raramente un’amministrazione locale – oggi – ha le energie, le risorse e la visione per procedere su più fronti contemporaneamente. Dovendo scegliere, al momento sceglie ancora la via più facile, ovvero l’investimento che ha la maggior resa di fronte ai media e ai propri elettori. Comprensibile, ma miope.

Segnalo anche che nel frattempo è uscito il bando con cui l’amministrazione della mia città intende affidare uno studio di fattibilità sulla copertura wireless del territorio comunale. Bando dei cui contenuti nulla sapevo nel momento in cui ho scritto il post precedente, aggiungo a scanso di equivoci. Mi sembra molto impegnativo, abbastanza da tagliare fuori sia i piccoli studi professionali sia i grandi operatori. Non mi è chiaro chi sia il soggetto intermedio che potrebbe essere interessato a procedere su questo fronte. E stiamo parlando soltanto di una valutazione delle condizioni di base, non già della creazione della rete. Di fatto si riparte da zero. L’ipotesi di lavoro parla di una banda minima garantita per utente di 128 kbps, con canale Voip, casella di posta, hosting web, eventualmente integrabile a pagamento dai cittadini interessati ad avere migliori prestazioni.

Aprile 2 2009

Il giornalismo non è un prodotto, è un processo (lo ha detto John Byrne, direttore dell’edizione online di Business Week)

Da studiare l’interazione coi lettori promossa da Business Week: ascolto strutturato, community editor, collaborazione attiva a più livelli da parte dei lettori, i lettori “con la faccia”.

Il “pubblico” sta subendo una modificazione genetica. Un po’ come Spiderman: ci ha morsi il ragno della rete e ora stiamo sviluppando superpoteri. (quel fumettaro di Antonio Sofi)

Credo che sul problema del filtro sia necessario essere molto drastici e molto chiari, senza tentennamenti. Se non si capisce il filtro diffuso e spontaneo non si capisce internet. Non è possibile sentire ancora nel 2009 giornalisti, dunque persone immerse nella comunicazione, che pongono il problema dell’overload informativo, soprattutto se sono giovani giornalisti. Non è possibile negoziare, nelle risposte, concedendo qualcosa per cortesia o prudenza alla presunta enormità del problema. Il filtro è ciascuno di noi: la responsabilità (ma anche l’opportunità) di mediare spetta a ciascuno di noi. Punto.

Continuo ad avere la sensazione che il giornalista, anche quando parla di apertura al pubblico, rinegoziazione del processo, necessità di scendere dal piedistallo, continui comunque a considerarsi protetto da un recinto invalicabile. È come se dicesse: ok, siete entrati in redazione, ma il mio ufficio ve lo scordate. Io non credo basterà. Non credo basterà chiamare “cittadini” i lettori, se poi non ci si considera cittadini a propria volta. Ritengo restino ampi spazi per l’esercizio professionale del processo giornalistico, ma non credo troveremo nessun nuovo modello di informazione finché l’informazione non sarà profondamente peer to peer.

Il confronto tra le industrie editoriali e giornalistiche di mezzo mondo e quella italiana si fa sempre più impietoso. Mi sto interrogando sui motivi, sto chiedendo in giro a colleghi che hanno visioni di sistema più ampie delle mie. Le prime risposte dicono che il giornalista italiano non studia più, una volta arrivato al suo posto. Persino le scuole di formazione creano professionisti fermi al secolo scorso. Non si investe in ricerca e sviluppo, nel giornalismo italiano. Dirigenti ed editori sono anche meno visionari. Si fa così perché in fondo è l’unica cosa che sappiamo fare. Il polso con cui un direttore americano impone nuovi processi e nuovi strumenti qui è sconosciuto. Me lo spiego in tempi di vacche grasse, ma oggi che sta chiaramente venendo giù l’intonaco quale alternativa abbiamo? Si perdono soldi per l’incapacità di innovare: perdite per perdite, perché non investire anche solo una piccola parte di quei soldi in laboratori creativi ed esperimenti digitali?

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