Lo stato che rinnega i suoi bimbi

Dobbiamo lottare per ogni centesimo, ci dicevano oggi nel corso del nostro giro per scuole aperte (materne, nel nostro caso). Tagli su tagli, anno dopo anno. Un continuo lavoro ai fianchi di ogni ente locale, che conosce frequenti sconfitte. Le idee non mancano, la preparazione nemmeno, la passione per il lavoro coi bimbi men che meno. Anche le strutture, in questa parte d’Italia, sono moderne e ben organizzate. Quello che manca sono solo i soldi, laddove la loro mancanza si traduce in attività non realizzate o realizzate a metà, materiali ridotti all’osso, salvadanai per i contributi alle spese extra sotto gli occhi dei genitori, cooperative che coprono a pagamento gli orari lasciati scoperti dalla mancanza di personale. Sempre un passo indietro al possibile.

Ti raccontano come conquiste – e lo sono – il corso di teatro, il ciclo di psicomotricità (10 o 12 incontri durante l’anno, non sappiamo ancora quanti riusciremo a pagarne – ci spiegano), i confronti interculturali tra le storie dei vari bambini della sezione, molti dei quali stranieri. Qui i genitori italiani preferiscono rinchiudere fin da piccoli i loro figli nella scuola privata, possibilmente cattolica, come se quel 40% di bambini stranieri non fosse in fin dei conti l’ultima ricchezza lasciata loro in dote dalla scuola pubblica. Gli stranieri sono considerati un peso: spesso non sanno nemmeno la lingua, sono indisciplinati, non integrati, rallentano il lavoro della classe. Stiamo formando una generazione di italiani forse scolasticamente preparata, forse custode delle tradizioni, ma con la mente ben chiusa dentro una campana di vetro.

L’inglese, chiedi: organizzate mica lezioni di lingua straniera? No, i programmi prevedono altre priorità. Altre priorità, capisci? Nel 2008; nel cuore dell’Europa unita; nell’epoca delle sfide della globalizzazione. Già, a che ci serve, tanto abbiamo i programmi tv doppiati noi. Però c’è l’insegnante di religione, garantito, in ogni sacrosanto istituto di ogni circolo – e tutti i genitori sorridono soddisfatti. Devi portare asciugamani, coperte e fazzoletti da casa, ma almeno una volta alla settimana qualcuno racconterà a mio figlio la storia di Gesù bambino. Ce lo meritiamo l’essere lo zimbello del continente, con indici in decadenza in ogni settore. E questo, ne sono certo, è il meglio che l’istruzione pubblica potrà mai offrire a mio figlio, perché per i più piccoli le attenzioni sono ancora molto elevate.

L’ho detto e pensato mille volte: che razza di stato è uno stato che non investe sui propri figli, che taglia sull’istruzione, che non riserva per loro il meglio della propria ricchezza ed esperienza? Quando dicevo fondi all’istruzione pensavo agli stipendi degli insegnanti, alla manutenzione degli edifici, ai rifornimenti di gessetti e cancellini. Rileggendo oggi questo spaccato di Italia con gli occhi del genitore mi rendo conto che tagli all’istruzione significa deprimere l’ambiente, smorzare gli entusiasmi, limitare le opportunità, costringere al passo chi avrebbe le energie per correre, anno dopo anno, da decenni. Per il motivo più stupido e meno credibile di tutti, in quest’angolo vergognosamente ricco di mondo: perché mancano i soldi. Come se servissero i capitali, per fare una scuola di eccellenza. Come se non fosse il primo tra gli investimenti inderogabili. Se mi guardo in giro, in quest’epoca di ricchezza sprecata ed esibita, mi sembra davvero una clamorosa presa per i fondelli.

La verità è che lo stato (noi) sta (stiamo) rinnegando intere generazioni di suoi (nostri) figli pur andare incontro alla rovina più velocemente e con meno dignità. Certe sere mi sembra davvero insostenibile. Oggi è una di queste.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedintumblrmail

13 pensieri su “Lo stato che rinnega i suoi bimbi”

  1. dopo la bronchite e la caviglia slogata leggere anche questo post mi ha definivamente rovinato il weekend. non è che per caso si viene pagati se si decide di educare il proprio figliolo a casa? no eh? che tristezza

  2. Che dire. È uno dei tanti motivi che mi fanno desiderare di lasciare il paese. Dovessi mai avere dei figli, non so se vorrei che crescessero qui, con così poche opportunità.

  3. Parole di piombo che sottoscrivo totalmente… se tutto è in mano a ‘giovani’ di 70/80 anni (e non mi riferisco solo ai nostri vertici istituzionali…) cosa ci si può attendere?
    Solo l’apertura di un nuovo ‘Jurassic Park’… a pagamento e senza sconti per bimbi.
    Notte
    Luciano Bubbola (anch’io penso al futuro di mia figlia di 10 anni e mi auguro solo che nell’altra parte dell’Europa civile possa avere un futuro e la dignità di cittadino!)

  4. Sergio, credo che il problema vero non sia quello dei tagli alla spesa. E’ sicuramente vero che nel nostro sistema educativo esistono molti sprechi e risorse spese male, ma il vero problema non è il costo del sistema, bensì la mancanza di equità ed eccellenza nella scuola. La qualità degli insegnanti è ignota (perché non misurata) e la scuola come motore di opportunità ha fallito miseramente.
    Una proposta qui:
    http://www.meritocrazia.com/index.php?option=com_myblog&show=Un-test-nazionale-standard-per-riformare-il-sistema-educativo.html&Itemid=56

  5. @LivePaola
    La qualità degli insegnanti (anche senza ‘bollino’) è certificata dagli esami, dai concorsi, dalle abilitazioni, dagli aggiornamenti e dai frequenti ‘controlli’ dei dirigenti scolastici (ex-presidi).
    Risulta, invece, non chiara la ‘qualità’ dei parlamentari, spesso assenti in aula e poco attivi rispetto anche ai colleghi europei; ma per loro non si parla di ‘meritocrazia’… come mai?
    La scuola fallisce quando non si danno mezzi adeguati per avere risultati normali (non dico eccellenti): se il sottoscritto, in classe, è senza gessi (e non pretendo Internet, a suo tempo promesso… da un gran demagogo…) come si può giungere a livelli accettabili di didattica e di conoscenza? (Adesso ho risolto il problema: i gessi me li porto da casa, dopo averli comprati).
    Nella Scuola italiana si rischia di morire non per troppo studio, ma per carenze strutturali degli edifici, oltre a carenze materiali in quasi tutto o il recente dramma di Rivoli è già stato rimosso?
    Non basta scrivere ‘fannulloni’ o ‘meritocrazia’ per risolvere i mali della Scuola italiana; bisogna anche intervenire con i fatti concreti e non limitarsi a ‘parole d’ordine’ (spot/slogan in stile televisivo) molto retotiche e vuote… quelle lasciamole ai politici, quando devono essere rieletti per continuare ad assentarsi dai loro doveri istituzionali…
    Saluti
    Luciano Bubbola (insegnante da 20 anni)

  6. @LivePaola, mi capita di incontrare qualche insegnante inadeguato, ma io vedo soprattutto insegnanti preparati e pieni di passione che non sono messi nelle condizioni di insegnare. Mi spiace, non sono d’accordo, secondo me *il* problema va molto oltre la meritocrazia (che certo resta *un* problema). E i soldi sono soltanto l’indice di una mentalità devastante.

  7. Luciano, Sergio: non volevo dire che gli insegnanti non siano preparati o appassionati, e chiedo scusa se ho lasciato adito al fraintendimento. Lo sono, soprattutto al Nord, dove la qualità dell’insegnamento è in linea con la media OCSE (purtroppo, nel Sud d’Italia invece la preparazione di base dei quindicenni, come misurata dai test Pisa, è alla pari con quella dei loro coetanei in Uruguay e Thailandia).

    Avete senz’altro ragione a dire che gli insegnanti devono essere messi in condizioni di lavorare: non è giusto che si portino i gessetti da casa e che rischino la vita insieme agli allievi in edifici fatiscenti. Ma non sono i soli: avete presente, ad esempio, in che condizioni lavorano i magistrati? Il grosso del loro lavoro (lettura dei documenti processuali, analisi dei precedenti, scrittura delle sentenze) lo fanno generalmente da casa, anche perché in diverse sedi (es. Napoli) i magistrati semplicemente non hanno una scrivania.

    Per mettere i dipendenti pubblici in condizioni di lavorare, credo, basterebbe un serio programma di recupero dell’evasione fiscale. Ma temo che, se qualcuno si presentasse alle elezioni con questo programma, non prenderebbe più di una manciata di voti. Gli italiani da anni ormai hanno perso il senso della comunità e del bene comune: non c’è neanche più nessuno che proponga qualcosa di diverso dal bene individuale e possa sperare in un qualche seguito. Perché? Perché gli italiani sono convinti che quello tra equità e prosperità sia un trade-off, e che il Paese non possa allo stesso tempo diventare più ricco e più giusto. Finanziare i servizi pubblici con il recupero dell’evasione sarebbe un modo di investire nel futuro del Paese e nel suo capitale umano: ma poiché il tema non va di moda in nessun partito politico, ecco i tagli.

    Quello del ricambio della classe politica italiana è un tema annoso: sono ormai quasi quindici anni che non riusciamo a mandare a casa chi ci governa. Per questo credo che nel frattempo ci si debba dare da fare con iniziative dal basso, indipendenti da quale sia il partito di turno al potere.

    Un grosso augurio a Luciano (tieni duro!), a Sergio e al figlio di Sergio.

  8. Grazie LivePaola per le Tue parole chiarificatrici; il vero problema è la totale mancanza di volontà nell’investire (dove finiscono le nostre salate tasse di dipendenti pubblici?) con fondi e con mezzi nelle strutture pubbliche di utilità sociale (il cosiddetto Welfare State): scuola, sanità, servizi, giustizia, trasporti…
    La privatizzazione è solo la scorciatoia per arrivare allo sfascio pubblico a vantaggio di strutture private, il più delle volte legate a ‘doppio filo’ (le tanto declamate cordate dei ‘capitani coraggiosi’ con soldi pubblici!) con alcuni apparati partitici… i recenti scandali regionali e cittadini (a Nord e a Sud) lo confermano, a destra e a sinistra.
    Why not?
    Perché… sì!
    E non mi si dica che, agendo in tal modo, si migliora la ‘qualità’ e si premia il ‘merito’.
    Saluti
    Luciano Bubbola

  9. “Stiamo formando una generazione di italiani forse scolasticamente preparata…”.
    Io comincio a dubitare anche di questo.
    Riflessioni amare e condivisibili al cento per cento.
    Ma come se ne esce? Possibile che non ci sia una soluzione?
    Io non ho votato questo governo, ma dubito che questa opposizione sia in grado di portarci fuori dalla melma nella quale è sprofondata l’Italia.
    Dobbiamo rassegnarci?

  10. Se una nazione non investe sulle nuove generazioni, è destinata al declino; è tanto semplice da capire, che quasi ci si vergogna a doverne parlare.
    Non sono sicura che la logica della valutazione e del “mercato” sarebbe la soluzione giusta, ma senz’altro il sistema attuale penalizza e scoraggia chi lavora bene, e comunque pone tanti di quegli ostacoli burocratici e di risorse da far venire voglia di andarsene.
    Mi ritrovo, adesso che ho un figlio, a pensare cose che non avrei mai pensato di pensare: ad esempio che vorrei trovare una buona scuola, a costo di pagarla. Mi chiedo però anche che senso abbia investire nella formazione del proprio figlio, per farlo comunque crescere in una nazione dove i suoi coetanei verranno tirati su, in maggioranza, a merendine e pubblicità, da una scuola sempre più lasciata a se stessa.
    E purtroppo, come scrive anche Alfredo, l’opposizione sembra pensare ad altro.

  11. Forse basterebbe un po’ di silicone, per sigillare le sparate demagogiche dei vari Ministri della Pubblica (D)Istruzione… dopo Gentile, tutti vogliono lasciar ‘traccia di sé’, senza il peso culturale e intellettuale di Gentile…
    Che tempi! Che figuri!
    Saluti
    Luciano Bubbola

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *