L’inizio – ieri sera, al Forest National di Bruxelles – è stato intenso come altrimenti non avrebbe potuto essere. Senza dire una parola intona in versione acustica Why?, un testo pacifista dedicato alle contraddizioni del mondo, seguito da Baby can I hold you, una delle più belle canzoni che siano mai state scritte per chiedere scusa. Che a uno viene da pensare alle frequenti prese di distanza della cantautrice americana rispetto alla presidenza del suo paese e lo prende come un messaggio abbastanza diretto, seppure messo in poesia, della sua visione del mondo in questi anni.

Il concerto è sostanzialmente acustico per tutta la prima parte, mentre si concede abbondanti digressioni sull’elettrico e sul rock nella seconda. Tracy Chapman è in gran forma, la sua voce è più potente e ha più sfumature che mai; inoltre sembra divertirsi parecchio a suonare. Tanto poco concede di personale al suo pubblico, tanto più ama suonare e cantare con grande professionalità. L’accompagna una band bizzarra di due elementi soltanto: un bassista/tastierista che sembra uscito da un incrocio tra Woody Allen e Ben Kingsley, e un batterista che potrebbe essere il parente americano di Pau dei Negrita. Davvero bravi a dare spessore a ciascun brano pur ricorrendo a pochi stumenti.

Il repertorio è scelto in gran parte dall’ultimo lavoro, Where you live, ma pesca spesso e volentieri dal bellissimo album eponimo d’esordio del 1988 (da ricordare Behind the wall, cantata come da copione a cappella) e recupera qualche canzone dai più recenti Let it rain, Telling stories e New beginning. Da quest’ultimo, su richiesta del pubblico durante i concerti precedenti, ha eseguito per chitarra sola la romanticissima The Promise (una di quelle che una coppia appena sposata finisce per commuoversi) .

Come sempre, Tracy Chapman preferisce lasciar parlare le sue canzoni, sorride, ringrazia e si congeda dal pubblico belga dopo due bis (finisce, come spesso accade, con l’invitante Give me one reason: dammi una ragione per restare) e non più di un’ora e mezza di concerto senza pause. Unico elemento negativo, l’ossessione dell’organizzazione per le macchine fotografiche: stando a quanto si legge dai cartelli appesi all’entrata, sarebbe una richiesta dall’artista in persona. Che, voglio dire, flash continui e schemi di telefonini agitati nell’aria sono una gran rottura e rovinano l’intensità del concerto, è vero, ma il piccolo esercito di sorveglianti che con pile e attraversamenti ripetuti di platea reprimevano ogni tentativo di portarsi via un fotogramma del concerto (come se potesse mai essere poi un’opera d’arte) forse è pure peggio.

In Italia arriva il 10 dicembre, per un’unica data al Teatro Smeraldo di Milano.